Anche le pietre soffrono. Casus belli e neuroni specchio.

di Andrea Romeo

Si dice che in Italia il numero di vegetariani sia di circa sei milioni e che sia aumentato esponenzialmente a partire dalla fine degli anni ’90, periodo in cui nel nostro paese vi erano “appena” un milione di vegetariani. Il fatto che il numero di persone che hanno preso questa scelta sia ‘aumentato’ è indice del fatto che in molti si siano posti delle domande riguardo le proprie abitudini mettendole in dubbio, e che alla fine abbiano scelto di non nutrirsi più di animali (a meno che non siano nati cinque milioni di bambini in altrettante famiglie vegetariane, ma la cosa mi pare alquanto improbabile). Ovviamente questa diffusione improvvisa del vegetarianesimo in un paese dove è sempre stato considerato normale mangiar carne, non poteva non suscitare contrasti innanzitutto nelle famiglie dove sempre più giovani si astengono da pratiche prima viste come normali, ma anche a livello sociale: alcuni movimenti cattolici ad esempio hanno definito il vegetarianesimo ‘culto satanista’ o ‘paganesimo‘.

Interessandosi a questa filosofia, per forza di cose, ci si avvicina anche ad uno stile di vita nonviolento e all’animalismo, tant’è che il movimento animalista (o più correttamente antispecista) sta diventando sempre più solido a livello nazionale. Allo stesso tempo si diffondono, di contro, gruppi di contrasto che cercano di rivendicare le tradizioni, cosa alquanto prevedibile in fondo: in rete si osservano vere e proprie apologie del carnivorismo e viceversa apologie del non mangiar carne, ove ciascun “fronte” cerca di far valere le proprie ragioni.

Mentre le motivazioni sia etiche ma anche prettamente pratiche – legate all’economia, alla salute e all’ambiente – che stanno alla base della scelta di una dieta vegetariana sono evidenti e ormai assodate, rimane invece il problema di stabilire quali possano essere le motivazioni etiche per cui potrebbe essere giusto continuare ad allevare e uccidere animali in una società opulenta e organizzata come la nostra, considerando il dato di fatto incontrovertibile che l’uomo viva benissimo senza questo “alimento”, pratica che tra l’altro sembrerebbe perfino controproducente  per i motivi su citati.

Il New York Times, tempo fa, ha lanciato un’iniziativa a riguardo, una specie di gioco/concorso attraverso cui veniva chiesto ai lettori di argomentare le motivazioni e descrivere le condizioni in cui, secondo loro, potesse essere etico mangiar carne. Le risposte venute fuori, più o meno, sostengono che l’allevamento sia etico soltanto nelle economie di sussistenza, oppure quando l’uomo cerca di preservare una zona e, onde non distruggerla/mutarla con l’agricoltura, decida di nutrirsi degli altri animali vivendo così in simbiosi col posto. Insomma, stando a quanto venuto fuori dalle risposte dei lettori del New York Times, il mangiar carne risulta etico solo quando strettamente necessario e il solo “piacere del palato” (o inerzia dell’abitudine, dipende da quale prospettiva si guardi la cosa) non giustifica tale cruenta pratica. Comunque sia, nell’Occidente odierno, l’area più cementificata del pianeta, dove ormai c’è ben poco da preservare e dove sicuramente non siamo in una situazione di sussistenza, da questa prospettiva gli allevamenti (così come la caccia) non avrebbero ragion d’essere. Va aggiunto che nell’Europa pre-capitalista, questa pietanza era un piatto secondario usato solo per rituali ecatombici (‘per le feste’ come si soleva dire), un cibo per le persone ricche, non di certo alla base dell’economia. Inoltre l’India, pur avendo vissuto in una economia di sussistenza fino ad oggi, ha comunque sempre rispettato gli altri animali facendo a meno della loro carne. Insomma, anche se potrebbe avere una sua etica il mangiar carne in una società della foresta amazzonica che vive in simbiosi con la Natura o nel famoso caso dell’isola deserta, nelle economie di sussistenza (che comunque prevedono una organizzazione) la cosa potrebbe essere discutibile e non vi sono ragioni valide allo stato attuale.

Sui siti invece di chi cerca di difendere questa pratica vengono usati veri e propri casus belli (per la definizione di casus belli si rimanda a questo simpatico articolo di Umberto Eco, ovvero scuse che in fondo sono tutte facilmente smontabili. Non mi soffermerò troppo sui vari casus belli di chi giustifica il mangiar carne (che piu’ o meno ho trattato qui), credo vivamente che la motivazione principale sia soltanto legata al gusto, a suo volta legato all’abitudine indotta (che ho trattato qui). Mi vorrei soffermare soltanto su un casus belli usato per giustificare questa abitudine culturale, ed esattamente quella forse anche più diffusa: ‘anche le piante soffrono’.

Questa giustificazione, nonostante sia spesso usata più come provocazione che altro, può talvolta nascondere motivazioni più profonde non del tutto campate in aria. O meglio, seppur è lapalissiano  che un carciofo o una cipolla di fatto non abbiano lo stesso complesso sistema nervoso di un animale (e su questo oggi mi pare che la scienza non abbia dubbi in merito tranne forse qualche obsoleto seguace di Descartes o a meno che non si è seguaci della Society for Plant Neurobiology le cui teorie sono ridicolizzate dalla scienza ufficiale), è possibile che gli esseri umani percepiscano, a causa del loro complesso sistema cognitivo, l’anima anche nelle piante e che quindi questa risposta possa in fondo essere data in modo del tutto ingenua, in bona fides.

Nel periodo in cui studiavo negli USA per il mio dottorato – studiavo filosofia del linguaggio e realtà virtuali nello specifico – ricordo erano stati fatti degli interessanti studi sul rapporto tra  neuroni specchio – i neuroni dell’empatia – e il linguaggio avatariale (i pupi che usiamo nelle realtà virtuali). E’ stato scoperto che quando ci si relaziona via avatar si attivano gli stessi neuroni che si attivano quando agiamo nella realtà: in parole povere entriamo in empatia con l’avatar e con l’ambiente virtuale. Se consideriamo che l’avatar è un pupazzo – un giocattolo, un pupo, un burattino – ci rendiamo conto di come l’uomo sia in grado di entrare in empatia perfino con gli oggetti. E’ vero che gli avatar hanno spesso una forma antropomorfica e sono molto realistici (non sempre), ma ci sono fenomeni di pareidolia (o di empatia con gli oggetti) molto più “rozzi” di quelli che avvengono invece quando si guarda un oggetto che ha sembianze umane molto credibili: vediamoli brevemente.

Innanzitutto va sottolineato come l’uomo apprenda il mondo circostante, la propria cultura e perfino la propria sessualità, attraverso degli oggetti-tramite: i giocattoli, oggetti attraverso cui il fanciullo esprime tutto il suo mondo interiore facendo interagire anche i propri diversi sé, sono l’esempio più lampante, perché tutti ci abbiamo avuto a che fare nella nostra infanzia. Detto questo, la pareidolia è definita come quel fenomeno o illusione ottica o sonora attraverso cui si percepisce uno stimolo “random” e senza significato (sia esso un’immagine piuttosto che un suono o un oggetto tridimensionale) come significativo. Gli esempi più comuni di pareidolia sono quelli in cui gli esseri umani vedono forme umane o animali in ‘cose’ come le nuvole o negli alberi ad esempio, ed è possibile che stiano alla base dei processi di antropomorfizzazione del cosmo. Queste particolari illusioni sono molto diffuse nel teatro di figura, nei cartoni animati e nel “teatro degli oggetti”, quel tipo di teatro in cui vengono usati per l’appunto oggetti per rappresentare una storia, ad esempio usando una gomma da cancellare per personificare Cappuccetto Rosso e la cucitrice per il lupo cattivo: attraverso queste rappresentazioni gli esseri umani trasportano se stessi all’interno di oggetti ai quali conferiscono l’anima.

Mentre con i fenomeni di pareidolia descritti siamo ancora in una dimensione di “finzione” riconosciuta dai soggetti che partecipano a tale illusione attraverso l’interazione con gli oggetti, diverso invece è il rapporto che si instaura tra soggetti che interagiscono con oggetti apotropaici o con oggetti taumaturgici, che pure rientrano a pieno titolo tra i fenomeni di pareidolia ma dove, in questo caso, i soggetti credono realmente che gli oggetti con cui interagiscono abbiano un’anima o una qualche forza sovrannaturale pur non avendo un bel nulla di umano o di “reale”. Gli oggetti apotropaici sono quelli che vengono usati per allontanare il malocchio ad esempio, come i talismani magici. Gli oggetti taumaturgici invece sono oggetti usati per personificare le divinità, come statue, crocifissi e quant’altro, che possono anche avere una funzione apotropaica.

Questa empatia con gli oggetti ci mostra come l’uomo, sin dalla nascita, sia in grado di connettersi con tutto l’ambiente circostante, e come sia impensabile immaginare l’essere umano senza questa sua immersione nella realtà che lo circonda e con cui si trova in continua connessione. Molti dei miti, delle favole e dei racconti che conosciamo nascono proprio attraverso l’interazione con la Natura nel suo complesso, ivi compresi i suoi abitanti siano essi animali, pietre, alberi o stelle.

L’essere umano è in grado perfino di masturbarsi usando degli oggetti (si pensi ai manga porno o ai romanzi erotici – avete mai visto uno scimpanzé o un cane masturbarsi guardando un pezzo di carta con su delle linee nere?) ovvero il nostro cervello è talmente sviluppato da permetterci di riconoscere in dei tratti di inchiostro individui della nostra specie e di entrare in forte empatia con questi oggetti cui forma ricorda malapena un essere umano.

In questo contesto, dunque,  appare del tutto comprensibile che l’uomo possa arrivare a pensare che anche la piante possano avere un’anima, una mente, un cervello, che possano soffrire, cosa rafforzata anche dal nostro giudizio il quale ci dice che in fondo, pareidolia a parte, questi sono esseri viventi. Il problema è completamente opposto infatti. La cosa che stupisce non è il fatto che qualcuno possa arrivare a pensare (e affermare) che anche le piante soffrano, ma semmai la questione è come sia possibile che gli esseri umani riescano ad entrare in empatia perfino con delle pietre o con dei pezzi di carta colorati – tant’è che ci sono cianfrusaglie per noi tanto care nelle nostre case – ma che qualcuno metta in dubbio che gli animali possano soffrire?

Va aggiunto che i neuroni specchio non sono soltanto nell’uomo, ma in tutti gli animali complessi (sono stati scoperti proprio negli scimpanzé per prima). A difesa di chi si nutre (sia la pietanza a base animale o vegetale), quindi, va detto che in natura comunque è presente anche una sorta di meccanismo di autodifesa dall’empatia stessa che porta gli esseri viventi a regolare i rapporti intra ed extra-specie e a selezionare gli oggetti (siano essi una fotografia piuttosto che un sasso o un pianeta) o gli  altri esseri viventi (siano una pianta, un pesce rosso o un umano) con cui empatizzare. Il delfino, ad esempio, prova empatia per i suoi stessi simili e per gli uomini ma non con i pesci di cui si nutre che vede soltanto come cibo (pur essendo, tra l’altro, più simili a loro che uno scimmione bipede terrestre). Come funzioni questo meccanismo di selezione di ciò che è significativo rispetto a ciò che non lo è per me rimane un mistero (anche se immagino ci sia una connessione con le papere di Konrad Lorenz), ma è assodato che nell’uomo giochi un ruolo essenziale la cultura: prova ne sono i trecento milioni di vegetariani in India per religione, o il fatto che vi siano persone che parlino in privato con un pezzo di legno a forma di croce piuttosto che ad un’immagine che rappresenti lo spaghetti monster dawkinsiano. A prescindere, rimane il fatto che chi sostiene che anche le albicocche o la carota soffrano si nutre anche di loro: come eludere questo problema? Mangiando le pietre? Ma abbiamo visto che l’uomo, al contrario del delfino, empatizza perfino con le pietre! Chi mangerebbe la propria statuetta di Padre Pio, il proprio ciondolo porta-fortuna o la bomboniera del matrimonio ricordo di famiglia? L’unica soluzione al dilemma è quella di non mangiare affatto.

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Comments
3 Responses to “Anche le pietre soffrono. Casus belli e neuroni specchio.”
  1. michele ha detto:

    bellissimo articolo, una sola precisazione: i neuroni specchio non credo siano stati scoperti sugli scimpanzé ma sui macachi; credo che a Parma, ma ripeto è solo un ragionamento, non ci siano scimpanzé su cui sperimentare; Solo in USA si utilizzano ancora…

  2. Andrea R. ha detto:

    Ciao Michele. Si hai ragione, sono stati scoperti a Parma e le scimmie erano Macachi. Grazie della precisazione. Io tra l’altro lo sapevo pure dato che mi sono interessato molto all’argomento, ma avevo rimosso questo dato. Anni fa avevo seguito un seminario a riguardo proprio nel periodo in cui erano stati scoperti e poi negli USA ho studiato alcune ricerche fatte sui neuroni specchio proprio per valutare la potenza delle realta’ virtuali a livello empatico negli “users”, e sono stato a diretto contatto con gli studiosi che hanno fatto questi esperimenti. Ma ho scritto questo pezzo basandomi su quello che mi ricordavo e infatti ho sbagliato. Inoltre vorrei precisare che ho usato il delfino come esempio di animale empatico ma in realta’ non ci sono prove (non ancora o almeno a me non risulta) della presenza dei neuroni specchio in questo animale. Pero’ io so che il delfino e’ un animale molto intelligente e ha una elevata empatia nonche’ e’ anche un neofilo, un animale curioso, quindi ho pensato che l’esempio potesse essere calzante a prescindere.

  3. Antonio ha detto:

    Complimenti ho trovato questo articolo molto interessante e mi ha fatto venire in mente questo capolavoro di Svankmajer:

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