Lo scoiattolo

di Primo Levi

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Qualche anno fa mi è capitato di presentare a mie due zie piuttosto anziane, che vivevano in provincia, un signore che si chiamava Perrone. Le zie hanno immediatamente tradotto questo cognome in Prùn, e per tutto il corso della conversazione hanno continuato a rivolgersi a lui come a Munssü Prùn: quest’ultimo, del resto, ha accettato la cosa come naturale.
I cognomi di origine dialettale sono comuni dappertutto, e di molti si è persa la chiave del significato. Tuttavia, in Piemonte, cognomi come Borghesio, Cravetto, Masoero, Schina, Sùita, Pentenero, vengono subito conosciuti come nostrani, e nl contesto di un discorso in dialetto vengono restaurati nelle loro forme originarie (Bergé = pastore, Vravèt = capretto, Masué = mezzadro, Schin-a = schiena, Süita = siccità, Pentné = pettinaio), rivelando un inconscio, o anche consapevole, fastidio per le forme malamente italianizzate. Come caso estremo a detta di uno dei titolari, il nome Sùita, se pronunciato con la u italiana, suona ancora oggi lezioso e falso.
Il caso che ho raccontato mi ha colpito, perché la distanza fonetica tra Perrone e Prùn è grande, e perché io cittadino non sapevo che il prùn fosse lo scoiattolo. Veramente, in vari luoghi del Piemonte si chiamano con questo nome anche la cavia e perfino il coniglio, e questo fatto spiega bene perché i cognomi che ne derivano siano così numerosi e diffusi: Prone, Prono, Pron, Prunotto, Pronello, Prunetti, oltre al già citato Perrone.
Secondo il Dizionario dei cognomi italiani di E. De Felice, Perrone sarebbe uno dei molti derivati da Pietro, ma preferisco fidarmi dell’orecchio “locale” di quelle due zie.
Nell’opinione di alcuni linguisti, condannata invece da altri (tedeschi gli uni e gli altri: è incredibile la diligenza con cui i filologi tedeschi del secolo scorso hanno scavato nelle radici dell’italiano, dei suoi dialetti, e delle sue parlate anche più riposte) prùn risalirebbe direttamente al latino prunus, che ha tutti i sensi della parola italiana corrispondente e qualcuno in più. L’allusione è evidente: la schiena dello scoiattolo non è mai orizzontale. Quando l’animaletto è sulle quattro zampe, è “prono” (pendente) verso il basso, perché le anteriori sono più corte delle posteriori, quando invece sta eretto sulle anche, in atteggiamento quasi umano, stringendo fra le zampine la noce che sta rosicchiando, pende in avanti, perché il corpo deve fare da contrappeso alla sua celebre coda. Questa coda compare, più o meno riconoscibile, nei nomi che lo scoiattolo porta in quasi tutte le lingue europee, a partire dal greco. Il suo nome greco è skìuros, composto di due parole che significano ombra e coda: infatti, era credenza diffusa che nei giorni caldi lo scoiattolo si riparasse all’ombra della sua coda, e sarei contento se Mario Rigoni Stern, che con gli scoiattoli ha mantenuto un rapporto di buon vicinato e di confidenza (giustamente ricambiata), mi spiegasse se si tratta di una graziosa leggenda o di realtà.
Da skìuros è stato ricavato il suo nome scientifico Sciurus, ma i latini del volgo, a cui l’accostamento iu non piaceva (ma piaceva loro, cosa abominevole, la carne della bestiola, che pure non pesa più di tre o quattrocento grammi) ne hanno trasformato il nome in scurius. Da qui a scoiattolo il passo è breve: ci si arriva grazie ad un doppio diminutivo, ed in verità sono pochi gli animaletti a cui meglio si addica il diminutivo: lo scoiattolo è un diminutivo vivente. Ancora da scurius più un diminutivo vengono squirrel e ècureuil, e da questo pare derivi il tedesco Eichhorn, più comune sotto la forma Eichhörnchen, che è ancora una volta un diminutivo. Eiche è la quercia, e Horn vuol dire corno; ora, con lo scoiattolo la quercia c’entra poco (gli scoiattoli fanno il nido sulle querce, ma anche su molti altri alberi, e mangiano ghiande ma anche un’infinità di altri semi e frutti) e il corno non c’entra per nulla: si tratta di una falsa etimologia, del tentativo popolare di dare un senso ad un nome di origine straniera che (apparentemente) non ce l’ha.
Ho incontrato pochi scoiattoli nella mia vita, né posso sperare di incontrarne più tanti. Ne ho visto qualcuno nei boschi, che saltava da un ramo all’altro servendosi della coda come di un timone o di un stabilizzatore; altri, meno impauriti e più mercenari, nei parchi di Ginevra e di Zurigo, che vengono a prendere il cibo dalla mano e sembra quasi che ti ringrazino. Altri ne ho visti in prigionia, ma non apparivano meno vivaci né meno allegri dei loro colleghi della foresta. Erano una dozzina, rinchiusi dentro una grande gabbia: in questa era stata sistemata una gabbietta più piccola, a forma appunto di “gabbia di scoiattolo”, cioè cilindrica, appiattita e ad asse orizzontale, senza sbarre da un lato e liberamente girevole intorno all’asse medesimo.
Uno degli animaletti aveva inventato un gioco: entrava nella gabbietta, e correndovi dentro la metteva in rapida rotazione; poi si arrestava di colpo, ma la gabbia, più pesante di lui, continuava a girare trascinandolo per alcuni giri; allora abbandonava la presa, e si lasciava scagliare di sbieco e all’in su attraverso la faccia libera della gabbia, come un sasso lanciato da una fionda. Non volava a caso; aveva preso le sue misure; ed atterrava dove voleva, ad esempio su una piccola altalena a un metro e mezzo di distanza, dove rimaneva poi a dondolare con visibile compiacimento.
In un altro prigioniero mi sono imbattuto molti anni addietro, in un laboratorio di biochimica. Anche lui stava in una “gabbia di scoiattolo”, ma questa volta la gabbia era chiusa dai due lati, ed era mantenuta in lenta rotazione da un motorino elettrico: lo scoiattolo era costretto a camminare continuamente dentro la gabbia per evitare di essere trascinato. In quel laboratorio si stavano facendo esperimenti sul problema del sonno; immagino che dalla bestiola si prelevassero periodicamente campioni di sangue, per ricercarvi le tossine prodotte dall’insonnia prolungata.
Lo scoiattolo era esausto: zampettava pesantemente su quella strada senza fine, e mi ricordava i rematori delle galere, e quegli altri forzati in Cina che venivano costretti a camminare per giorni e giorni entro gabbie simili a quella per sollevare l’acqua destinata ai canali d’irrigazione. Nel laboratorio non c’era nessuno; io ho chiuso l’interruttore del motorino, la gabbia si è arrestata e lo scoiattolo si è addormentato all’istante. È dunque forse colpa mia se del sonno e dell’insonnia si sa tuttora così poco.

(P. Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino 1998, pp. 95-98)

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