Verso un’Etica Universale di Rispetto e Cura della Vita

di Alessandro Lanfranchi

 

saving-life

L’anima delle creature è una, ma essa è presente in ogni creatura;

unità e pluralità in un unico tempo, come la luna che si riflette sulle acque

(Brahmabindu Upanisad)

 

 

Sento spesso, anche in varie conferenze viste sul web, di antispecisti che legittimano la loro posizione attraverso l’individuazione di proprietà comuni tra uomini e animali-non umani in nome delle quali viene legittimata ed autorizzata la loro visione antispecista.

Ho, altresì letto, nel secondo numero di «Animal Studies», un articolo scritto da Pietro Perconti (Cosa c’è nell’antispecismo che milita contro le sue stesse ragioni) che, sinceramente, ho trovato molto “strano” e dal quale prendo tutte le distanze del caso.

Per come vedo io l’antispecismo non si tratta assolutamente di trattare con compassione, gentilezza e pietà gli animali-non umani alla stregua di come trattiamo gli animali umani; ciò che l’antispecismo si pone, non è solamente ritenere gli animali come noi, riservare loro la stessa considerazione morale che riconosciamo ad altri esseri umani né, tanto meno, si tenta di inaugurare una assurda etica sentimentale, come invece sostiene Perconti.

Se consideriamo il movimento antispecista in questo modo, è ovvio che qualcosa milita contro le sue stesse ragioni (dato che il concetto di specie è alquanto fluido e sfuggente) ma, dal mio punto di vista, urge una considerazione, un ripensamento profondo degli altri esseri viventi che inauguri una nuova etica universale, in cui nessuna forma di vita venga esclusa.

Non è importante ridurre le differenze uomo-animale o provare ad annullare quel limite insondabile, quella linea fragilissima di demarcazione tra Uomo e Animale: la Vita, nel Mondo, è caratterizzata da una diversità biologica incredibile, ogni specie ha delle proprie caratteristiche del tutto individuali in base alle quali potrebbe potenzialmente essere considerata superiore alle altre.

Il mimetismo di alcuni animali è sicuramente “superiore” alla nostra nudità dinanzi alla Natura, le abilità sensoriali di un pipistrello sono “superiori” a quelle di un cane, la vista acuta di un falco è “superiore” a quella dell’uomo, la capacità razionale dell’uomo è “superiore” a quella di una cavalletta. In quest’ottica ampia, in cui gli animali non umani sono considerati e valutati per la loro singolarità specifica, per le loro caratteristiche specifiche, in cui viene del tutto abolita e rinnegata la visione meccanicistica della materia e quella molteplicità matematizzata intrinseca alla nostra società, non c’è più nessun bisogno di applicare un’etica della compassione ad altri poiché gli animali hanno lo stesso statuto ontologico profondo del nostro, sono animati dalla stessa Vita che è in noi, anche essi sentono quella pienezza di vita che a volte ci assale.

Gli animali non umani non hanno bisogno della nostra etica compassionevole!

Un’etica di questo tipo ammetterebbe, inoltre, una gerarchia più sottile ma sempre presente secondo cui l’Uomo, grazie alle sue capacità analitiche e sentimentali, può “abbassarsi” e considerare gli animali come suoi pari, amandoli come ama gli uomini, trattandoli come tratta gli uomini. Non è forse anche questo uno specismo camuffato?

Non stiamo forse legittimando attraverso la pericolosa maschera della pietà un pericoloso antropocentrismo?

Finché il fulcro della questione animale sarà l’uomo e la sua capacità di voler bene, provare pietà e compassione non verrà mai eliminata la vera problematicità specista. Finché continueremo a parlare di specie e non di Vita, finché continueremo a discutere di compassione umana verso animali-non umani e non di Esistenza, finché continueremo ad infilare in ogni dannato discorso sull’animale la parola “uomo”, allora il nostro proposito sarà perso in partenza e lo specismo non solo non verrà mai abolito ma continuerà ad agire meschinamente nella nostra cultura incrementando ancor di più quella smisurata volontà di potenza che ci caratterizza da secoli, forse millenni.

Ecco dunque dove si instaura la mia proposta: smettiamo di parlare di animali-non umani e di uomini ma ampliamo il nostro orizzonte filosofico verso la Vita e la bellezza dell’Esistenza!
Io evito di mangiare un animale macellato, un cucciolo di bovino appositamente ucciso per saziare la mia fame (parliamo pure senza la maschera del referente assente che ci impone il linguaggio!) non solo perché mi incute tenerezza e pietà ma soprattutto perché rispetto in lui la Vita, perché la stessa Vita che anima quel cucciolo anima anche me, perché si siamo scintille dello stesso fuoco! Non mi interessa nulla andare alla ricerca di proprietà comuni tra me e il vitello che mi permettono di rispettarlo: quand’anche non ci fosse nessun (ipotesi assurda dato che, secondo me, una caratteristica comune c’è sempre, ed è la Vita, l’esistenza profonda) elemento in comune tra me e un altro essere vivente, io non uccido quella Vita, non la infastidisco in nessun modo ma la Rispetto con tutto il mio cuore e tento in ogni modo di preservarla.

Il voler a tutti i costi applicare un’etica umana ad animali non umani è, ripeto, una forma di dominio e antropocentrismo; l’antispecismo dovrebbe ripartire ripensando la Vita in generale, rintracciabile in ogni forma di essere organico (il cui principio cardine e conduttore di esistenza non è il cervello o il midollo spinale bensì la cellula) ed in base ad una visione se vogliamo ilozoistica/vitalistica ri-creare delle basi filosofiche e teoretiche davvero prive di ogni pregiudizio morale, di ogni forma di sfruttamento e dominio!

Non si tratta, a scanso di equivoci, di appiattire la vita e ritenere superficialmente gli animali “come noi” bensì di sottolineare la splendida grandezza e varietà di ogni forma di Vita, apprezzarne le caratteristiche individuali, esaltarle, stupirsi dinnanzi al meraviglioso Mondo Naturale e Amarlo, Rispettarlo non perché in esso rintracciamo chissà quale caratteristica comune alla nostra (come l’avere sì o no un cervello, il soffrire o no e via con tutti i possibili gruppi di discriminazioni basati sul “hai non hai? Dentro o fuori) ma perché noi stessi siamo inseriti in questa Vita che ci ama e che ci ingloba dunque dobbiamo non uccidere e preservare ogni espressione di Esistenza.
Ciò che invece vedo in alcuni esponenti dell’antispecismo è la voglia di rintracciare proprietà grazie alle quali possiamo applicare la nostra etica, tutta antropocentrica, e non mangiare/uccidere alcuni animali, strada altamente pericolosa che non ha, nelle sue basi, una stabile e forte concezione della Vita.

Non bisogna rispettare e amare gli animali non umani perché degni della nostra compassione ma perché mossi dallo stesso spirito vivificatore che muove noi stessi, perché entrambi abbiamo quella forma astratta di “energia” chiamata Vita che si esprime in forme diverse e proprio per questo rende il Mondo un posto magnifico.

Abbattiamo l’ultima, estrema barriera dello specismo: iniziamo veramente a considerare la Persona animale e umana come Natura e solo così potremo abbandonare tout court la prospettiva antropocentrica, specista ed antropomorfa della Vita.

“Bisogna che l’uomo realizzi la pienezza dell’esistenza, che trovi il suo posto nell’Infinito; deve sapere che, malgrado gli sforzi più ostinati, non porta mai crearsi da solo il miele  dentro le cellette del suo alveare, perché la perenne sorgente del nutrimento della vita è fuori dalle sue pareti.”

(Rabindranath Tagore)

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Comments
15 Responses to “Verso un’Etica Universale di Rispetto e Cura della Vita”
  1. Francesco S. ha detto:

    Perchè si usa il termine Vita al posto di Regno Animale? La vita comprende anche Virus, Batteri, Protozoi, Funghi, Piante. Gli animali sono una piccola parte della vita. Mi chiedo come rispettare tutta questa vita in un’etica universale. Diventando autotrofi?

    Poi mi chiedo che significato abbia la frase :
    “In quest’ottica ampia, in cui gli animali non umani sono considerati e valutati per la loro singolarità specifica, per le loro caratteristiche specifiche, in cui viene del tutto abolita e rinnegata la visione meccanicistica della materia e quella molteplicità matematizzata intrinseca alla nostra società…” Dato che gli animali hanno ognuno delle proprie caratteristiche dovrebbe vernir meno il funzionamento meccanicistico della materia? A parte che non c’è nesso logico tra le cose, tutti i fisici stanno perdendo tempo? Soprattutto se la materia non segue leggi meccanicistiche che regole segue? Spirituali? Trascendenti?

    E qui di nuovo l’identificazione Animali = La Vita Tutta: “…non c’è più nessun bisogno di applicare un’etica della compassione ad altri poiché gli animali hanno lo stesso statuto ontologico profondo del nostro, sono animati dalla stessa Vita che è in noi, anche essi sentono quella pienezza di vita che a volte ci assale”.

    Dobbiamo rispettare gli animali in senso antispecista, ovvero non sfruttarli perche sono Vita come noi. E i Virus, Batteri, Funghi, Protozoi e Piante come ci comportiamo non dobbiamo rispettare la Vita che è in loro.

    Il discorso sulla compassione che implica sofferenza è molto più sensato, almeno non scientificamente ignorante, nel senso che non ignora cos’è la vita biologicamente parlando.

    • pasquale cacchio ha detto:

      “Soprattutto se la materia non segue leggi meccanicistiche che regole segue?”
      Mah, mi pare che le leggi meccanicistiche, anche solo quelle fisiche o chimiche, siano state abbondantemente abbandonate già a fine ottocento da Poincaré, dalla relatività, dalla teoria quantistica ed, ehm, dalla confusione mentale che regna nel mondo scientifico quanto a saperi che unifichino tutti i saperi scientifici.
      Ti prego, Francesco, non appellarti ai risultati, ai progressi tecnologici ecc. che nulla hanno a che vedere con la conoscenza del mondo e col problema che si pone Alessandro Lanfranchi.

      Vita sembra per lui non limitata al regno animale.
      Anche la vita di una pietra o di un cristallo.
      Non ti ricorda nulla Novalis o Goethe?
      O, più indietro, Pascal, Montaigne, Aristotele o Eraclito?
      Il mondo è molto più complicato di quanto immaginano gli scienziati.
      😉

      • pasquale cacchio ha detto:

        …. con le loro misere categorie cognitive quantitative

      • pasquale cacchio ha detto:

        e non t’offendere 😀

      • Francesco S. ha detto:

        Mi sembra che usi il termine meccanicistico al posto di deterministico.
        La meccanica quantistica per quanto probabilistica e non deterministica è pur sempre meccanica con le sue leggi ben definite: conservazione di quantità di moto, momento angolare etc. Il mondo è più semplice di quanto credono i filosofi, anche le cose più complesse (Vita inclusa) sono costituite di elementi semplici, regolati da principi semplici, di complicato c’è solo l’espressione matematica di tali principi semplici.

    • pasquale cacchio ha detto:

      Ribatti dubbi con un dogma.
      Con gli attuali scienziati non si può conversare.
      Neanche con te 😉

      Sono vittime del dogmatismo contro cui si scaglia Feyerabend
      e di quell’educazione scientifica che Enrico Giannetto descrive molto bene
      in “Saggi di storie del pensiero scientifico”, Sestante, bergamo 2009, p. 303.
      Peccato, Francesco, che ti siano antipatiche le citazioni, ma non ho trovato
      parole migliori di quelle di Giannetto:

      “A livello della comunità scientifica, trascorsa la generazione dei fisici che hanno contribuito a tale rivoluzione del concetto di natura, di scienza e di epistemologia [con il crollo di alcune certezze, una delle quali è proprio l’uso del linguaggio matematico, cfr. pp. precedenti], la fisica del caos, la relatività e la fisica quantistica sono state acquisite solo come nuove tecniche di calcolo e di sperimentazione e non nella loro portata ‘rivoluzionaria’: sono state considerate come mere ‘estensioni analitiche’ della meccanica newtoniana, nel mantenimento dei vecchi concetti meccanicisti di natura, di scienza e di epistemologia. E’ forse il fatto che per prima cosa si insegni, da una parte, e dall’altra si impari la meccanica classica a dare un IMPRINTING alla nostra concezione della natura, della scienza e dell’epistemologia, dalla quale è poi difficile liberarsi. Vi è un’epistemologia spontanea, meccanicista, cartesian, che attraverso l’insegnamento e l’apprendimento della meccanica classica, si insinua implicitamente e inconsapevolmente in ricercatori, docenti e discenti: è questo forse il più grande e più grave problema didattico della scienza contemporanea”.

      Concordo sul fatto che i filosofi dovrebbero studiare scienze.
      Ma voi scienziati smettetela di ridere di cose che non capite. 😉

      • Francesco S. ha detto:

        Non è vero che non mi piace la citazione, ma la trovo inutile per dimostrare le proprie opinioni, mica è detto che se molti sostengono una cosa questa sia vera o altre opinioni non abbiano valore? La citazione è un ottimo strumento per dimostrare fatti o descrivere il pensiero di altri (non il proprio). E chi ride. Si chiede a chi fa filosofia di evitare frasi tipo:

        “In quest’ottica ampia […] in cui viene del tutto abolita e rinnegata la visione meccanicistica della materia e quella molteplicità matematizzata intrinseca alla nostra società, non c’è più nessun bisogno di applicare un’etica della compassione […]”

        perchè prive di significato logico anche se grammaticalmente corrette. I filosofi dovrebbero basare il loro pensiero sulla realtà, e il bello che questo lo sosteneva nell’800 un tizio di nome K. Marx, uno dei pochi filosofi che apprezzo perchè pragmatici che volle chiamare il suo pensiero Socialismo Scientifico, proprio per distinguersi dagli idealisti bravi a paroloni e distaccati dalla realtà.

      • pasquale cacchio ha detto:

        Mah, anche sulla chiarezza del linguaggio filosofico ho parecchi dubbi.
        Ah ah, detto tra noi, spesso lo odio pure io, pensa un po’ a quello di Hegel,
        Derrida, Adorno, Husserl, per non parlar di Heidegger.
        Ma spesso il filosofo è alla ricerca di un nuovo linguaggio per descrivere il mondo.
        Potrei cavarmela con un’altra citazione, stavolta a memoria, e del fisico Niels Bohr:

        “Esistono verità profonde e verità superficiali, una verità profonda è quella il cui contrario è anch’essa una verità profonda”,
        e a chi gli chiedeva “Qual è l’opposto della verità?”
        rispondeva:
        “Non è la menzogna, ma la chiarezza”.

        La chiarezza del linguaggio scientifico è spesso una maschera che serve a nascondere
        i propri problemi più che a schiarirli, quelli di cui erano ben consapevoli proprio Einstein, Born, Bohr, Heiisenberg, Maxwell, Poincaré… e che nelle università non vengono neanche
        presi in considerazione nell’insegnamento scientifico, come spiega Giannetto.

        Tornando al linguaggio filosofico, ve ne sono tanti quanti sono i filosofi.
        Quindi è sempre colpa del lettore se non li capisce.
        Vale anche per quello scientifico.
        Pensa al linguaggio di Galileo, i suoi termini sono diventati luoghi comuni,
        ma all’epoca erano incomprensibili agli stessi accademici suoi contemporanei.
        O a quello di Aristotele, i suoi concetti di qualità e quantità, forma e contenuto ecc.
        sono diventati patrimonio del linguaggio universale, eppure chi li capiva all’epoca?

        Quanto al periodo dell’articolista Alessandro Lanfranchi, spero ti risponda lui.
        Ma non puoi prendertela con lui se non lo capisci,
        come non puoi prendertela con Rilke o con Blake
        se i loro versi sono spesso incomprensibili.

        Ah ah, il linguaggio chiaro e distinto di Cartesio?
        Ma sei sicuro che alla sua epoca fosse così chiaro e distinto?
        Aveva il terrore di farsi capire dall’Inquisizione.
        😉

      • pasquale cacchio ha detto:

        “perchè prive di significato logico anche se grammaticalmente corrette. I filosofi dovrebbero basare il loro pensiero sulla realtà”

        Anche questo è un dogma. Della scuola di Vienna (ah ah, usi le stesse parole di Carnap).
        Le cui fondamenta sono state fatte crollare dal teorema di Gödel:
        illuso chi pensa di fondare un sapere su principi logici non contraddittori.
        Un dogma che si perpetua nella filosofia analitica, persuasa che si possa parlare
        ‘logicamente’ della realtà, quando il concetto stesso di realtà
        è stato messo a dura prova anche dalla la teoria quantistica.
        .

      • Francesco S. ha detto:

        Godel non dice che non si possa costruire un sistema di proposizioni non contradditori, dice solo che ad un certo punto bisogna introdurre degli assiomi non dimostrabili e che quello che è un’assioma in un sistema può diventare un teorema in un altro sistema, detto in termini semplicistici (ne ho sintetizzati i 2 teoremi). Inoltre riguardano l’aritmetica, non il mondo fisico, le scienze applicate, ma anche la filosofia hanno un vantaggio l’osservazione della realtà e se c’è necessità di proposizioni prime indimostrabili da cui far derivare i propri ragionamenti le si può prendere dalla realtà fisica. –> http://it.wikipedia.org/wiki/Teoremi_di_incompletezza_di_G%C3%B6del

      • Francesco S. ha detto:

        E no compito di chi scrive è farsi capire, se il suo pubblico non è analfabeta e conosce tutti i temini utilizzati dallo scrivente e non riesce a capire il significato logico dell’insime di parole che singolarmente hanno un loro significato, ma insieme lo perdono, la colpa è solo di chi scrive.

      • pasquale cacchio ha detto:

        “Inoltre riguardano l’aritmetica, non il mondo fisico, le scienze applicate, ma anche la filosofia hanno un vantaggio l’osservazione della realtà e se c’è necessità di proposizioni prime indimostrabili”.

        Certo, i famosi teoremi riguardano l’aritmetica, non la realtà empirica.
        Sì, distinguere il piano logico da quello empirico,
        ma già questo diventa un problema con il platonismo di Frege e Russell.

        Ti invito a enunciare una qualsiasi proposizione prima indimostrabile.
        Nei sistemi formali ce ne sono molte per la loro fondazione,
        sto pensando a quelli di Euclide, per es., di Peano, di Hilbert e di tutti i sistemi
        logicomatematici.

        Intendi per proposizioni prime indimostrabili quelle di Aristotele?
        L’io penso di Cartesio? Le categorie spaziotemporali a priori di Kant?
        Oppure osservazioni empiriche (ah ah, i neopositivisti le chiamavano protocollari)
        del tipo “sta piovendo”, “la luna splende”, “il cane sta abbaiando”?

        Quanto all’oscurità/chiarezza del linguaggio filosofico e non solo, vedo che non ci capiamo.
        Lascia perdere.
        Ma lasciami l’onore dell’ultima citazione:

        “Le idee chiare, a teatro come ovunque, sono soltanto idee morte e liquidate”.
        Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi Torino 200, p. 158.

        Se per te Alessandro Lanfranchi scrive qualche periodo incomprensibile,
        ti invito a leggere Derrida.

  2. Matteo ha detto:

    Io trovo assurdo questo modo di pensare, lo scrivo senza polemica, ma con sincerità. Vita ed Esistenza sono concetti umani, e non è semplicemente possibile rispettare la Vita, perché non esiste la Vita, esistono forme di vita e non sono rispettabili, il rispetto è un concetto umano applicabile in maniera imperfetta, non si può applicare a tutte le forme di vita, perché presuppone la reciprocità. L’uomo che pensa di rispettare forme di vita con le quali non può relazionarsi sta solo mettendo in scena una forma di rispetto solipsistica, apprezzabile, ma illusoria. Poi dire che il mondo in ragione di questa diversità di forme, ma di presunta uniformità di sostanza, sia magnifico è inconcepibile. Magnifico che significa? e per chi sarebbe magnifico?

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