A margine di un testo esplicito: come pensare la liberazione?

di Alessandro Lanfranchi

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Leggendo diversi articoli e saggi di Maurizi, ho colto il forte legame sussistente tra lo sfruttamento animale e quello umano. Sono convinto che anche l’uomo necessiti di una liberazione, per uscire da questo stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso, da questo capitalismo che-tutto-ingloba e che trasforma non solo gli animali non-umani a oggetti, ma che reifica l’anima stessa dell’uomo, riconducendola a mero oggetto ipostatizzato.

La società attuale sembra interessarsi all’individuo, sembra mettere l’individualità al centro di ogni questione ma, nel momento stesso in cui si nomina questa palesata ipseità, essa viene negata nella prassi quotidiana di sfruttamento e sopraffazione coattiva.

Tutto questo è inaccettabile!

Detto ciò, non voglio entrare nel merito, né è mia intenzione criticare (come altri hanno già proposto) il fatto, ottimamente teorizzato da Maurizi, che la liberazione animale implichi necessariamente quella umana o, meglio ancora, che quella umana sia la conditio sine qua non di quella animale, ma vorrei chiedere  come questa liberazione umana-animale possa concretamente avvenire.

In un recente articolo su «Asinus Novus», intitolato L‘antispecismo: uno, nessuno, centomila, Maurizi sostiene che il cambiamento “dal basso” sia sbagliato e inefficace poiché la società non è “una mera somma di individui”  quindi il” graduale convincimento del prossimo fino a raggiungere la maggioranza della società” è una prospettiva ingenua essendo basata su una altrettanto, e forse ben più grave, ingenua visione della società.  Si necessita, invece, un cambiamento radicale delle strutture sociali poiché esse precedono, anche in senso ontologico, gli individui stessi, dato che la società è una “struttura opaca che non si lascia ridurre alla volontà degli individui”.

Personalmente non sono in grado di dire se ciò che dice e sostiene Maurizi sia giusto o sbagliato: in primis perché riconosco di non avere sufficienti competenze storiche-antropologiche e culturali per affermare l’opposto e, in secondo luogo, perché ritengo che io, Alessandro, non sia nessun per poter giudicare ed etichettare come “completamente sbagliate e false”, come mi pare abbiano fatto altri in diversi contesti, le idee e convinzioni altrui.

Ciò che posso fare, però, è chiedere come questo cambiamento radicale delle istituzioni e della società stessa sia possibile senza il convincimento dei singoli individui.

Tutto sommato mi sento di convenire con l’antispecismo politico ma non per questo mi esento dal far notare come, in questa teorizzazione, ci siano punti da rivedere, sistemare e correggere.

Nello specifico mi chiedo, come già accennato, in che modo sia attualizzabile una liberazione dal capitalismo (dunque da ogni sfruttamento), senza un movimento dal basso, che parta dai singoli individui e che ripristini proprio quell’individualità andata persa o meglio coattivamente sottratta e condannata all’oblio dalle strutture economico-politiche della “società 2.0”.

Maurizi, alla fin fine, non sta proprio facendo, attraverso le sue conferenze e scritti, un convincimento del prossimo da un punto di vista etico? Che a lui non interessi raggiungere quella fantomatica soglia grazie alla quale, teoricamente, la società collasserebbe su se stessa, è un’altra questione; mi pare, però, che la persuasione etico-politica sia non solo necessaria ma anche il punto di partenza per la decostruzione-ricostruzione di una società giusta e libera da ogni sfruttamento.

Necessaria, dicevo, ma non solo da un punto di vista “pratico” (da solo posso lottare solo superficialmente, se invece convinco dal basso altre persone la possibilità di cambiare le strutture portanti della società è più facilmente raggiungibile) ma anche “teorico”. Solo nel momento in cui una persona è in grado di recuperare la propria egoità caratteristica e caratterizzante, solo quando riesce a liberarsi, seppur “teoricamente”, dalle catene oppressive che il capitalismo, macchina infernale e insaziabile, oppone, solo in quel momento, dunque, sarà possibile una vera e concreta lotta per la liberazione. Solo quando le persone riusciranno a recuperare la loro spiritualità rendendosi conto di essere “esseri viventi” e non oggetti senza mondo, come le pietre per Heidegger, solo allora avremo una speranza di modificare il Mondo!

Prima interpretiamo il Mondo, ossia rendiamo possibile che altre persone recuperino una sua interpretazione soggettiva ormai andata perduta, che instaurino un benefico e vivificante modo di con-essere-con-gli-altri;  poi attiviamoci per cambiarlo, altrimenti, io temo, stiamo facendo un salto qualitativo eccessivo e rischiamo di fallire nel nostro progetto.

Un altro punto sul quale vorrei riflettere e che non mi è ben chiaro dell’antispecismo politico è come questa liberazione animale e umana sia vista, nel futuro prossimo, da intellettuali come Maurizi.

Come la ritengono concretamente attualizzabile e qual è il prezzo che dobbiamo pagare per renderla possibile?

Dobbiamo distruggere le strutture sociali, che sono reti di potere politico-economico e simbolico, attraverso la violenza? Una violenza cieca che, a sua volta, tutto distrugge e niente preserva?
Personalmente non mi sento eticamente pronto, né mai lo sarò, per intraprendere una rivoluzione violenta contro questo sistema, nonostante lo trovi terribile, luciferino, ingiusto.

Ecco dunque che si viene a creare una frattura tra la liberazione animale e quella umana: posso salvare l’animot, astenendomi dal mangiarlo e dal consumare prodotti basati sul suo sfruttamento, dunque attraverso una prassi completamente non-violenta; come posso, invece, annullare le strutture portanti del capitalismo senza una lotta violenta?

Dal mio punto di vista l’unica soluzione, e mi ricollego al primo punto, è quella di cambiare eticamente le persone.

Come ho già affermato, sono consapevole che bisogna, prima o poi, abbattere le strutture sociali che producono le coscienze speciste, ma sono altrettanto consapevole che gli ideali d’Amore e di non-violenza, se propugnati da persone carismatiche, serie e animate da un vero spirito “rivoluzionario”, possano fare grandi cose, forse anche annichilire il capitalismo estirpandolo o allontanandolo dall’Uomo.

Non ritengo così antitetiche l’idea di partire dal basso e di cambiare gerarchicamente il mondo in cui viviamo: attraverso una corretta prassi non violenta, svincolata per definizione da ogni forma di controllo e dominio e completamente orientata verso una prospettiva di Rispetto Universale, è possibile fare quel salto di qualità che tutti noi vorremmo.

Ovviamente per fare tutto questo ci vuole tempo, molto tempo (a differenza, forse, di una lotta violenta per la liberazione animale e umana), ma non è la terribile alluvione oppure l’inarrestabile tempesta che corrode, modifica, altera la struttura granitica della roccia, bensì il lento ed incessante lavorio delle piogge.

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Comments
12 Responses to “A margine di un testo esplicito: come pensare la liberazione?”
  1. MM ha detto:

    Grazie Alessandro per queste riflessioni e sollecitazioni, spero di poterti rispondere con calma. Solo due precisazioni: nel testo che citi io critico la distinzione “dal basso” e “dall’alto” perchè secondo me sono concetti sociologicamente vaghi e poco significativi (altrove comunque ho argomentato parlando delle difficoltà oggettive di una prassi concepita come convincimento delle persone una-ad-una); l’altra cosa è che, sempre nel testo di cui parli, affermo che il modo in cui viene penato il cambiamento “dal basso” è molto poco “dal basso” nel senso che è immaginato come “colonizzazione” dell’altro: c’è un pensiero morale che deve espandersi e informare di sè tutti gli individui che finché non vengono toccati o convertiti da questo “pensiero” sono semplicemente persone “che sbagliano” (o addirittura degli “assassini”).

  2. Roberto ha detto:

    Dal mio punto di vista Maurizi vede l’approcio “dal basso” come il tentativo di modificare il sistema convincendo individuo per individuo (cosa che è stata messa in atto fin’ora) ed auspica un’azione più incisiva verso quelle strutture della società che, pur non avendo attinenza alcuna con la liberazione animale, ne sono il necessario prerequisito.
    Che senso ha convincere il singolo individuo quando, per esempio, l’informazione (che non è libera informazione) può portare migliaia di individui al punto di partenza? E l’insegnamento scolastico? E l’economica? E l’ecologia?
    Io vedo nell’insinuamento di una visione antispecista in queste strutture, l’unica maniera per rendere attuabile una liberazione veramente efficace. Certo a lungo termine, ma nessuno ci impedisce di agire anche per il “qui e subito”, ne tantomeno di continuare nella propaganda etica individuale.

  3. Walter Stucco ha detto:

    É sempre liberatorio dare la colpa alla società moderna.
    Infatti 5 mila anni fa si viveva meglio e non esistevano individualismo, sfruttamento e sopraffazione.
    No!
    É tutta colpa del capitalismo e degli ultimi 100 anni di storia.

    “posso salvare l’animot, astenendomi dal mangiarlo e dal consumare prodotti basati sul suo sfruttamento”

    un po’ difficile.
    mi faccia un esempio di tali prodotti.
    io non ne conosco neanche uno, ma è probabile che sia la mia ignoranza a parlare in questo momento.

    “Ovviamente per fare tutto questo ci vuole tempo, molto tempo ”

    esatto e le dirò 3 cose:

    1 – ci vuole il tempo necessario a far sì che la scienza superi i limiti attuali e non sia più costretta a servirsi di animali per studiare il funzionamento dei nostri (e loro – animali ) organismi

    2 – nel frattempo che facciamo? aspettiamo che Dio ci riconsegni l’Eden? cosa che tra l’altro nessuno le vieta di fare findora, vada, costruisca la sua società basata su principi che lei ritiene etici e giusti e quando tutti si renderanno conto di come il gonnellino di foglie di palma e la dissenteria siano meravigliose rispetto alla vita orribile che facciamo noi occidentali, la seguiranno senza indugio.Più buoni esempi, meno chiacchiere “armiamoci e partite”!

    3 – se ci vuole molto tempo e lo sapete, perché rompete il cazzo oggi?

  4. L.A. ha detto:

    Innanzitutto ti ringrazio, Marco, per avermi dato la possibilità di intervenire ed esporre le mie idee in un luogo così “fertile intellettualmente” qual’è Asinus Novus.
    Se vorrai rispondere al mio post, magari anche al precedente intervento, accetterò volentieri le tue (come quelli di tutti, beninteso) critiche e/o osservazioni.

    @Roberto: come avrai potuto leggere anche io sono d’accordo nel neutralizzare le strutture sociali che producono le coscienze speciste (anche se, a dire il vero, il mio antispecismo è nato proprio in una delle istituzioni potenzialmente dannose che tu citi ovvero l’insegnamento scolastico) ma, in breve, ho individuato due probabili problemi:

    1) Mi vorrai scusare se mi auto cito ma credo di aver descritto chiaramente questo punto ossia: “Nello specifico mi chiedo, in che modo sia attualizzabile una liberazione dal capitalismo (dunque da ogni sfruttamento), senza un movimento dal basso, che parta dai singoli individui e che ripristini proprio quell’individualità andata persa o meglio coattivamente sottratta e condannata all’oblio dalle strutture economico-politiche della “società 2.0”.
    Ben venga la distruzione intellettuale e morale delle strutture coattive ma, dal mio punto di vista, è necessario in prima istanza che ogni singoli individuo recuperi la propria egoità poiché: ” la pseudoindividualità è la premessa indispensabile del controllo e della neutralizzazione […]: è solo perché gli individui non sono affatto tali, ma semplici punti di incrocio o di intersezione delle tendenze dell’universale, che è possibile assorbirli senza residui nell’universalità” (Theodor W. Adorno).
    Creare una società antispecista senza prima aver permesso e lasciato conquistare singolarmente nonché liberamente (!) l’individualità originaria e profonda ad ogni essere umano è una contraddizione vera e propria (anzi, estremizzando la riflessione si potrebbe arrivare ad una società antispecista che insegna l’antispecismo dunque avremmo la stessa condizione strutturale, politica e sociale di oggi):
    Dato che non penso Maurizi intenda sostenere questo, chiedevo delle delucidazioni.

    2) La trasformazione della società come dovrebbe avvenire? In modo violento?
    Converrai con me che si ricadrebbe in una nuova contraddizione se per abolire ogni sfruttamento violento verso animali umani e non dovessimo proprio usare la violenza, non è vero?

    Io avrei (letteralmente) abbozzato (anzi, mi scuso per essere stato troppo sbrigativo) una possibile soluzione ossia “attraverso una corretta prassi non violenta, svincolata per definizione da ogni forma di controllo e dominio e completamente orientata verso una prospettiva di Rispetto Universale, è possibile fare quel salto di qualità che tutti noi vorremmo.”

    Ti ringrazio comunque per le tue osservazioni,

    Alessandro

    • Roberto ha detto:

      Grazie a te per la risposta Alessandro.

      Tuttavia non sono affatto convinto che l’individualità sia andata persa, ma che sia piuttosto inglobata nella struttura sociale. Non vedo in giro individui privi di egoità ma individui che la smussano su base sociale. Si sceglie di essere assorbiti perchè se ne traggono innumerevoli vantaggi, tra i quali c’e’, in primo luogo, la libertà individuale (apparente).
      Al contrario di una comunità ristretta, nella società allargata si perdono i valori di solidarietà e soccorso reciproco ma si gode di maggior libertà di movimento.
      Il problema non è quindi la società, ma le sue strutture. Sono queste a dover rispondere all’individuo e non viceversa.
      Demolire le strutture non credo porti ad una società libera. Io ho infatti parlato di insinuazione nelle strutture, visto che non riesco ad immaginare una società priva di strutture (almeno non ora)
      Una scuola dove si insegna anche l’antispecismo è prerequisito. Un’informazione che parla anche di antispecismo è prerequisito.
      E come puoi insinuarti nelle strutture senza convivere col loro carattere specista?
      Piuttosto che un salto di qualità, direi un lungo cammino.
      Non è questa una prassi politica e non violenta?

  5. molto interessante questo confronto 😀 concordo quasi in tutto con Roberto. Provo a dire la mia….

    le strutture sociali che permeano i rapporti tra individui di fatto condizionano e muovono le azioni e i pensieri degli individui stessi. a mio avviso per poter effettuare quel ritrovamento dell’individualità originaria che come dice Alessandro è stata “coattivamente sottratta e condannata all’oblio dalle strutture economico-politiche della “società 2.0” non è sufficiente parlare ai singoli. faccio una provocazione per cercare di chiarire il concetto che da anni sto cercando di far passare: lasciamo per un momento da parte la questione animale. Nel mondo e nella società moderna ci sono moltissime oppressioni sui singoli, sfruttamento, isolamento, prevaricazione. basterebbe osservare la situazione politica economica e sociale che viviamo in Italia e il modo in cui siamo costretti a vivere…. perchè nessuno si ribella? perchè tutto scorre e solo alcuni movimenti insorgono? e perchè nonostante si insorga e ci si indigni tutto procede nello stesso modo? ma i singoli che subiscono in prima persona determinate violenze sistemiche sono impazziti poiché nonostante tutto stanno li e cercano di barcamenarsi? ecco, io ora tornerei alla questione animale. Secondo voi il problema è solo un fatto di coscienza? di informazione? di elevazione dello spirito? il ritorno all’animalità, al recupero dell’empatia e al vivere in solidale armonia con l’altro non è un processo che può iniziare e perseguire il singolo da solo, se non facendosi forza con l’dentitarismo di contrasto. ma siamo sicuri che il comune cittadino voglia essere un outsider? Gli individui cercano approvazione, riconoscimento, accoglimento nel sistema sociale di cui fanno parte e questa propensione è molto più forte di quanto si pensi. é alla base della regolazione dei rapporti sociali! Finché l’intera macchina sistemica ci dice che mangiare animali e sfruttarli è necessario, giusto, e giustifica queste prassi attraverso le strutture autorevoli della scienza, dell’istruzione, della politica sarà molto arduo “convincere” il comune cittadino che tutto questo è errato e fondato su una visione (che noi definiamo antropocentrica) distorta della vita sul pianeta. Le contraddizioni tra umano e animale interne all’individuo fanno parte di queste dinamiche. Se la liberazione è un processo, svincolarsi dall’antropocentrismo e dallo specismo sarà possibile, a mio avviso, solo a partire dallo smantellamento delle strutture stesse. Come? attivandosi dall’interno e non in contrapposizione binaria. (come ho scritto nel mio ultimo articolo).
    la non violenza è un mezzo non una strategia. orientarsi verso una forma di rispetto universale è invece un obiettivo che necessita strategie sociali culturali e economiche nonchè politiche.

  6. L.A. ha detto:

    @Roberto: personalmente ritengo che l’individualità sia andata persa tout court, non solo liberamente smussata su base sociale. L’esempio più evidente è dato dal fatto che nessuno deve rendere ufficialmente conto di ciò che pensa ma, nello stesso tempo, siamo è rinchiusi in un sistema di totale controllo sociale dove la libertà è formalmente e “fintamente” garantita quando, invece, viene letteralmente sottratta attraverso una prassi di dominio e controllo ideologico.
    L’insinuarsi all’interno delle (sovra)strutture sociali e politiche, per quanto i nostri ideali siano alti e giusti, equivarrebbe a perpetrare quella forma di violenza coattiva e reificante contro la quale ci stiamo così difficilmente battendo.
    La soluzione non è sostituirsi ad esse poiché in questo caso non faremmo nient’altro che ottenere noi ( = coloro che si battono per una liberazione umana, animale e non antropocentrica) quella forma di controllo prima esercitata da altri ( = dall’attuale “ancien regime”).
    Questa soluzione non è assolutamente una prassi non-violenta anzi, ci si identifica (anche attraverso quello che tu chiami “insinuarsi”) con il potere seppur positivamente.

    @Barbara Balsamo: come ho sostenuto nell’articolo non penso sia sufficiente parlare ai singoli ma questo percorso è fondamentale per ripristinare l’individualità perduta.
    Considerando anche la mia esperienza personale penso sia accaduto questo: nessuna struttura è venuta in mio soccorso eppur sono riuscito, tanto quanto voi, a staccarmi dal sentire comune (ovvero quello imposto dall’ideologia) proprio attraverso un rapporto cuore a cuore, individuo a individuo.
    Questa prospettiva è molto più complessa di quanto sembri a prima vista; non è sufficiente scrivere o parlare di antispecismo o di anti-antropocentrismo bensì bisogna attivarsi nella vita quotidiana, bisogna veramente cambiare il proprio stile di vita (il che non è riconducibile solamente a scelta alimentari), bisogna portare questa lotta nelle piccole cose, nei piccoli gesti.
    Insinuarsi all’interno di questo meccanismo luciferino significherebbe appoggiare indirettamente ciò che si sta condannando!
    Tolstoj lo spiega molto efficacemente attraverso un banale esempio: quand’anche ci fossero migliaia di giudici pronti a firmare una condanna a morte, essa non potrebbe mai essere eseguita se non ci fossero giovani soldati pronti a farlo. La soluzione quale sarebbe? Prima essere soldato (dunque uccidere) per poi sperare di divenire giudice e abolire la pena di morte? Quanti giudici serviranno per ottenere questo? Quanti soldati partiti con buoni propositi si fermeranno in questo percorso?
    Non è forse più facile ed efficace smettere di essere soldati?
    Ovviamente convincere un giovane ragazzo, continua Tolstoj, a non divenire soldato (dunque a staccarsi dal conformismo dell’epoca e dia potenziali vantaggi di essere un militare) è operazione molto difficile ma se mostrassimo agli altri quando buona è la nostra vita, quando bene facciamo a persone e animali, forse su 10 ragazzi 2 sceglieranno di non arruolarsi.
    Pensare di smantellare le sovrastrutture dall’interno è sicuramente un ideale nobile ma del tutto utopistico.
    Detto questo continua pure con tutte le tue forze la tua battaglia, attivati il più possibile in ciò che credi e sono sicuro che dovunque andrai riuscirai a mostrare il Bene presente in te e, sopratutto, nella tua prassi quotidiana.
    Non ho la pretesa di giudicare chi la pensa diversamente né sostenere che la mia idea sia la migliore in assoluto dunque dinnanzi alle tue convinzioni non mi chiudo a riccio bensì ti invito e ti sprono a continuare sulla linea che tu ritieni giusta. Il mio intento è solamente quello di problematizzare affinché ognuno di noi possa “aggiustare il tiro”, magari inglobando idee altrui.
    Personalmente, però, non penso sia la strategia migliore entrare in queste strutture di dominio e violenza poiché, ripeto, verremmo inglobati in esse e, anche contro il nostro volere, appoggeremmo il dominio e la sopraffazione da esse commesse.
    “Non siamo responsabile di tutto il male del Mondo ma di fronte a tutto il male del Mondo” (F.Dostoevskij) ed io questa responsabilità la sento davvero fortemente.

    • Badu ha detto:

      forse c’è un misanderstanding di fondo. Parlo per me che faccio antispecismo politico nel quotidiano, come affermi, e direttamente in prima persona oltre che attraverso progetti dell’associazione di cui faccio parte. Quando scrivi: Questa prospettiva è molto più complessa di quanto sembri a prima vista; non è sufficiente scrivere o parlare di antispecismo o di anti-antropocentrismo bensì bisogna attivarsi nella vita quotidiana, bisogna veramente cambiare il proprio stile di vita (il che non è riconducibile solamente a scelta alimentari), bisogna portare questa lotta nelle piccole cose, nei piccoli gesti.
      Insinuarsi all’interno di questo meccanismo luciferino significherebbe appoggiare indirettamente ciò che si sta condannando!
      questo è esattamente antispecismo politico! 🙂 la convinzione che questa teoria si fermi alle pagine di un blog o alle riflessioni teoriche di alcuni filosofi è semplicemente falsa. Per usare il tuo stesso esempio, se è così facile e risolutivo parlare ai soldati come mai nella realtà aumentano a dismisura al punto che le società odierne sono fondate sui sistemi militari? quello di cui sono convinta è che l’alternativa che oggi noi possiamo proporre al soldato è poco convincente poiché si inserisce nella società come alternativa di nicchia, fuori dal sistema. La mia convinzione è all’opposto! trovo molto più utopistico convincere uno a uno gli individui che non mobilitarsi capillarmente sul territorio per modificare radicalmente il corso della storia. Questo ovviamente avendo anche la capacità di contestualizzare di volta in volta le battaglie da portare avanti. Questo implica necessariamente un rapporto con i singoli, soprattutto a titolo di comunicazione e informazione ma facendo azioni che li coinvolgono, che è diverso dal “dire a”.
      Nessuno ha la verità ma come spesso ho detto ci sono elementi che volutamente ignoriamo e contributi che non vogliamo cogliere, ad esempio gli studi recenti nelle scienze sociali, che ci aiuterebbero a studiare il sistema per trovare le strategie adeguate oltre che a sfatare molte convinzioni errate. Io sono apertissima al confronto e al dialogo come mostri di esserlo tu, per fortuna, così magari, tra una mia parola e una tua e molte altre di altri attivisti, faremo un ulteriore passo in avanti!

  7. Roberto ha detto:

    Forse sbaglio, ma non è che ricontestualizzare le strutture sociali significhi debbellarle. Il problema reale è la divisione della società in classi e di riflesso la medesima gerarchizzazione all’interno delle strutture. La questione posta da Alessandro, del rischio di sostituire un sistema con un’altro di medesima conformazione, non sussiste dal momento che si insinua un pensiero che è contrario alla divisione classista. Occorre che l’interazione tra gli individui rifondi le strutture e che le strutture tornino ad essere interazione.
    Non si tratta di portare avanti un’antispecismo che educhi all’antispecismo, ma un pensiero che fornisca un’alternativa allettante allo specismo, e per farlo non occorre educare, bensì interagire.
    Ma dove si interagisce se non all’interno delle strutture sociali?
    Io ribadisco che l’antispecismo non può far a meno di insinuarsi nelle strutture della società.

    • Badu ha detto:

      condivido! e insinuarsi nelle strutture della società significa rivendicare con forza e fermezza l’antispecismo stesso in tutti i suoi aspetti. Attraverso questi graduali ma radicali passaggi potremmo ritrovare anche una nuova etica sociale.

      • MM ha detto:

        bella discussione, non appena riesco dirò la mia in modo più organico: contate che le questioni poste da Alessandro sono tante (la violenza, il potere, l’individuo ecc.) e quindi non è facile dare una risposta diretta. L’unica cosa che mi sento di dire così, a bruciapelo, è che non sono d’accordo su un’espressione che ho visto circolare qui: per me non esiste un “individuo originario” da recuperare, penso che l’individuo (che è termine che ha senso solo in rapporto dialettico con società e non da solo) non esista di per sè ed è un obiettivo, un fine dell’azione, non un presupposto. Ma appunto rimando la questione al dovuto approfondimento e alla dovuta e necessaria riflessione.

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