Umano troppo umano: quando l’antispecista perde le proprie radici

di Friedrich Ziege

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Sono trascorsi circa due anni da quando, compresa la legittimità del diritto di ogni essere vivente a vivere una vita dignitosa, intrapresi la strada della lotta per la liberazione animale divenendo effettivamente un ARA. In questo (breve) periodo ho percorso quella che reputo una profonda crescita personale dovuta anche alle diverse realtà all’interno del (non) movimento che ho avuto modo di elaborare e osservare in maniera critica. Sono così passato dall’attivismo cibernetico all’attivismo di strada. E’ però successo che entrambe le forme di lotta iniziarono a andarmi strette. Ora che vivo tali mondi in maniera più distaccata mi accorgo di quante contraddizioni si celano all’interno di ogni gruppo facente parte del (non) movimento.

In-coerenza intellettuale e Bipolarismo sociale

L’arma che spesso l’attivista per la liberazione animale impugna per affermarsi e distinguersi da chi attivista non è, è la coerenza o anche il rigore morale e comportamentale. Accusano quindi l’altro (la dicotomia noi-loro è l’argomento su cui disquisirò più avanti) di essere incoerente soprattutto nel caso che l’altro si dichiari amante degli animali pur avendo una coscienza specista. Tali persone si appoggiano, nella terminologia, alla filosofia antispecista sebbene non si rendano conto di quanto distanti siano i propri comportamenti da tale pensiero. E’ qui che viene svelata l’incoerenza intellettuale: spesso si legge che una società antispecista è un insieme di individui che prende le distanze da ideologie quali il sessismo, il razzismo e il classismo. Eppure, con profondo disgusto da parte mia, nascono pagine facebookiane e blog in netto contrasto con la tanto ostentata apertura mentale. Due esempi ne sono “L’onnivoro ritardato” e “First Vegan Reich”. La prima è una triste mancanza di rispetto nei confronti di chi soffre del deficit cognitivo socio-relazionale. Utilizzare un termine che descrive una realtà di sofferenza e disagio in modo denigratorio è assurdo se fatto da chi racconta di combattere proprio i meccanismi di oppressione e emarginazione, (trovatemi, argomentando, la differenza tra questo e dare del “mongoloide” a qualcuno e vi pago una birra!) ma soprattutto reca sgomento, sofferenza e disprezzo in chi nel quotidiano vive una realtà così dura. Riguardo la seconda pagina c’è poco da dire: basti pensare al periodo storico che la parola “Reich” evoca nelle menti delle persone per carpirne il contrasto tra l’ideologia professata e quella applicata. Esattamente come nel Terzo Reich non si accetta il confronto ma solo un perpetuo utilizzo dell’odio nei confronti della società specista. Mi chiedo allora: se i loro amici, partner e parenti venissero additati come “ritardati” augurando loro morte e malattia, avrebbero la coerenza di fare altrettanto? In-coerenza c’è incoerenza. Dove si può quindi rintracciare la coerenza? Un po’ di sociologia spiccia potrebbe aiutare a risolvere l’arcano. All’interno di qualsiasi gruppo, sebbene i singoli individui si ritengano immuni da tali dinamiche, si sviluppano:

Concetto di sé: questo cambia sensibilmente quando ci si sente appartenenti ad una micro-società. “[…] è più probabile che un soggetto definisca se stesso sulla base dell’appartenenza ad un gruppo che su quella di altri motivi personali. Questa appartenenza può avere allora delle conseguenze positive o negative per la propria autostima, in funzione delle sorti del gruppo.” (A.Pedon – Psicologia – 1993).

Norme: in ogni gruppo si sviluppano delle norme, anche tacite, atte alla conservazione del gruppo stesso. Esse descrivono infatti i comportamenti che gli individui devono adottare per soddisfare le aspettative reciproche tra i membri del gruppo. L’identità di gruppo è quindi qualcosa che non può essere delusa essendo in gioco il riconoscimento e l’accettazione dell’individuo per cui è importante avere negli altri un riscontro dei propri valori e ideologie. E’ quindi inevitabile che chi non rispetti tali norme venga visto come “un altro da sé”, un nemico da combattere. E’ inoltre preferibile avere qualcosa da combattere piuttosto che riconoscere l’utilità della dialettica e dell’apertura sociale nei confronti de “l’altro”. In sintesi si è finiti in una guerra che rischia di non avere fine, in nome di quella che ogni gruppo ritiene giustizia. Un’orribile spaccatura tra diversi nuclei è l’effetto di tale bipolarismo sociale e -perchè no? – anche tri, tetra, pentapolarismo.

Necessità del Male


Presa coscienza della frattura sociale mi viene spontaneo domandarmi con quali pretesti tali differenze vengano affermate. Il vegano/attivista/animalista ha l’abitudine di attaccare veementemente l’onnivoro/specista riconoscendo in quest’ultimo la causa primaria delle sofferenze animali e del pianeta. Nasce così l’umano distruttore, visto come l’incarnazione del Male Assoluto. Questa visione è necessaria dal momento che ci si mette dalla parte del giusto. La Natura stessa, come la società di dominio ci ha insegnato per millenni, è dicotomica e fatta di contrasti (alto vs basso, caldo vs freddo, morbido vs duro). Possiamo davvero riscontrare nel singolo i motivi per cui lottiamo? Per fare un po’ di chiarezza potrebbe tornare utile sfogliare gli scritti di qualche antropologo. “(l’antropologia economica) è quella branca della disciplina che dibatte i problemi della natura umana in rapporto diretto con le decisioni dell’esistenza quotidiana per procurarsi da vivere.” (R.Wilk, 1996) L’ascesa del sistema capitalistico ha dato una possibile interpretazione del termine “economia”: ottenere il massimo della soddisfazione al minor costo possibile.”. Se invece spostiamo l’attenzione sul punto di vista istituzionale: “L’economia è sempre inserita in istituti culturali più vasti e potenti che la plasmano.” (Halperin, 1994) Appare evidente ai miei occhi (non che sia una verità assoluta) che molto dello specismo viene dettato da tali istituzioni capitalistiche e non, il cui desiderio è quello di decidere le decisioni dell’individuo. Basti pensare alla continua crescita degli allevamenti intensivi e i prezzi irrisori dei prodotti di derivazione animale; cosa dovrebbe fare un padre di famiglia che riesce a malapena a pagare l’affitto? Mangiare è una necessità pertanto viene costretto ad acquistare ciò che conviene in termini economici. Altro esempio ne è la scuola, istituzione che più di tutte influenza il futuro della società crescendo gli specisti di domani. Ne ho avuto personalmente conferma a giugno, quando mio fratello tornò a casa con un compitino sulla produzione del latte: vi erano raffigurate mucche sorridenti e l’allevatore “buon samaritano” preoccupato della salute dei bambini. Insomma, veniamo educati su presupposti di una realtà falsata dalla più meschina delle menzogne. Mi viene difficile, dopo tali premesse, ricercare le cause dello sfruttamento animale in una persona così influenzata dall’alto piuttosto che in chi ha il potere di decidere cosa la società consuma. Una soluzione potrebbe essere cambiare le strategie di lotta anziché fare proselitismo per le strade. Dovremmo invece avviare dibattiti, piuttosto che guerre, perchè: “Forme estreme di noi-contro-loro possono produrre una percezione dell’identità sociale fondata sulla svalutazione e la stigmatizzazione dell’altro, come un  nemico meno che umano.” (Nancy Scheper-Huges)

Vegano, troppo Umano


Vorrei infine affrontare una questione che mi sta particolarmente a cuore. Purtroppo noto, con sgomento e preoccupazione, una certa sciocca e altezzosa ubris anche tra i vegani “migliori”: vengono scelte amicizie, relazioni e anche solo la possibilità di instaurare rapporti, partendo dal presupposto che l’altro abbia aperto gli occhi come abbiamo fatto noi. Insomma, se hai preso la nostra stessa scelta vai bene, al contrario vieni escluso a priori. Viene attribuito al veganismo il valore di qualità, dote, qualcosa di fondamentale. Non è così, non può e non deve essere così. Come ho detto poco fa si tratta di una scelta. Farne pertanto una discriminante fondamentale non realizza altro che l’allontanamento dalla persona, dall’umano (inteso non come “servomeccanismo di tipo cibernetico” ma come individuo con un proprio complesso di valori, bisogni e sentimenti) e da ciò che veramente conta nel prossimo. Non si fa altro che “sputare nel piatto in cui si è mangiato”, rinnegare ciò che siamo stati fino a pochi mesi o anni prima. Sembra quasi che si abbia vergogna del proprio passato. Questo distacco non permetterà alla vera emancipazione di verificarsi ma determinerà solo l’interminabile prosieguo della guerra tra vegani e onnivori. Se veramente vogliamo divenire superiori dovremmo riuscire ad aprire mente e cuore anche su tutto ciò senza dimenticare che tanti difetti troviamo tra i “nostri simili” e tante splendide persone sono ancora onnivore. In conclusione di questo scritto di cui tutti sentivano il bisogno vi rivelo una verità osando parafrasare ancora il mio filosofo preferito: E’ sì Vegano ma ancora Umano, troppo Umano.

Bibliografia:

Antropologia Culturale – E. A. Schultz, R. H. Lavenda – Zanichelli

Psicologia e Società – F.Biancolella (a cura di) – Armando Editore, 1995

Antropologia della Violenza – F. Dei (a cura di) – Meltemi, 2005

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Comments
11 Responses to “Umano troppo umano: quando l’antispecista perde le proprie radici”
  1. frantic ha detto:

    chapeau! 😀

    • Friedrich Ziege ha detto:

      Mi fa piacere che qualcuno abbia apprezzato e reperito il messaggio. Lo prendo come un incoraggiamento. Grazie 🙂

  2. robi ha detto:

    ciao , concordo con te (quasi) in pieno! da parte mia penso che il problema sia da ricercare in un atteggiamento mentale che precede il riconoscimento in un gruppo: intendo dire che siamo strutturati attualmente in modo tale che spesso siamo in grado di individuare delle soluzioni a quello che non ci piace nella vita o nel mondo e poi però forse perché la sofferenza nel rendersi conto che siamo stati noi stessi artefici di quella sofferenza che abbiamo voluto eliminare è molta o anche perché è sempre difficile tirarsi fuori dal gruppo e ballare da soli finiamo per far diventare le soluzioni trovate (in questo caso il veganesimo) dei diktat intellettuali che in quanto scaraventati nell’area del logos e sradicati dal loro nucleo di origine, dalla fonte intendo dire dell’empatia umana ovvero dell’empatia come fenomeno tipicamente umano ma potenzialmente rivolto a tutti gli esseri senzienti, diventano motori di polarizzazione all’ennesima potenza. Ovvero si diventa vegan spesso per spinte non razionali ma irrazionali e legate a motivi più vicini a un acuirsi della sensibilità che all’elenco di buone ragione per non mangiare carne… (per questo poi molti non diventano vegani pur sapendo che sarebbe in teoria meglio per tutti, perché la spinta non è razionale ma emotiva, di pancia,o se vogliamo di “antenne”) . Poi però succede che si scopre che la scelta vegana non è irrazionale, nel senso che è piena di risvolti logicamente ineccepibili (salute, pianeta, etica etc etc): e questo è il momento in cui ci freghiamo da soli, perché a quel punto queste ragioni in teoria inconfutabili diventano delle armi con cui ci difendiamo dalle offese degli onnivori. Perché diciamolo, soprattutto all’inizio quando la scoperta dei mali subiti dagli animali fa veramente sanguinare il cuore, ogni battuta, ogni frase che contenga l’espressione “bella bistecca”, ogni apprezzamento sulla bontà delle carni di agnello, prima di farci incazzare ci FA MALE, perché ormai siamo noi l’agnello sul piatto, il delfino nell’acquario, la mucca sfinita…e allora come è naturale che sia ogni volta che un animale come anche noi siamo è portato all’esasperazione usiamo le armi che abbiamo per difenderci, e dato che abbiamo in mano armi intellettuali come gli animali che in questo caso solo noi siamo ce ne esaltiamo perché queste armi ci portano come astronavi del pensiero in un mondo perfetto, in un prossimo futuro dove chi ancora mangia carne è un poveraccio e solo i vegani entrano a far parte dell’elite umana risvegliata. E così paradossalmente costruiamo un mondo ideale dove corporeità, contraddizione, dissenso e sorprese non sono più possibili, e dove l’empatia non è più di casa. Ma siccome è un mondo freddo freddissimo perché come astronauti abbiamo lasciato dietro di noi tutto quello che era la nostra casa per non doverne più sopportare le contraddizioni adesso ci troviamo a cercare una nuova casa, e a costruircela su un masso, un satellite inospitale, con i compagni che ci troviamo intorno. E di cosa si parlerà in questa casa se contraddizioni e dissensi non sono più consentiti per l’edificazione del nuovo edificio? dei nemici, degli altri, che sono diventati i custodi , paradossalmente, delle nostre emozioni. Sembra assurdo, ma siamo talmente fatti per vivere di emozioni che preferiamo l’odio al niente, e così diventiamo vegani che odiano.Di qui l’incoerenza che denunci tra ideale antispecista e atteggiamento discriminatorio…
    Però da parte mia penso che non abbia senso appellarsi alla coerenza perché è proprio dal concetto di coerenza che dovremmo liberarci se questo porta poi a vivere spasmodicamente in cerca di una perfezione granitica che non attingeremo mai e che non fa che allontanarci da noi stessi…i vegani antispecisti sono incoerenti? bene! vuol dire che sono ancora umani. Ma poi c’è un altro insieme di suggestioni che vorrei fossero prese in considerazione: non voglio dire concetti perché i concetti sono freddi, le suggestioni, le emozioni sono calde e vive. e quindi è alle emozioni che dobbiamo tornare, o cercare di tornare anche se il dolore è tanto: le emozioni sanno tenere insieme la contraddizione di amare un padre anche se mangia la carne, di provare solidarietà e tenerezza e amore a prescindere dalle scelte altrui. Ed è questa la base vera per andare avanti: la sfida è continuare ad amare nonostante gli altri ci facciano male, non cedere e non retrocedere dalle proprie scelte di vita se ci corrispondono ma allo stesso tempo non lasciare che queste posizioni diventino dei paraocchi; rendersi conto che potremmo trovare qualcosa di noi stessi in ogni essere vivente, anche nel dittatore, anche nel pedofilo, anche nel carnivoro.

    Per questo e perché penso che la capacità di empatia in noi animali umani sia come quella di usare un linguaggio, ovvero che sia innata ma che abbia bisogno di un mondo esterno che insegni come applicarla, non credo che si possano “pietire” le persone perché in fondo “i potenti” le hanno indottrinate. Questo non fa che creare una nuova scissione noi/loro (noi buoni costretti a subire e loro potenti bastardi che ci impongono tutto):in realtà nessuno è in grado di farci fare spontaneamente e in modo continuativo cose che non ci piacciano almeno un poco…piuttosto penso che se possibile sia proprio all’animale umano capace di empatia che tutti noi siamo (potenti inclusi) che dovremmo cercare di parlare, perché è lì che possiamo far capire le nostre ragioni profonde, il senso dello spaesamento e dell’orrore nel vedere trucidare esseri innocenti che soffrono come noi,e far capire con uno sguardo un sorriso o una lacrima cosa significa vedere lo sguardo terrorizzato di un animale al macello … .

  3. kay ha detto:

    Di solito non amo essere coinvolta in discussioni sul comportamento che presumibilmente dovremmo tenere nei confronti degli “altri” (non facenti parte della categoria di persone che sono solita frequentare abitualmente), guarda caso a causa degli stessi che, dopo ripetuti tentativi falliti di ricercare un dialogo mi hanno progressivamente spinto a perdere completamente fiducia nel genere umano.
    Ora, non dico di non poter capire (e, anche se solo in parte, condividere) le tue parole. Sono una persona che tende sempre a rispettare gli altri, e anche per questo credo di sentirmi in dovere di esporre la mia replica.
    Credo che il tuo discorso sia estremamente generalizzante e non porti ad alcuna conclusione utile al movimento. All’inizio, tu parli dell’incoerenza e in effetti mi sento presa in causa essendo per me un argomento di grande importanza. Il fatto che uno si definisca antispecista non implica affatto che si debbano rispettare, condividere ed accettare le idee altrui, specialmente se queste idee ledono la vita e la libertà di qualcun’altro.
    E’ anche vero che non tutti hanno i mezzi per capire fino in fondo certi concetti. La società non permette al singolo di pensare individualmente (e, quanto a questo, hai ragione a dire che succede anche ai vegani) e figuriamoci se una persona preferirebbe ritrovarsi tutti contro per aver pensato con la propria testa: “non ne vale la pena”, dicono. Brutta, la solitudine.

    Ma il buonismo a tutti i costi e la tacita accettazione no, non mi vanno giù. Non accetto chi,seppur posto di fronte ai fatti e alle sofferenze se ne infischia. Non accetto quelli che “io rispetto le tue opinioni” e poi quelle opinioni sono la voluta ignoranza delle sofferenze degli animali. E non accetto di essere criticata per questo. Non è che mi sento superiore a qualcuno, neanche voglio imputare la colpa esclusivamente a questi “consumatori”. Ora che ho preso coscienza di alcune cose, penso alla “me stessa” di prima come ad una stupida.
    Il veganismo non è solo “non mangiare”, è proprio un altro mondo. E non me la sento di accettare gli onnivori, pure se la colpa non è loro, pure se anche io lo ero e pure se dovrò rimanere sola per questo. La guerra tra vegani e onnivori è necessaria, perché noi vogliamo abolire la schiavitù… loro se la mangiano.

    • Rod ha detto:

      L’articolo contiene degli spunti interessanti (per quanto mi riguarda) ma nel complesso mi ha lasciato un amaro gusto di buonismo a tutti i costi. è vero che non tutti sono pienamente consapevoli del male provocato dalle loro scelte e che dovremmo concentrare il nostro disprezzo verso chi regge le fila del sistema di sfruttamento ma questo non basta a giustificare ogni scelta… come se fosse, appunto, solo una scelta senza conseguenze.

      Io scelgo comunque di circondarmi e di frequentare le persone che sento più vicine, e in questo i vegani (con tutte le loro contraddizioni) sono un gradino più in alto. Proprio per l’empatia e il rispetto che dimostrano e mettono in atto essendo tali.

      Condivido in pieno la conclusione di kay!
      Per mettere fine a una ”guerra” le due parti devono trovare dei punti in comune, gli onnivori per definizione non tengono in considerazione la nostra richiesta fondamentale: il rispetto per tutti gli ”animali” (umani e non umani).

      Allora su cosa possiamo fondare la pace?

  4. marisa arena ha detto:

    condivido fino all’ultimo rigo, anzi proprio l’ultimo rigo diventerà una mia massima di vita. meglio soli che male accompagnati- diceva mia madre-. marisa

  5. L.A. ha detto:

    Finché si continueranno a costruire assurdi gruppi discriminatori (che essi siano basati sul sesso, sul coloro della pelle, sulla classe, sulle scelte alimentari/di vita) mai nessuna liberazione (animale o umana che sia) avrà mai luogo.
    Dico di più: nessuna forma di liberazione sarà mai possibile se i presupposti sono questi.
    Nonostante non condivida pienamente la prima parte dell’intervento di Ziege, appoggio fortemente la riflessione finale: è inutile parlare di empatia nei confronti degli esseri viventi non umani oppure della necessità di ridurre le loro sofferenze se non siamo in grado di rispettare, considerare (seppur criticamente) ed accettare opinioni differenti dalle nostre.
    Ovviamente ognuno sarà libero di coltivare nella sfera privata le relazioni che più riterrà giuste, l’importante è non attuare nessuna forma discriminatoria nei confronti del’alterità.
    A mio modesto parere non accettare gente di colore per via della loro diversa carnagione e non accettare/rispettare animali umani aventi scelte alimentari differenti dalle nostre non fa nessuna differenza.

    Alessandro

    • robi ha detto:

      non credo sia buonismo cercare di mantenere attive le antenne e non trincerarsi dietro a risposte preconfezionate tipo vegano=buono; non vegano=cattivo. In ogni caso che le si accettino o no modalità di vita diverse da quelle che ci corrispondono di più esistono, possiamo decidere di farci la guerra o di evitare che queste modalità non ci impediscano di riconoscerci comunque negli altri. personalmente come la teresa batista di jorge amado sono stanca di guerra.questo non significa che commenti e comportamenti insensibili non feriscano più ma ho capito che sono frecciatine che se cadono nel vuoto tornano indietro al mittente, che incazzarsi col mondo non vegano nel tempo mi ha solo fatto passare per una mezza pazza senza convincere nessuno a cambiare stile alimentare. La questione non è accettare o no, tanto se io non lo accetto cambia qualcosa? è chiaro che per me non è accettabile trovarmi un pollo nel piatto, e in una discussione sul cibo non indietreggio rispetto alle mie scelte ma ha senso vivere giudicando gli altri perché non hanno fatto (per ora) le stesse scelte? non siamo già troppo pieni di etichette nel nostro mondo? tant’ è vero che poi quest’ansia classificatoria ci porta anche a farci la guerra tra vegetariani e vegani e (cosa ancora più paradossale) tra vegani cottisti e vegani crudisti, tra crudisti e fruttariani, tra vegani salutisti e vegani etici che per sgomberare il campo da qualunque sospetto che siano vegani per altro dall’amore per gli animali si mangiano vegschifezze e si incazzano se qualcuno gli parla dell’importanza del biologico…basta, basta. siamo quello che siamo, cerchiamo tutti di essere il meglio che riusciamo e non stiamo sempre armati di tutto punto pronti alla battaglia; non fosse altro perché tanto con la forza non si convince nessuno, si finisce per sembrare obama che porta la democrazia in medio oriente…

      a proposito della annotazione di Alessandro: c’è una differenza tra a discriminazione verso chi ha la pelle di un colore più intenso del nostro e chi non è vegano; la pelle bianca, olivastra, nera, di per sé non implicano l’assassinio di qualcuno; chi mangia carne latticini e via dicendo avalla o causa sofferenza e morte anche se spesso in buona parte inconsapevolmente. Però in effetti la tua osservazione è interessante perché mi viene da chiedermi se in fondo in entrambi i casi non sia in atto comunque un meccanismo proiettivo (loro il male, noi il bene) che in definitiva prescinde da quello che una persona sia nella realtà e la rende un simbolo del male sempre e comunque

      • kay ha detto:

        Nessuno qui pensa che vegano sia sinonimo di buono (tant’è che in realtà io stessa spesso ho poco da spartire con un sacco di vegani) e ne sono la prova tutti quelli che si autodefiniscono antispecisti e poi li ritrovi che inneggiano al duce (e non mi dite che questa gente ha idee che dovremmo rispettare). Ma mi sembra assurdo, sinceramente, ricercare un dialogo o provare a riconoscersi con una persona che pone come base di vita la sopraffazione dei deboli (senza per altro far nulla per evitarlo). Ok, la società ci condiziona, ma c’è un limite entro il quale le azioni di un individuo possono essere giustificate (e questo vale per tutti e in tutti gli ambiti).

  6. Friedrich Ziege ha detto:

    Buongiorno,
    ringrazio tutti per la lettura e le risposte.
    In giornata replicherò a tutti, appena mi sarà possibile, sperando nel supporto dei miei deficit di attenzione 🙂

  7. Friedrich Ziege ha detto:

    Bene, ho trovato le risposte molto interessanti alcune delle quali hanno, in un certo senso, arricchito quanto da me scritto.
    Mi limiterò quindi a precisare solo un paio di cose:

    Non ho voluto parlare di ciò che spinge il pensiero e il comportamento dei singoli individui perchè credo di non averne le capacità, per questo ho preferito affrontare il discorso dal punto di vista della “psicologia dei gruppi”.
    Sono d’accordo con quanto detto da Robi, soprattutto quanda parla delle spinte emotive e dell’empatia che rendono Umana la persona. Già nel titolo, forse fuorviante, ho tentato di esprimere il mio pensiero e cioè: Vegano, troppo umano nel senso che è,spesso, esattamente come gli umani condannati. Ma magari ci fosse un ritorno all’umanità!
    Considero infatti la società molto poco umana e trovo nel termine stesso “umanità” un’accezione ormai negativa.

    Secondo, non mi ritengo di aver peccato di buonismo (e sinceramente non trovo neanche che sia una cosa negativa se c’è coerenza tra l’essere buoni e l’agire da buoni).
    Non credo di aver neanche generalizzato: non ho scritto che TUTTI i vegano sono così ma ho tentato, con i miei pochi mezzi, di parlare degli aspetti negativi di questa micro-società.

    In ultimo, non ricordo chi l’ha scritto, non ho le pretese e neanche la voglia di essere utile al (non) movimento.
    Ciò che ho voluto esprimere è ciò che in qualche modo mi reca fastidio, sofferenza o quant’altro in qualcosa che inizialmente mi coinvolgeva molto a livello emotivo ma che successivamente ho iniziato a vivere con maggiore distacco…anche per non finire in una sorta di burn-out 😉

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