Teriofobia for dummies

di Serena Contardi

L’articolo Teriofobia di Marco Maurizi ha suscitato numerose critiche. Non mi riferisco al disappunto che esso ha sollevato tra i sostenitori della vegefobia, che si vedevano ivi contestato un concetto nel quale evidentemente credono e al quale hanno ritenuto di dar forma con una risposta collettiva, quanto a commenti assai più ironici e svagati, dispersi qua e là nel web. Questi scemi di vegani, s’è detto, si sono inventati pure la “teriofobia”: mangiamo la gallina perché ne abbiamo paura.
Ora, persino io sono persuasa che noi vegani troppo furbi non dobbiamo esserlo, ma se volete pigliarci per il sedere in maniera efficace, dovete farlo nel modo giusto. In particolare, se avete intenzione di farci passare per imbecilli, dovreste previamente preoccuparvi di non passare per imbecilli voi stessi: come posso prendervi sul serio, se sembrate ancora più imbecilli di me?

Marco Maurizi dà una definizione di teriofobia non banale, o almeno non appiattibile sulla banalizzazione che ne è stata fatta. In effetti, Maurizi ha una grandissima colpa: quella di argomentare in maniera articolata. Sei noioso, Maurizi! E anche un po’ grafomane. Questa imperdonabile macchia gli vale immediatamente il suo castigo: chiunque citi quanto scrive, tre volte su quattro lo distorce. Io non so quale sia la reale causa di questo contrappasso fatale, ma mi sento di avanzare tre ipotesi:

a) Il Maurizi non è letto
b) Il Maurizi non è compreso
c) Il Maurizi è volutamente frainteso, in malafede

Poiché la terza alternativa è la meno edificante di tutte – o almeno lo è per me – ed io, come ogni antispecista che si rispetti, vivo in un fatato universo Disney dove cattiveria e disonestà non esistono, voglio credere che la leggerezza di chi ha parlato di “paura della gallina” sia imputabile al non aver letto o al non aver inteso. Nel primo caso, invito caldamente l’infelice a provvedere; nel secondo, mi offro volontariamente come interprete o insegnante di sostegno. Dovrebbe essere abbastanza facile seguirmi perché, mentre Maurizi legge Hegel in tedesco, io faccio la cretina su facebook. Questo potrebbe riverberarsi nel nostro stile.

Fortunatamente, sui social network succedono anche cose interessanti. Gramsci, per capire la società, studiava i rotocalchi, e Adorno speculava sulle rubriche di astrologia: io sono una quaquaraquà qualsiasi, ma gli occhi per vedere ce li ho. Forse anche un cervello per pensare.

Prima di spiegarvi perché cito i social, facciamo un passo indietro. L’articolo di Maurizi descrive la teriofobia nei termini di una paura dell’animale, sì, ma aggiunge subito che ciò che fa davvero paura è l’oggetto di una rimozione. Non vi è alcun bisogno di aver letto Freud o i Francofortesi – che pure sarebbe bene leggersi – per ammettere che l’umano si costituisce nel suo distinguersi dall’animale, che questa contrapposizione è una caratteristica strutturale della civiltà. Ovviamente la contrapposizione è soltanto apparente: siamo animali pure noi e, per vivere in società, assieme alle vacche abbiamo addomesticato anche noi stessi. Credete che il gesto con cui ci siamo elevati al di sopra del resto del vivente non abbia avuto alcuna ripercussione a livello simbolico? A meno che non siate ancora invischiati in quella vetusta tradizione filosofica che fa del sé una sostanza immateriale ed eterna, distinta dal corpo, dovete ammettere che la nostra identità, lo stesso concetto di “umano”, non è qualcosa di fisso e immutabile ma si articola nel corso della nostra storia ed è suscettibile di continue aggiustature e raffazzonamenti. Siamo ciò che facciamo, e tenete conto che di cazzate ne facciamo parecchie. Se, dacché è nato, l’uomo civile si è pensato come assolutamente separato dagli altri animali, non potete sperare di ricucire questa frattura dando un paio di esami su Dawkins all’università. O forse potete, ma qui – e finalmente veniamo ai social – non lo state facendo:

L’immagine è quella di una giovane donna che allatta un cucciolo di pecora. Può essere un’immagine forte, e ci sarebbe da capire perché, ma ciò che viene mostrato è pace e freschezza. Veste di azzurro, su un prato. La carnagione è chiara, la pelle perfetta, il seno piccolo e florido. È bella, è immersa nella natura, non c’è niente di volgare. Eppure guardate i commenti: “dimmi che non era un porno”, “imbarazzante”, “una nuova peversione”, e in ultimo “e con questa immagine disgustosa cosa vorrebbero dimostrare?”.

I termini porno e perversione, utilizzati in un’accezione chiaramente negativa, richiamano la sfera della promiscuità sessuale. Imbarazzo sembra sinonimo di disagio. Disgustoso non ha bisogno di essere tradotto: dà il voltastomaco. Paiono reazioni un filino spropositate, in relazione a una bella figliola che dà il suo latte a un neonato (sebbene non umano). I nostri telegiornali passano di continuo servizi di cani che allattano gattini o cose del genere, e alla gente il tutto sembra tenero ed edificante, perché questa ragazza dovrebbe apparire “sporca” o fare schifo? Perché l’essere umano non è un animale come gli altri, evidentemente, e tale deve restare: mettere in dubbio questo limite provoca rabbia e fastidio. Ma la promiscuità che la fotografia suggerisce non è certo di tipo sessuale. Quella meravigliosa poppata interspecifica sfuma il confine che abbiamo posto tra noi e loro, e che ci consente di riconoscerci, di sapere chiaramente chi siamo. Se gli altri, i totalmente altri in opposizione ai quali ci siamo sempre definiti si avvicinano tanto, cosa succede? Si approssimano, ci toccano, succhiano, proprio come succhierebbero i nostri figli: skàndalon! I peli si rizzano e si accappona la pelle. È un moto difensivo, un automatismo incontrollato che dice tanto sulla teriofobia, forse più delle parole. Se non avete letto Maurizi, o non l’avete capito, interrogate quel disgusto.

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Comments
9 Responses to “Teriofobia for dummies”
  1. S. ha detto:

    mi chiedo cosa avrebbero da dire sull’immagine che spesso ho visto della donna indiana che allatta un vitello… -.- http://www.focus.it/Allegati/2012/1/reu_rtr2hhlk-copia_654028.jpg

    non c’è niente di schifoso e imbarazzante… l’istinto materno è universale, la compassione e l’amore non sono razzisti….. e in ultimo se l’uomo può bere il latte di una pecora o una mucca, perché un vitello o un agnello non possono bere il latte di una donna?

  2. f. ha detto:

    Temo siano stati commessi alcuni errori (anche “gravi”) nella costruzione dell’immagine, per questo si presta a fraintendimenti e commenti volgari. Sono errori di carattere estetico ecc. primo fra tutti la posizione della donna (l’agnellino è fra le gambe aperte); il prato non è verde ma secco; il vestito non è azzurro ma è quello che è (domanda: perché l’azzurro avvicina alla Madonna? Un errore anche questo, credo). Nel complesso l’immagine è sciatta, anche mal tagliata, come se fosse stata estrapolata da un’altra immagine più grande… La sua colorazione comunica luoghi di degrado…

    • Serena Contardi ha detto:

      Io non lo credo. Come emerge da questo commento http://www.odditycentral.com/pics/women-breastfeeding-animals.html e da altri, dispersi per il web, è lo stesso soggetto dell’immagine a suscitare nausea e disgusto. I dettagli estetici hanno certamente la loro importanza, ma eviterei accuratamente di ridurli ad un’interpretazione univoca: io, insieme ad altri, apprezzo quella foto e la trovo bella, “nonostante” l’agnellino fra le gambe, il prato non (artificialmente) verdissimo, il vestito non azzurro ma quello che è – forse dovrei decidermi ad andare dall’oculista. Non vedo degrado, a me personalmente non trasmette questa sensazione.

  3. rita ha detto:

    No, nemmeno a me trasmette sensazione di degrado. Il mio occhio cade sulla boccuccia dell’agnellino nell’atto di suggere il latte. La testa dell’agnellino è centrale sulla foto, quindi l’attenzione è lì che va a finire.
    Poi personalmente ho notato anche che la ragazza è molto carina.
    Vedi quanto persone diverse possono notare cose diverse di una foto? Sinceramente al colore dell’erba nemmeno avevo fatto caso… che poi sì, è un colore naturale, non trattandosi di un’immagine ritoccata.
    Secondo me non è un’immagine sciatta, è solo uno scatto naturale, non costruito. Voglio dire, non credo volesse avere pretese artistiche, ma solo di documentare.

    Nell’iconografia classica l’abito della Madonna è sempre blu, un colore che simbolicamente rimanda alla spiritualità e trascendenza.

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  1. […] immagini di scalpore non ne hanno suscitato. La ragazza che allatta il cucciolo di pecora è una pervertita, queste donne che flirtano con animali morti promuovendo un brand, invece, vanno benissimo. Oibò. […]

  2. […] immagini di scalpore non ne hanno suscitato. La ragazza che allatta il cucciolo di pecora è una pervertita, queste donne che flirtano con animali morti promuovendo un brand, invece, vanno benissimo. Oibò. […]

  3. […] for dummies, di Serena Contardi http://asinusnovus.wordpress.com/2012/07/10/teriofobia-for-dummies/ . Occhio alla foto, […]

  4. […] [4] A questo proposito mi permetto di rimandare al mio Teriofobia for dummies, http://asinusnovus.wordpress.com/2012/07/10/teriofobia-for-dummies/. [5] Ad onor del vero Ciro Triano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Nazionale […]



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