L’antianimalismo e quell’indignazione a buon mercato…

di Serena Contardi

Gli animalisti hanno molti difetti. Cocciuti, sentenziosi, verbalmente violenti e talvolta misantropi. C’è pero una qualità che non manca loro, e che spesso colpisce l’osservatore esterno: lo zelo con cui si prodigano per difendere gli animali. Gli animalisti si sbattono, come pochi altri. In un mondo dove regna l’indignazione a buon mercato – «è una vergogna!» ribadiscono il postino, la casalinga, il medico, prima di estinguere la propria rabbia in un cappuccino – che è diventata il surrogato dell’impegno e della presa di posizione perché costa niente, c’è chi il mondo ha voglia di cambiarlo davvero, e non si ferma alle parole dette e ripetute. Chi sceglie di agire incorre in errori; chi vive d’inerzia, gli errori si limita a rilevarli. Non solo, a indicarli con tanto più astio e risentimento, perché diventino la conferma che non vi è nulla di male nel suo adeguarsi: ribellarsi è sciocco e puerile, molto più adulto accettare la realtà, sguazzarci dentro.

Mi sono chiesta, a volte, cosa infonda tante energie agli animalisti, che sono pochi, senza mezzi, canzonati dai più insieme agli ambientalisti: gli scemi per definizione. Hanno contro tutti, è questo il loro elisir. I movimenti umanisti si muovono all’interno di una contraddizione: la stessa società che predica l’uguaglianza umana e la assume come valore positivo, promuove l’ineguaglianza, ne ha bisogno per proliferare. Siamo razzisti, sessisti, omotransfobici, ma sulla carta stigmatizziamo gli stessi atteggiamenti che incarniamo e replichiamo: li “combattiamo” dichiarandoli piuttosto sconvenienti. Come nota Peter Singer, nessuno fra gli accaniti antianimalisti che amano spendere il proprio tempo elencando ad una ad una le incongruenze dei sostenitori dei diritti animali si è mai ridotto in povertà per venire in aiuto ai popoli di altri paesi che muoiono di fame, dando prova di tenere realmente a quell’idea di uguaglianza con la quale non perde occasione d’infarcire i propri bei discorsi (il popolo applaudirà). Questo perché essa è nient’altro che un’idea, una frottola che si apparecchia bene sulla bocca del bigotto e a cui tutti credono o fingono di credere, specialmente quando diventa funzionale a incipriare l’effettiva ineguaglianza e a renderla sopportabile a chi ne guadagna. Lo sfruttamento della vita animale, invece, non solo è praticato ad ogni livello e reso parte integrante del sistema (come quello della vita umana), ma non è neppure disconosciuto, è anzi accettato e approvato dai più, considerato giusto e niente affatto disdicevole. La differenza di specie lo legittima, e, diversamente da quanto accade per la differenza di sesso, razza, ceto sociale, non è necessario nasconderlo sotto al tappeto. Nessuno si occupa degli animali, neppure nominalmente, se non gli animalisti. Non hanno da cambiare solo un sistema ipocrita e falso, che tradisce gli stessi valori su cui afferma di basarsi, ma debbono, loro malgrado, mettere in discussione questi stessi valori: è naturale che ci concentrino tutti i propri sforzi, essendo i soli a farlo.

Questa sollecitudine comincia a disturbare. Chi sullo sfruttamento animale ci vive, e chi in generale è nemico della sollecitudine, perché non la conosce e ne è offeso. Entrambe le categorie reagiscono con piagnistei isterici, insistendo demagogicamente sulla preminenza dell’umano (un umano fatto a loro immagine e somiglianza e geograficamente localizzato: un 20% scarso della popolazione mondiale) e alimentando confusione e qualunquismo attorno al variegato universo animalista, che è composto di protezionisti, liberazionisti, zoofili, generici animalisti e antispecisti: differenze che hanno interesse a tacere. La mossa è quella di ridurre l’intero movimento alla zoofilia, e quindi denigrarlo. Ma la zoofilia, come vedremo, è l’unico atteggiamento che possono tollerare, e che in effetti tollerano.

L’antianimalismo è umanismo?

L’8 luglio, a Kabul, una donna di ventidue anni accusata di adulterio è stata lapidata. Pochi giorni dopo, su alcune pagine dichiaratamente antianimaliste, è comparso il seguente commento:

… mentre per la donna afghana uccisa perché colpevole di aver tradito il marito, la cui esecuzione si è svolta appena un giorno prima rispetto a quella del cane Lennox, per lei, nessuna fiaccolata, nessuna obiezione, niente di niente: quella donna non era coccolosa e pelosetta quindi non merita alcuna attenzione.

Lennox, lo ricorderete, è (era) il cane condannato a morte e soppresso perché somigliante alla razza pitbull, considerata pericolosa in Gran Bretagna e proibita dal Dangerous Dogs Act. Diverse associazioni animaliste si spesero per salvarlo, prima, e per evitare la faccenda si ripetesse, poi. Inutile specificare che il commento sopraccitato ottenne l’estasiata approvazione di diversi utenti, che si sciolsero nel coro piagnone e autocompiaciuto di quel «che vergogna!» di cui si diceva in esergo, che basta a tutti perché non richiede nulla. Qualcuno impediva forse a questa massa di indignati di organizzare fiaccolate, muovere obiezioni, dare una forma concreta alla propria rabbia e al proprio sdegno? Certamente no. Impegnati come sono nell’avversare una causa che ritengono senza speranze e idiota e quindi doppiamente idioti, hanno pensato fosse meglio strumentalizzare la tragedia di una donna afghana di cui non si erano minimamente interessati in precedenza per biechi scopi propagandistici e aizzarsi a vicenda contro l’odioso movimento animalista. Mi pare chiaro che siamo agli antipodi di un atteggiamento genuinamente filantropico.
Lo scandalo Green Hill ha prodotto qualcosa di simile. Fatta eccezione per i giornalisti favorevoli alla sperimentazione animale (pochi), la stampa si è divisa tra chi ha cavalcato l’onda di un animalismo sentimentale, brambilliano (sic) e chi, credendosi più furbo e spregiudicato, ha fatto del moralismo spicciolo contro la rilevanza data dai media al caso dei beagle di Montichiari a scapito di notizie più urgenti. Come mi fa saggiamente notare Leonora Pigliucci, le notizie sui beagle non hanno avuto sul main stream più spazio delle notizie di costume. Si parla del caldo, degli italiani in vacanza, dei danni del sole e delle Olimpiadi più che della Siria e dei quotidiani attentati in Iraq. Gli aneddoti sugli animali d’affezione d’estate si moltiplicano esponenzialmente, eppure nessuno punta il dito contro lo speciale sull’allattamento strappalacrime, il cagnetto che ritrova la strada di casa o ha acquisito qualche strana abilità. Queste notizie sono rivolte ad un pubblico zoofilo. Ciò che dà veramente fastidio nei fatti di Green Hill, è proprio che potrebbero andare ben oltre l’approccio zoofilo comunemente inteso. Per quanto si faccia di tutto per ridurli a un affare di coccole e musetti, essi potrebbero essere l’indizio di qualcosa di inedito; nelle parole di Leonora, un cambiamento effettivo nella considerazione generale della sofferenza, almeno per quanti riguarda gli animali destinati alla sperimentazione: questo scatena l’ondata reazionaria di derisione e bacchettonismo.

Antispecismo e zoofilia

La relazione che passa tra antispecismo e zoofilia è uno degli aspetti più fraintesi da chi non possiede molta confidenza con l’ambiente animalista. Ciò accade per semplice ignoranza, o anche in aperta malafede. Intendo il termine «zoofilia» nella sua accezione negativa, come un affetto smisurato e bambinesco nei confronti degli animali, in special modo pets. Spesso chi contesta l’antispecismo ricorre populisticamente all’immagine di gattini e cagnolini avvolti in cappottini di vernice, o adagiati su cuscinetti di seta lillà. Questo argomento (?) illustra quanto poco sappia dell’antispecismo chi si batte con tanto fervore contro l’antispecismo stesso: non è affatto necessario provare uno sconfinato amore per gli animali per auspicare vengano trattati come gli esseri sensibili che sono. Potrebbe essere divertente, a questo proposito, riportare un episodio di cui Singer riferisce nell’introduzione di Animal Liberation:

Avevo da poco cominciato a lavorare a questo libro quando mia moglie ed io fummo invitati a prendere il tè – a quel tempo vivevamo in Inghilterra – da una signora che aveva sentito dire che avevo in mente di scrivere qualcosa sugli animali. Anche lei era molto interessata agli animali, disse, e aggiunse che una sua amica aveva già scritto un libro sull’argomento ed era tanto ansiosa di conoscerci. Quando arrivammo, l’amica della nostra ospite era già là, ed effettivamente era ansiosa di parlare di animali. “Io li amo tanto” cominciò. “Ho un cane e due gatti e, sapete, vanno d’accordo a meraviglia. Conoscete la signora Scott? Gestisce un piccolo ospedale per animali da compagnia…” e continuò su questo tono. Nel frattempo venne servito il rinfresco. Fece una pausa, prese un panino al prosciutto, e quindi ci chiese che animali avessimo in casa. Le dicemmo che noi non avevamo animali. Sembrò un po’ sorpresa, e diede un morso al sandwich. La nostra ospite, che aveva finito di servire i panini, si unì a noi e raccolse la conversazione: “Ma lei è interessato agli animali, non è vero, Mr. Singer?”

Per un antispecista non esistono «animali daSnj0.bAiWQB51.sjfOIj&nTly[vTLa domesticazione è considerata una tappa nel dominio, un’imposizione e una violenza nei loro confronti, sebbene non paragonabile ad altre forme di sfruttamento. Nel breve periodo la presenza degli animali nelle nostre case è una necessità cui dobbiamo far fronte per tutelarli, ma il fine dell’antispecismo è quello di edificare un mondo in cui sia possibile l’incontro libero tra libere individualità e dunque in cui non ci siano più animali domestici. Questo dovrebbe bastare a mettere in luce tutta l’assurdità di certe critiche.

Antispecismo e umanismo

L’antispecismo, e in particolar modo l’antispecismo politico, che per inciso è quello che dà più fastidio perché non si limita a disquisire di cosa sia giusto o ingiusto in sede d’accademia ma mira a un cambiamento reale dell’assetto sociale, è, in un certo senso, più umanista dei movimenti di contestazione umanisti, di cui peraltro ha sempre cercato la collaborazione. Esso tende a combattere il dominio in ogni sua forma, e mette in discussione un intero sistema che sfrutta l’uomo, l’animale, l’uomo in quanto animale. L’economicismo imperante, un mostro acefalo che ha ormai ridotto tutto il vivente a merce, umani compresi, va neutralizzato alle radici, attraverso una decolonizzazione dell’immaginario che restituisca l’essere umano al mondo e il mondo all’essere umano: il compito che, forse poco modestamente, l’antispecismo si è prefisso. Questo aspetto viene volutamente oscurato dai suoi detrattori, che non credendo in nessuna delle due, hanno tutto l’interesse a slegare la causa della liberazione animale da quella della liberazione umana e porle come contrapposte, mentre invece sono strettamente connesse, fanno un tutt’uno. Ci sarebbe da chiedersi perché tale mistificazione riesca a prosperare con una tale facilità, e allora forse bisognerebbe ammettere che molti degli animalisti che si dichiarano antispecisti fanno il gioco di chi l’antispecismo s’è dato la missione di estirparlo dalla faccia della Terra. Ogniqualvolta un manifestante strilla di vivisezionare i pedofili, contraddice l’antispecismo, che si oppone alla violenza intra e interspecifica, e confonde la percezione che se ne può avere all’esterno, già sufficientemente confusa. Ogniqualvolta un attivista si augura a voce alta che la «schifosa razza umana» si estingua il più presto possibile, nutre certo il suo ego di rivoluzionario mucciniano, ma castra le potenzialità di un pensiero per cui altri hanno lavorato e lavorano tanto. Una società aspecista, se mai si darà, sarà costruita dall’essere umano, con l’essere umano e per l’essere umano: per l’animale umano. Chi si dice tanto convinto dell’abiezione della specie, desse il buon esempio, e si levasse di torno.

 

 

 

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Comments
48 Responses to “L’antianimalismo e quell’indignazione a buon mercato…”
  1. SimonacinaVeg ha detto:

    complimenti per questo articolo. scritto benissimo e chiarificatore di molti concetti “scottanti” in cui spesso anche gli animalisti restano incastrati. 🙂

  2. Massimo ha detto:

    L’ego rivoluzionario lo lascio ai ragazzini. E’ un urlo di dolore, altro che ego. Ma se vuoi mi levo di torno, se dà così fastidio dire ciò che si pensa.

    • Serena ha detto:

      No, non farlo: la mia potrebbe diventare apologia di suicidio! Io e te non apparteniamo alla “razza umana”? E allora, forse, non è riduttivo e sterile parlare di “razza umana” come se fosse un blocco unico, indistinto e compatto? Perché vuoi farmi estinguere? Io scrivo scrivo, e tu vuoi farmi estinguere!

      • pasquale cacchio ha detto:

        “Chi si dice tanto convinto dell’abiezione della specie, desse il buon esempio, e si levasse di torno.”
        Ah ah, Serena, nulla di nuovo, l’aveva già fatto, ehm, Eschilo, colpito da una tartaruga scappata dal becco di un’aquila 😉

      • MM ha detto:

        Beh Pasquale se è stato un modo per suicidarsi è davvero originale! 😀

      • Massimo ha detto:

        Diciamo che sacrificherei volentieri un paio di persone per bene (compresi i presenti) per dare in cambio la pace e la libertà a miliardi e miliardi di splendidi animali. Non ho nessuna fiducia che un giorno gli uomini smetteranno di torturare e massacrare gli animali. Nessuna.

        La presenza dell’uomo sulla terra non ha fatto che danni. Io non penso a suicidarmi anzi sono uno che la vita se la gode abbastanza. La cosa che mi sono premurato di fare è evitare di fare figli.

      • Serena ha detto:

        Se non hai nessuna fiducia nell’antispecismo, perché cerchi di fare informazione? Per coltivare la tua immagine ideale, è una forma di narcisismo? Agli animali non è molto utile, e non è utile nemmeno che eviti di mangiarli, dal momento che le tue scelte individuali ancora non sono in grado di incidere materialmente sul mercato (Regan l’ha mostrato molto bene parlando del famoso “effetto soglia”).

        E comunque non è carino ammettere mi sacrificheresti volentieri: non sarò un animale splendido, ma resto un animale. Mi discrimini in quanto umana: sei uno strano specista, uno specista all’incontrario, non certo un antispecista.

  3. rita ha detto:

    clap clap clap
    Bravissima!
    Comunque ho notato una cosa: l’antianimalismo si è tanto diffuso dopo l’avvento di Facebook; ora non saprei fare un’analisi sociologica del fenomeno, ma è ovvio che i toni esasperati di alcuni animalisti (che forse sono più zoofili che tali e che talvolta se la prendono con questo o con quel popolo solo perché culturalmente si ciba di alcune specie da noi ritenute d’affezione) hanno contribuito a propagare una falsa e sbagliata idea di cosa significhi lottare per la liberazione animale. Io non mi riconosco negli atteggiamenti di tanti di questi animalisti che inneggiano a vivisezionare il tal ricercatore o a scuoiare vivo il pellicciaio di turno, né nel loro sentimento di odio per la razza umana. Semplicemente vorrei che potessimo vivere in una società in cui non ci siano più pellicciai, né allevatori, né vivisettori: che è esattamente quel cui mira una società a-specista. Certo, talvolta sono asociale, misantropa e mi trovo a disagio nei luoghi ove sono presenti più di tre o quattro persone, ma questo non vuol dire che reputi la specia umana irrimediabilmente corrota ed abbrutita; sono i meccanismi e le strutture della società ad essere ormai corrosi dal veleno e dalla ruggine.
    L’essere umano è il prodotto di questa società che ci insegna la competizione, l’arrivismo, la cosiddetta legge della giungla (come ha detto anche Leonardo nella sua ultima intervista qui pubblicata) e l’unica speranza che ci rimane è quella di poterla analizzare criticamente e metterla in discussione. Cosa che noi antispecisti facciamo opponendoci ad una delle sue leggi fondamentali: lo sfruttamento del vivente e della sua riduzione a cosa.
    Chi crede che l’antispecismo sia altro, beh, non ha capito granché.

    • Massimo ha detto:

      @ Serena
      scrivo perchè a volte mi piace scrivere, sono narcisista quanto te suppongo 🙂 E mi piace confrontarmi.
      Sarò forse inutile alla causa, ma non credo di essere così dannoso. Cerco sempre di fare meno danni possibile.

      Non è che discrimino gli umani; semplicemente non ho fiducia in loro. Assolutamente neanche un po’. Mi definirei realista. Dico quello che penso. Magari mi sbaglio, però è quello che penso.

      […]

      • Serena ha detto:

        Può darsi chi scrive tanto un po’ narcisista debba esserlo, ma io non lo faccio perché credo la mia titanica personalità, sola e incompresa nel mare magnum dell’irrecuperabile malvagità umana, abbia qualcosa di particolarmente interessante: cerco, coi miei modesti mezzi, di dire perché qualcosa non va e cercare di cambiarlo. I miei laceranti urli di dolore li annoto su un diarietto Smemoranda che ho dall’età di 14 anni, se contengono sparate colossali palesemente in contrasto con l’antispecismo e, per inciso, violazioni della policy di un determinato spazio telematico (è vietato inneggiare all’autoestinzione, qui: iscriviti al VHEMT, e sii felice, cosa vuoi che ti dica, una società aspecista senza esseri umani non si può costruire, quindi eventualmente smettila di definirti antispecista).

        Meno danni possibile? L’antispecismo fatica ad uscire dall’emarginazione in cui è costretto e ad esprimere pienamente il suo potenziale libertario proprio perché i suoi avversari usano parole come le tue, che con l’antispecismo c’entrano poco, per dipingerci come disadattati misantropi assetati di sangue umano.

      • MM ha detto:

        chapeau, Serena

  4. pasquale cacchio ha detto:

    “La presenza dell’uomo sulla terra non ha fatto che danni.” (Massimo)
    Lo penso anch’io quando bestemmio l’uomo.
    E se lo merita da quando s’è proclamato Dio ponendosi al di sopra della natura.
    Ma che resti un’imprecazione di passaggio, altrimenti colpisco anche il povero Schopenhauer e il suo cane “Uomo”, Villon e i suoi versi fuggiaschi, il grande amante degli insetti Jean Henri Fabre, per non parlare di Eraclito l’Oscuro, Diogene il Cinico (non erano due grandi sprezzatori di uomini?)… e il povero sventurato Eschilo, che quel pomeriggio poteva fare a meno di gironzolare per le radure di Gela.
    Non è l’antispecismo il nuovo pensiero, dico ‘nuovo’ per antonomasia, dopo secoli e millenni di pensiero specista?

  5. 3R ha detto:

    Articolo ben scritto nonostante non condivida il suo contenuto.

  6. stopthatrain ha detto:

    grazie della citazione! Hai fatto bene a riprendere – con la consueta eleganza 🙂 – la questione dello strano fastidio intorno alle notizie su green hill: su questa vicenda l’atteggiamento zoofilo di tanti amanti dei cani è entrato in crisi, non si può tollerare lo status quo e contemporaneamente inneggiare ad una liberazione illegale. Se allora si diffonde questa rinnovata percezione del valore della vita animale, che oggi è qualcosa di indefinito che viene normato in modo contradditorio dalla legislazione, e sopratutto se e quando della contraddizione si arriverà a consapevolezza, allora la stupida zoofila e il protezionismo diverranno impossibili. E non è cosa da niente se la visione egualitaria dell’animale da pensiero strampalato di una minoranza invisa a tutti diventerà tendenza, pur minoritaria e disorganizzata, che serpeggia nella società. Piuttosto mi sembra la conditio sine qua non della possibilità di una dimensione politica per l’antispecismo.

  7. nina conti ha detto:

    sono un’animalista convintissima perchè considero gli animali indifesi, anche i più “feroci” sono indifesi nei confronti della malizia umana (naturalmente in senso generale), mi batto perchè agli animali vengano riconosciuti quei diritti che ogni società civile dovrebbe riconoscere e rispettare.. cerco di dare voce a chi non ce l’ha. questa è la battaglia che ho scelto di combattere nella vita, ma certo non sono indifferente alle troppe donne che vengono trucidate in modo così barbaro, e nello stesso modo e con la stessa accorata protesta in molte occasioni
    ho sottofirmato, ho condiviso e pianto x loro.. ma il fatto che una donna venga lapidata è segno di barbarie e di mancato rispetto nei confronti dei più deboli. mi sembra alquanto inutile stare a discutere se è più grave una cosa o un’altra, è grave il principio, è grave l’inumanità, è grave la sopraffazione vile su un altro essere solo perchè più debole.
    la società occidentale non condanna a morte più nessuno, tanto meno una donna e i suoi diritti di donna, ma io mi chiedo un giorno che la legge non impedisca questo sarà ancora così? chi tortura un animale o addirittura lo violenta e lo deride, sa che tanto nessuno lo punirà per questo, il giorno che potrà farla impunita lo farà anche alle persone. la ferocia, la mancaza di rispetto nei confronti della vita è la stessa, dipende solo dalle leggi in vigore. è la punizione conseguente che stabilisce la priorità.

    nina

  8. Giorgio Marone ha detto:

    Sono felice che ci siano persone che si dedicano ad una causa con tanta convinzione. Ritengo che perseguire un ideale e un obiettivo con convinzione siano da rispettarsi sempre.
    Preferirei che gli animalisti usassero toni più soft, meno esasperati, meno immagini crude. Oppure, se le usano che siano tolleranti con chi persegue altre cause altrettanto rispettabili.
    Un esempio: io sono contro l’aborto. Se mi azzardassi a pubblicare sul mio profilo facebook foto di feti insanguinati abbandonati su tavoli operatori sono sicuro che verrei attaccato senza pietà dalle stesse persone che pubblicano foto di topini con su applicati degli elettrodi (sono sicuro perché ci ho provato ed il risultato è stato quello appena descritto, poi ho desisitito). Perché? Un bambino è meno importante di un topo?

    • Serena ha detto:

      Sono sicura non sarebbero solo gli animalisti a contestarti quelle foto, anche perché parti dall’assunto, condiviso da pochissimi e francamente non da me, che “bambino” sia la stessa cosa di “feto”. Ciò che indigna le persone vicine agli animali è la sofferenza che viene loro inflitta, spesso per puro capriccio: il feto non è senziente, non prova dolore prima delle 24 settimane. Comprendo sia un argomento delicato e non è questa la sede per affrontarlo, ma la tua domanda è posta in maniera scorretta.

      • Giorgio Marone ha detto:

        La mia domanda sarà stata posta in maniera scorretta, ma la tua risposta mi lascia sgomento.
        Se ne ricava quindi che chiunque può essere ammazzato purché non provi sofferenza, magari in una asettica clinica della morte dove sbarazzarsi di chi non ci è simpatico (senza farlo soffrire s’intende).
        Inoltre desumo anche che sei favorevole alla sperimentazione su animali, purché siano presi tutti gli accorgimenti per non farli soffrire.

      • Serena ha detto:

        Mi dispiace la mia risposta ti lasci sgomento, ma trai tutta una serie di conclusioni che non sono affatto conseguenti da ciò che ho scritto. Se considerassi lecito inibire la coscienza di un animale per poi sperimentarci o sacrificarlo, dovrei applicare questo stesso ragionamento anche a un essere umano: ma io non lo faccio, non l’ho mai fatto. Come ho già scritto, questa non è la sede per affrontare un discorso sull’aborto, né io ho intenzione di cominciarne una.

    • stopthatrain ha detto:

      Mi permetto di dire la mia. Nell’ambito di un discorso antiautoritario interrogarsi sull’aborto è imprescindibile: non si può negare che quello nei confronti dell’embrione, che è materia vivente, sia un atto di dominio, ed è salutare che, proprio in un’ottica antispecista che ridiscuta la centralità del punto di vista dell’umano adulto come unico valido, si sospenda il giudizio sulla natura senziente o meno di esso o sul valore della sua sua esistenza. Al di fuori dal ragionamento astratto però, il fatto di essere contro o a favore dell’aborto di qualcun’ altra non ha senso per chiunque non sia l’ipotetica madre che debba compiere la scelta rispetto alla propria gravidanza. Sua è la facoltà di autodeterminazione sul proprio corpo e sua la responsabilità morale. Che oneri e onori della vicenda siano cosa sua è una condizione che precede l’organizzazione della società e ogni ragionamento sull’etica o sul diritto. Difendere a tutti i costi le istanze del feto implica perciò un atto prevaricatorio nei confronti della donna, mentre difendere gli animali non implica l’oppressione di nessuno, casomai getta la basi per una liberazione totale. In questo senso, da antiautoritari, c’è motivo di essere antispecisti e non antiabortisti.

  9. zairaricca ha detto:

    In tutta onestà non condivido il contenuto dell’articolo, che oltretutto è troppo lungo e ricco di paroloni e quindi perfetto per la carta stampata, inadeguato al nuovo media. Leggerlo tutto mi è costato caro perché va contro tutto ciò in cui credo, ritengo che il mondo stia andando a rotoli e che pensarla come te (posso darti del tu?) non porti da nessuna parte. Personalmente ritengo che un fatto sia innegabile: la specie umana risulta dannosa per il pianeta e non serve certo essere ambientalisti per notare le conseguenze dello scriteriato agire umano. Ciò non significa che sia tutto da buttare, credo ancora nell’umanità e nella nostra capacità di imparare dai nostri sbagli e di porvi rimedio. Per quanto alcune tue argomentazioni siano valide, temo che non possano nulla dinnazi alla realtà dei fatti: stiamo distruggendo il pianeta e essere ambientalisti significa pensare al futuro, non essere “scemi per definizione” (oltretutto certi insulti gratuiti spesso risultano sgraditi… io non dirò che pensarla come te è stupido, dirò che è prova di grande ignoranza e miopia).

    • Serena ha detto:

      Certo che puoi darmi del tu, scrivo articoli lunghi e pieni di “paroloni” giusto per guadagnarmi un’aura di rispettabilità che non ho, ma non punto al Lei né al Voi. Non penso gli ambientalisti siano scemi, ovviamente: è la fama che hanno, come gli animalisti del resto. Ah, puoi anche dirmi che pensarla come me sia stupido, oltre che ignorante e miope, ma sarebbe carino spiegarmi il perché (dal tuo commento non si capisce).

      • zairaricca ha detto:

        Beh innanzitutto è vero che gli ambientalisti/ambientalisti sono pieni di contraddizioni e sfaccettature…ognuno ha una propria coscienza ecologica e difficilmente si è in accordo su tutto, ma ciò non dovrebbe sminuire il fatto che comunque fanno (facciamo) qualcosa. Essere ambientalisti significa cercare di preservare la ricchezza che il nostro pianeta rappresenta… non preoccuparsi di mantenere in salute il pianeta che ci fornisce il sostentamento ci porterà alla rovina (ci sta già portando alla rovina…basta pensare a quanti muoiono di tumore a causa dell’inquinamento), abbiamo risorse limitate e le sprechiamo convinti che non finiranno mai… ecco dove sta la miopia… le nostre risorse si stanno già esaurendo e consumiamo più di quanto produciamo. E’ gravissimo, gli scenari per il futuro sono catastrofici…come minimo scoppieranno delle guerre per accaparrarsi le risorse. Ignorare il problema è da stupidi. Ognuno di noi deve mettersi in testa che noi siamo il cambiamento, che basta fare qualcosa, anche di piccolo per portare a grandi miglioramenti. Basta che tutti si impegnino un minimo.

      • rita ha detto:

        Scusa Zaira se mi intrometto, ma dunque per adeguarci al nuovi media dovremmo tutti scrivere temini da terza elementare? E infatti lo vedi come siamo ridotti? Gente che non sa più scrivere nemmeno “un po’” correttamente, frasi sgrammaticate, sintassi penosa… Penso piuttosto che dovrebbero essere i nuovi media ad adeguarsi a noi, non viceversa. Il web non è solo quello dei social network, ognuno troverà il suo spazio più consono in cui navigare. Esistono delle regole, certamente, ovvio che gli articoli troppo lunghi spaventano i lettori, però dai, non mi sembra che questo di Serena crei problemi di questo tipo, è scorrevole e riflette la sua preparazione ed il suo stile. Mica può limitarsi o soffocare la propria creatività per omologarsi! Mai omologarsi!
        Inoltre scusami, ma non puoi assimilare l’animalismo all’ambientalismo. Se l’ambientalismo mira al mantenimento dell’equilibrio ecologico – per cui non ha importanza ad esempio cacciare alcuni animali almeno fino a che la specie non divenga a rischio d’estinzione – e di certo non contempla l’abolizione dell’allevamento e della pesca purché essi siano sostenibili, l’animalismo, al contrario, considera e tiene conto di ogni singola vita in sé, vita che come tale deve essere rispettata, liberata, in vista della fine di ogni tipo di sfruttamento.
        L’ambientalismo, in pratica, cerca di ripristinare un equilibrio comunque interno alle strutture esistenti. Cerca di correggere gli abusi. L’antispecismo (che è ancora diverso dall’animalismo tout court) mira a destrutturare invece l’attuale sistema di sfruttamento del vivente.
        Rassegnarsi significa accettare lo stato di cose attuale. Ribellarsi e lottare invece non è utopia o idealismo, ma impegno. Visto che noi, come specie umana, siamo riusciti a fare danni enormi al pianeta, a noi stessi, agli animali, di fatto creando le condizioni per un sistema in cui lo sfruttamento è strutturale, potremmo benissimo essere in grado anche di porvi fine.

  10. zairaricca ha detto:

    *ambientalisti/animalisti (scusa il refuso)

    • Serena ha detto:

      Zaira, qui c’è stato un misunderstanding: io mi considero animalista e nutro estrema simpatia nei confronti degli ambientalisti, tanto che concordo con tutto ciò che hai scritto. Insomma, pur evidenziandone tutti i difetti, non ho fatto che difenderli (difenderci); sarà un’apologia inadeguata al nuovo media, ma, credimi, è sentita. Quando parlo di “scemi per definizione”, sto facendo il verso agli antianimalisti/antiambientalisti, per metterne in luce tutta la cattiva coscienza.

      • zairaricca ha detto:

        Qui finiamo decisamente fuori tema, comunque ho apprezzato il linguaggio curato di Serena, dico solo che è inadeguato ad una pagina web.

        La mia è un po’ deformazione “professionale” e la critica voleva essere costruttiva. Ho scritto un’intera tesi sulla web usability e da cinque anni non sento parlare di altro.

        Esistono studi specifici volti ad analizzare il comportamento degli utenti delle pagine web, pertanto sono ormai consolidate alcune pratiche volte a rendere le pagine più scorrevoli e facilmente consultabili. In parte è buon senso, in parte sono teorie psicologiche riadattate allo scopo (vedi teoria della Gestalt) unite a teorie sulla comunicazione (e quindi riduzione del rumore, agevolazione del riconoscimento visivo, ridondanza).

        Norman, Krug, Raskin e Nielsen sono considerati dei guru in materia e consiglio di leggere il loro lavoro. In particolare Krug ha scritto un libro che reputo meraviglioso dal titolo provocatorio “Don’t make me think” che presenta il pregio di essere scorrevole, divertente e ricco di spunti pratici (anche se più rivolto ai web designer e meno ai content manager).

        Buona parte degli studi sulla web usability si concentrano sulla costruzione dei siti web, ma tutti concordano nell’affermare che anche il testo deve essere strutturato secondo precisi parametri. Non conformarsi a tali parametri ha effetti negativi per il sito stesso perché i lettori sono portati a scartare pagine che non rispettano determinati requisiti.
        Altre fonti utili:
        http://www.mestierediscrivere.com/index.php/articolo/web
        http://www.usability.gov

        E ora basta con questa spiegazione leggera come un mattone, che oltretutto è troppo lunga.

        E sì, lo so che certe teorie possono risultare offensive e che la prima reazione è quella di dire “no, non è vero, io leggo tutto di una pagina web” ma la verità è che circa il 90% degli utenti non lo fa, in particolare in questa percentuale rientrano gli utenti giovani che hanno una maggiore dimestichezza col media e le persone che hanno fretta (per via degli impegni, del poco tempo libero o per il fatto che la connessione costa).

        Ovviamente non sto dicendo che il blog è sbagliato o che deve cambiare, i blog sono creature strane che vivono un po’ di vita loro. Io per prima quando scrivo sul mio (che poverino è appena nato e assolutamente non può competere per ricercatezza dei contenuti con questo) finisco col violare buona parte delle pratiche che mi sono state insegnate.

  11. zairaricca ha detto:

    Quanto a animalistmo, ambientalimso e specismo sono solo etichette date a posteriori e la cui utilità pratica mi sembra pressoché nulla. Sono solita buttare tutto in un calderone perché ritengo che non si possa essere animalisti senza essere ambientalisti e viceversa (significherebbe afforntare solo parzialmente il problema).

    • rita ha detto:

      Si può essere però ambientalisti senza essere animalisti. Ne conosco tantissimi.
      Persone che mangiano animali, che pescano, cacciano in maniera sostenibile attenti a preservare l’equilibrio dell’ecosistema, che sono contro il nucleare, che usano poco o per niente la macchina, che fanno la raccolta differenziata, che non sprecano le risorse idriche ecc. sono ambientaliste, ma continuano ad indossare scarpe in pelle, a portare i lori figli allo zoo, a mangiare animali. E quindi non sono animaliste.
      Difficilmente invece un animalista vero non sarà anche ambientalista ed il perché mi sembra ovvio, visto che ci stanno a cuore gli animali liberi nel loro habitat, riteniamo necessario dover preservare al meglio questo habitat, compreso il nostro.

  12. rita ha detto:

    OT:
    Ho capito Zaira, ti ringrazio per la spiegazione.
    So che ci sono alcune regole di cui si dovrebbe tener conto per far sì che il navigatore non disperda le proprie energie e rimanga concentrato ed interessato sulla pagina che sta visitando (così come ci sono per la carta stampata ed in ogni testo a seconda della tipologia di lettore cui si rivolge, ovviamente la lunghezza è un fattore di cui tener conto in determinati casi), ma adeguarvisi in maniera standardizzata alla fine non farà che livellare il livello di ricezione e decodificazione. Far funzionare un sito è anche marketing alla fine, così come vendere un libro (e infatti gli editori propongono sempre gli stessi schemi perché così vanno sul sicuro, ma in questa maniera si appiattisce e livella l’offerta e l’outsider non troverà mai spazio, si conferma il già noto insomma, si rafforza l’esistente), ma trovo che non abbia molto a che fare con la buona qualità di un contenuto.
    Bisogna anche considerare il tipo di lettori cui un sito si rivolge. Certamente i blog, siti ecc. generalisti richiedono contenuti appunto di argomento generali, linguaggio semplice, lunghezza non eccessiva, se però entro in un sito che tratta argomenti filosofici o comunque di argomenti specifici un minimo di approfondimento me lo aspetto. Ecco, volevo semplicemente dire che le regole del web non si possono applicare in maniera uniforme e standardizzata, altrimenti rischiamo di perdere l’opportunità della molteplicità che offre internet.
    Molto più necessarie reputo invece le altre regole, quelle sulla facilità di navigazione, che deve essere il più possibile intuitiva,scroll limitato, pulizia formale, immagini non caotiche ecc.. Qui ti do ragione. Nessuno vuole vedere una pagina incasinata, nemmeno sulla carta, o perdere tempo a capire come muoversi e dove cliccare per la ricerca.
    Un’altra cosa che personalmente mi aspetto da un sito è anche la chiarezza delle fonti, l’attendibilità insomma.
    Grazie per la tua cortese delucidazione in merito comunque e scusate tutti per l’OT.

  13. lostranoanello ha detto:

    A volte ti poni domande a cui sai già la risposta 😀
    In questo caso, se ti domandi perché prevale l’aspetto “zoofilo” rispetto a quello pseudoetico, la ragione è del tutto evidente: perché le folle che vanno a manifestare a GH sono folle zoofile, perché il famoso 86,qualcosa% degli italiani contro la sperimentazione animale sono zoofili, e via discorrendo. La zoofilia è un fenomeno sociale rilevante, l’animalismo etico non lo è, e inoltre spesso e volentieri assume le forme misantropiche che qui condanni (il che non è in realtà contraddittorio coi suoi presupposti teorici; essendo la natura fatta di lupi, chiedere ad una specie di farsi pecora equivale ad esortarla sottilmente all’estinzione).
    Io in effetti, mi ritengo più autenticamente antispecista, e infatti auspico l’estinzione umana, che farò contenti tutti… Ma fin quando ci siamo godiamocela 😛

    • Serena ha detto:

      Tu? Ma che senso ha? Loro lo fanno da un’ottica ecocentrica, e dubito fortemente possa essere la tua.

      • lostranoanello ha detto:

        Ho più volte detto che trovo insensata l’idea di liberarsi del male nel mondo. Confermo che liberarsi SOLO del male è un’idea tanto ridicola da sfiorare la follia, e che dunque muoversi in quella direzione sia un assurdo. Fintanto che un “qualcosa che sente” esiste, devono esistere anche esperienze che esso ricerca ed esperienze che esso rifugge; resta solo una questione della proporzione migliore fra le due.
        Ma un assurdo non è l’idea di eliminarli entrambi, tanto il bene quanto il male. E l’estinzione permette di farlo.
        Io sono persuaso che l’elemento prevalente nell’esistenza sia ciò che noi chiamiamo “male”, dunque vale la pena di rinunciare anche al “bene” collaterale pur di sbarazzarsene. E per di più, non mi richiede alcun sacrificio evitare di spargere il mio seme in ventri femminili, quindi, perché no? Possiamo serenamente estinguerci, a patto che ciò non comporti grossi sacrifici per le generazioni attualmente viventi. Per me non li comporta, quindi la mia parte la faccio.

      • DthIncrnt ha detto:

        @lostranoanello La tua visione del “bene” e del “male” risulta un po’ assolutistica. Qualunque cosa tu identifichi con “male”, qualcun altro potrebbe considerarla “bene”.
        Il Bene e il Male assoluti non esistono, o almeno non è mai stata dimostrata la loro esistenza. Stai proponendo di eliminare cose inesistenti… illusioni, allucinazioni.

        La nostra capacità di percepire bene e male è solamente un meccanismo mentale come tanti, finalizzato alla sopravvivenza del nostro DNA.

        Se tu non ti riproduci, la tua predisposizione alla non riproduzione se ne andrà con te, e fallirai nel tuo intento di far estinguere la specie umana.

      • DthIncrnt ha detto:

        @lostranoanello Comunque sono d’accordo sul fatto che, per salvarsi dal dolore, si debba cessare di esistere. Se si potesse annullare l’intero Universo premendo un pulsante, dici che varrebbe la pena premerlo?

  14. sil82 ha detto:

    No ma io dico… il genio che ha scritto: “mentre per la donna afghana uccisa perché colpevole di aver tradito il marito, la cui esecuzione si è svolta appena un giorno prima rispetto a quella del cane Lennox, per lei, nessuna fiaccolata, nessuna obiezione, niente di niente: quella donna non era coccolosa e pelosetta quindi non merita alcuna attenzione”
    scrive e basta o fa qualcosa???
    “mentre per i poveri bambini in Africa che muoiono OGNI GIORNO di fame e di sete in un articolo si scrive della mancata fiaccolata per una donna afgana uccisa, per loro, quei bambini che non sono la notizia nessuna attenzione…”
    bah… ma che articolo è??????????

  15. paolo ratti ha detto:

    Signora Serena Contardi, mi ci riconosco un pò nel profilo esattissimo che lei fa degli animalisti, anche se sono un moderato e non un estremista, ma La ringrazio di cuore per aver fatto con così tanta lucidità e chiarezza un distinguo tra due parti estreme che spesso si toccano e si somigliano, ma si distinguono per il “fare” ed il “parlare”.
    Le faccio anche i miei più calorosi complimenti per l’obiettività super partes e la forma comprensibile anche ai più stolti.

    paolo r.

  16. Sardaukar ha detto:

    Bell’articolo, e lo dico da “carnivoro”! Good job!

  17. mary ha detto:

    “canzonati dai piu”? ma dove? Che rottura questo vittimismo fuori luogo……. detto da una vegan, beninteso. Canzonati dai “piu’ ritardati” fra i membri della societa’, sicuramente. Il resto e’ tutto vittimismo.

  18. Cesare Vola ha detto:

    Complimenti bell’articolo; essendo io ecologista, membro del WWF, oltre che vegano e membro a mio modo del movimento animalista mi viene in mente una leggenda che gira dalle mie parti secondo cui “quelli del WWF” ovvero i “verdi” che sono la stessa cosa vanno in giro con gli elicotteri per lanciare sacchi di vipere in modo da ripopolare i boschi: cosa del tutto assurda in quanto noi qua dalle mie parte non abbiamo i soldi per noleggiare un elicottero neanche per un ora, non c’è motivo di ripopolare le vipere (in quanto fortunatamente non sono in pericolo) e poi siamo in tre o quattro nel WWF della mia zona e non abbiamo neanche il tempo per fare una cosa del genere.
    Ad ogni modo sebbene assurda c’è chi ci crede e afferma di aver visto anche l’elicottero che lanciava i sacchi e queste persone hanno una carica dentro di rabbia mentre parlano che devono sfogare con qualcuno e allora se la prendono con noi.

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