Le metamorfosi animali in Bataille

di Francesco Agnellini

Già nel primo numero di Documents, con un articolo titolato Le cheval académique, Bataille scrive che «apparentemente, niente nella storia del regno animale, semplice successione di metamorfosi conturbanti, ricorda le determinazioni caratteristiche della storia umana, le trasformazioni della filosofia, delle scienze, delle condizioni economiche, le rivoluzioni politiche o religiose, i periodi di violenza e di aberrazione»[1], salvo poi rendere manifesto per tutto il resto dell’articolo un parallelismo tra caratteristiche peculiari di un dato popolo — i Galli come selvaggi, gli antichi greci e romani come esempio di ordine e completezza — e le forme attribuite da questi alle figure animali, nello specifico i cavalli. In particolare, Bataille, interessandosi al conio e alle rappresentazioni equine su antiche monete, vuole dimostrare come l’uomo ricorra a rappresentazioni animali per rappresentare se stesso e l’intero tessuto sociale, dimodoché avremo cavalli aggraziati, ben delineati, accademici, per l’antica Grecia, e invece cavalli rozzi e grotteschi per i popoli barbari. Ancora, la figura animale può essere oggetto di un sincretismo tale da simbolizzare gli ideali di un dato periodo storico. Infatti «il cavallo, situato per una curiosa coincidenza alle origini di Atene, è una delle espressioni più perfette dell’idea allo stesso titolo, per esempio, della filosofia platonica o dell’architettura dell’Acropoli». Morfologicamente, dunque, le commistioni tra uomo e animale assumono una valenza decisiva per cogliere aspetti fondamentali, quali inquietudini e tratti specifici di un’epoca, che risultano essere particolarmente evidenti in delicate fasi di passaggio e di mutamenti storici, come vedremo tra poco nel caso dell’uomo del paleolitico, anche se, volendo seguire il percorso storico delle raffigurazione equine, basterebbe pensare al cavallo di Guernica per farsi un’idea di come tali metamorfosi possano essere violente.
Così, ancora in Documents, l’attenzione di Bataille è evidentemente puntata su di un certo tipo di corrispondenze formali, dimodoché, in una sorta di glossario che compare sulla rivista, alla voce ‘Metamorfosi’, troviamo una connessione immediata agli animali selvaggi, «illegali e profondamente liberi (i soli veri outlaws)[2]» verso i quali l’uomo prova allo stesso tempo un sentimento di superiorità e invidia. La voce del dizionario critico ci consente anche di enucleare le principali caratteristiche che Bataille attribuisce alla ferinità, ovvero ciò che all’origine della propria umanità l’animale‐uomo ha perduto diventando umano; nello specifico: «l’innocente crudeltà, l’opaca mostruosità degli occhi […], la follia stridente che, nel corso di certi scarti, arriva alla metamorfosi»[3]. Di seguito, l’ossessione per le metamorfosi viene definita come «un bisogno violento, che si confonde d’altronde con ciascuno dei nostri bisogni animali, e spinge un uomo a disfarsi tutto a un tratto dei suoi gesti e delle attitudini che la natura umana esige»[4], per poi fare l’esempio dell’uomo che, nel proprio appartamento, si mette a quattro zampe e mangia il cibo del cane.
La necessità di ricorrere alla ferinità per evidenziare certi istinti incontrollabili che quasi riavvicinano l’essere umano alla propria origine biologica, facendolo ridiventare una sorta di scimmione antropomorfo, pare denunciare una deficienza del linguaggio che si appella all’animale quando non sa dar conto razionalmente di certe azioni, o vuole negare che certe pulsioni deviate siano specificamente umane. Ma la via dell’identificazione metaforica, o metonimica[5], per Bataille è sempre una costante naturale, un fatto che prelude a una corrispondenza reale, di cui l’arte e la poesia possono dar conto meglio della filosofia e delle scienze positive. Sempre all’interno del dizionario critico di Documents, infatti, alla voce ‘Bocca’, si constata la minor espressività dell’orifizio orale per l’uomo rispetto agli animali, in favore di occhi e fronte. Eppure per Bataille la bocca conserva una valenza violenta che si mantiene a un livello inconscio, e che si manifesta allorché l’essere umano prova emozioni troppo violente per essere trattenute: sono tutte quelle espressioni che vedono una sorta di decapitazione simbolica dell’uomo. Infatti se quando si vede, e in particolare si scruta desiderando, la testa perde la propria razionalità e diventa un puro vedere, riducendosi dunque a occhio, allo stesso modo, come in certe rappresentazioni di Francis Bacon, il capo può ridursi a bocca, per ridere, gridare, digrignare i denti; è proprio in questi momenti che avviene una sorta di metamorfosi tale da riportare metaforicamente l’uomo alla sua originaria forma animale, con la bocca rivolta verso l’alto, simmetrica all’orifizio anale, mentre emette suoni inintelligibili. È tuttavia importante notare che la connessione rimane metaforica, perché esprime paradossalmente l’origine dalla quale l’uomo, essendo negatività assoluta, si è distaccato, ma che, hegelianamente, conserva, mantiene in sé. L’uomo, come Maldoror, non è più un animale ma, quando nega se stesso, in particolare attraverso le azioni di dépense, di
dispendio gratuito delle proprie energie vitali, agisce come tale.
Infatti, vedere gli animali in azione può mostrare all’uomo la verità sull’essere ignoto che anch’egli è, in modo assai diverso dall’essere neutro e astratto oggetto della ricerca dei filosofi, cioè sull’essere che «nel senso forte non vuol dire in effetti contemplare (passivamente), e neppure agire (se per il fatto di agire rinunciamo al comportamento libero, in vista di risultati ulteriori), ma precisamente scatenarsi»[5]. E poco dopo, come spesso fa nelle sue opere saggistiche, Bataille cerca di esprimere icasticamente il concetto precedentemente enunciato: in questo caso un bambino vede un cavallo correre come impazzito con la bava alla bocca, cosicché il lettore, attraverso gli occhi spaventati del bambino, ha una chiara visione di ciò che Bataille ha inteso suggerire con l’idea di scatenamento. Pertanto questi elementi descrittivi, che si alternano con sezioni più discorsive all’interno della produzione saggistica di Bataille, non sono mai un vezzo linguistico, come non lo sono le metamorfosi animali di Maldoror, ma si tratta di tropismi necessariamente innescati da un linguaggio che per dire l’essere dell’umano, l’io proprio del singolo individuo, e il suo rapporto con la totalità dell’essere, deve continuamente ricorrere a metafore perché «una presenza così irriducibile come quella dell’io non ha il suo posto in un universo intelligibile e, reciprocamente, quest’universo esteriore non ha il suo posto in un io se non con l’aiuto di metafore»[6]. E, naturalmente, l’animale e le sue metamorfosi non si presentano solo nella produzione saggistica, ma anche tutta la produzione letteraria di Bataille è affollata di immagini e visioni animali, dal toro della corrida de La storia dell’occhio, alla madre di Pierre Angélique che, correndo per i boschi in preda all’estasi, confessa: «[…] ero indemoniata. […] Ero nuda, credevo di essere, con il mio cavallo, una bestia dei boschi»[7].
Sostanzialmente, dunque, l’immagine dell’animale e delle sue metamorfosi è sempre riconducibile ad istinti e azioni violente che, nell’uomo occidentale, riconducono al vizio, quando non al crimine e, in ogni caso, sempre alla trasgressione che, se compiuta secondi fini slegati dal desiderio di un tornaconto personale, se cioè la trasgressione supera il limite dell’utile e si esprime come un’azione puramente gratuita, un trasgredire per il gusto di trasgredire, diventa il veicolo principale di manifestazione dell’individualità e della sovranità della persona.

Note

[1] Cfr. G. Bataille, Il cavallo accademico, in Id. Documents, trad. it. S. Finzi, Bari, Dedalo, 2006, p. 23.

[2] Cfr. G. Bataille, Metamorfosi (3), in Id. Documents, cit., p. 174.

[3] Ivi, p. 177.

[4] Ibidem.

[5] Cfr. R. Barthes, La metafora dell’occhio, in Id. Saggi Critici, trad. it. di L. Lonzi, Torino, Einaudi, 2002, pp. 237‐
245.

[5] Cfr. G. Bataille, L’amicizia dell’uomo e della bestia, in Id. L’Aldilà del serio e altri saggi, trad. it. di F. V. Papparo,
Napoli, Guida, 1998, p. 290.

[6] Cfr. G. Bataille, Figura umana, in Id. Documents, cit., p. 63.

[7] Cfr. G. Bataille, Mia Madre, In Id. Tutti i romanzi, trad. it. di D. S. Estense, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p.
590.

(Questo post riproduce parte dell’articolo La fauna come inferno della psiche. Metamorfosi animali nelle interpretazioni lautréamontiane di Gaston Bachelard e Georges Bataille)

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