Pensieri cattivissimi (e non cattivissimi). Divagazioni e glosse (non) antispeciste

di Antonio Volpe

“I soviet più l’elettricità
non fanno il comunismo,
anche se è un dato di fatto
che a Stalingrado non passano.
Anche se è un dato di fatto 
che a Stalingrado non passano.
Lunga vita al Presidente.
Lunga vita al Presidenteeeeee”
CCCP, Manifesto
 

– Dei sognatori dei secoli scorsi ci sono rimasti una massa di arrivisti feroci. Imprenditori di se stessi intercambiabili. I loro sogni sono tutti uguali, e si riducono a conti fatti allo stesso: affermare se stessi, diventare qualcuno. Nessuno di loro si accorge che dietro i loro “io voglio” lavora incessantemente una macchina anonima e inarrestabile che gli fa fare quello che “vuole il potere”. Questa stessa parola suscita in loro solo ilarità. È perché da tempo immemorabile ne è stato strappato loro il significato. D’altra parte letteratura e cinema ci insegnano da tempo che la maggior parte dei fantasmi e degli zombie non sa di essere morto, o non vuole saperlo, e crede invece di essere vivo, o preferisce crederlo.

– Guardare gli studenti in pausa pranzo ai giardini non può non far pensare alle tempeste ormonali e ai festini serali. Ma subito pensiamo alla naturalità delle funzioni fisiologiche divise per età di sviluppo e alle belle feste a cui tutti abbiamo partecipato.
E così non capiamo più niente. Non capiamo che l’organizzatore della nostra funzionalità genetica non è quell’idolo che chiamiamo affascinati doppia elica del DNA, ma il biocapitalismo – laddove il prefisso bio è sostanzialmente un pleonasmo.
I festini durante i quali le tempeste ormonali incontrano i loro sfoghi non sono altro che la preparazione all’età infinita della produzione.
Non si tratta solo di dare qualche scarico prima di spremere l’esistenza come un limone. O di far immaginare che ci siaaltro nella vita che non si ferma al lavoro (produzione-consumo), e che verrà rinviato sempre più lontano nella sua riattivazione, finché si arriverà alla pensione esangui di energie e “sogni”.
Si tratta di far bruciare la voglia di godimento in modo tale che a 30 anni di festini non se ne voglia più sapere. Il desiderio non è un sistema idraulico, né tantomeno una risorsa esauribile. Ma questa è la cornice ideologica in cui ci muoviamo tutti, innervati da esso. Il che rende reale che a 30 anni si abbia voglia di starsene a casa con compagna/compagno a guardarsi un film in cassetta, mettersi il pigiama e addormentarsi prima di scopare, anche se lo si vorrebbe. Insomma prepararsi al lavoro del giorno dopo.
Davanti a questa invisibile macchina dell’organizzazione biologica dell’esistenza (dove la biologia cattura l’esistenza riducendola a bìos genetico-energetico) l’unica via di salvezza è il fallimento.
Fallire, cadere fuori dalla burocrazia biologica delle istituzioni formali e informali e dai loro incatenamenti temporali.
Sviluppare un’infelicità precoce, e una nostalgia inguaribile per la felicità. Solo così si può aprire uno spazio disperanza di un’altra felicitàche non sia immaginaria, o mimata.

In glossa a margine dell’editoriale di Animal Studies di Marco Maurizi. “La lacrima sgorga, la terra mi riacquista”. Quanta saggezza e quanti fraintendimento in e attorno a queste parole. Non c’è soggetto che si liberi dalla propria prigionia nel riconoscimento della propria somiglianza alla natura (Adorno). Un Io che fuoriesca da sé (spiritualmente?) incontrando la libertà che fingeva propria nell’appropriazione perenne della natura ridotta a macchina.
Qui siamo ancora in una palude hegeliana, che non sovverte le categorie cartesiano-kantiane, ma tentando di ridialettizzarle, le riafferma.
La lacrima che sgorga verso la terra rammemora il mondo! Il soggetto non è mai stato tale! Non c’è mai stato davvero un soggetto-spirito da un parte e una natura dall’altra, ma una costituzione immunitaria del singolo davanti all’evento del venire-sottrarsi alla presenza in cui è immerso, senza che ciò possa i(n)criverlo in un “fondo” comune e indistinto.
L’evento è quello di una singolarità plurale che disegna una costellazione senza mappa e mappabilità – irrappresentabile – delle relazioni. Questo gioco senza regole, senza calcolo, è il mondo.  Solo “posto davanti”, il mondo si fa natura, e così oggetto di una manipolabilità infinita del soggetto. Il tornaconto dell’immunizzazione che si paga al soggetto è la proprietà.
Ma la physis non è un concetto più originario al quale risalire per salvarsi rifugiandosi in un’innocenza perduta! Heidegger lo sapeva bene! Greci come non lo sono stati i greci! Physis è il nome dell’evenemenzialità discreta e inarrestabile del venire-sottrasi alla presenza che fugge in una storicità policronica, di epoche e mondi la cui temporalità è asincronica. Il gioco dello spazio-tempo  che accade nell’evento è il gioco di una scacchiera infinita che non comincia dalle caselle, ma dalle relazioni che le disseminano dis-locandole in continuazione. Di un infinito, inarrestabile rotolare e roteare di dadi che si arrestano inclinati per battiti di ciglio costellando l’esistenza finita.
Physis non è il nome dell’Essere ma dell’essere inteso verbalmente, anzi: di essere.
È per noi esiliati da ogni fondamento e suolo il nome della possibilità di un ignoto. Che ci tenga nell’esilio, e quindi nella speranza di un futuro che ci salvi dal calcolo come dall’integrità. Senza questo non-orizzonte possibile, ogni incontro coll’altro, con un altro, è impossibile. Non c’è nessuna esperienza dell’impossibile senza lo spalancarsi di questo ignoto evenemenziale.
Non si tratta di sottrarsi alla tecnica in direzione di quest’idolo di latta che chiamiamo natura – senza più sapere che sia, che significhi. Techne è il nome di una relazione fra gli esistenti, fra gli esistenti e le cose, che non implica la riduzione a oggetto dell’esistente e della cosa, se non nella sua versione metafisica che impalca il mondo in un impianto di appropriazione infinita da parte del soggetto, e che precede la nominazione, il battesimo del soggetto. Le radici della modernità scavano abbeverandosi all’antico, all’originario (laddove si è posta origine e fondamento). Non sono separabili techne e praxis, perché ogni praxis cade fuori di sé verso altro: non verso una fabbricazione o una messa-in-opera ma verso un’apertura che fa spazio al sorgere di una presenza che fugge che non possiamo che chiamare altro.
Un soggetto che incontra un soggetto altro da sé non incontra nessun altro. Non c’è incontro fra soggetti. È come uno sbattersi di crape a cercare di entrarsi nel cervello. Non c’è fessura o fessurabilità del soggetto: il soggetto potrebbe solo autonegarsi in direzione dell’altro soggetto, ma così facendo si annienta senza lasciare nemmeno il nulla, né tantomeno il nihil della distinzione. L’autofabbricazione che il soggetto pretende con pezzi altrui – ciò che lo altererebbe – è in realtà una finzione proiettiva, in cui alla fine il mio non si rivela altrui, ma al contrario l’ altrui un totalmente mio. Il soggetto è totalmente autopoietico, per quanto si tenti di fessurarlo e alterarlo filosoficamente. A rigore il soggetto non può che essere un edificio autoedificato senza porte né finestre, un cervello in vasca. A rigore il soggetto non può che essere un edificio autoedificato senza porte né finestre, un cervello in vasca.
Solo un singolo, accerchiato fin dall’inizio, da prima dell’inizio, dal reticolo dei limiti altrui, dei limitare della propria singolarità plurale, può fare un incontro. Altro fra altri, altro davanti all’altro.
A rigore il soggetto non appropria neppure l’oggetto, ma sempre se stesso. Se stesso è l’unico oggetto che il soggetto può appropriarsi. Ciò che cade fuori di esso può solo, e non può essere che, ridotto a oggetto (di manipolazione) e incorporato fantasmaticamente. Questa è la catastrofe del soggetto, il soggetto come catastrofe della storia della metafisica.
Per tutto ciò che si è detto, è sempre dall’esserci che dobbiamo ricominciare per immaginare un esistenza che sia tale, che sia ex-istenza in direzione dell’altro. Un esistere che fin nelle pieghe più intime sia estroflesso al fuori, laddove questo fuori non si intenda come un’aggiunta, e invece come la sua (de)costitutiva intimità (impossibile). In cui l’altro non contenga segreti, ma, proprio nel suo protendersi, fugga nel mistero che si proietta dalla sua esposizione.

Glossa a margine di una serata con amici, al pub. Mille infiniti noiosi dibattiti sul realismo, il new realism, il fanfaranfato “ritorno” della realtà, continuano a scavalcare l’evidenza fondamentale (parliamo come realisti?) che qui si tratta del solito sogno metafisico dell’accaparrarsi da parte dei filosofi il presunto fondamento della realtà, mettendo delle pezze sopra l’abisso del suo mistero infinito in cui caschiamo continuamente e irrimediabilmente. Il tentativo di “negoziare” (parola di un amico filosofo) una nuova koiné realista non fa i conti col fatto contro cui cozziamo continuamente di non poterci liberare dal circolo delle interpretazioni che ci attende ogni qualvolta poggiamo i piedi su un presunto suolo. Ogni definizione ha bisogno di una definizione, ogni spiegazione di una spiegazione e così via all’infinito, e stare in questo gioco implica ammettere la finitezza del nostro potere di padroneggiare la realtà, e quindi di ogni nostra lettura di essa. A che ci serve sapere se sul tavolo abbiamo tre o quattro bicchieri, se manco sappiamo, sappiamo e possiamo dire se stiamo sognando o siamo svegli? Nessuno vuole negare che un bicchiere di birra in più significhi probabile ubriachezza, ma se poi di questa pretendiamo di dire che sia un effetto chimico sul nostro cervello, senza discutere che significhi in cervello in un corpo e un corpo in un mondo, o pretendendo che questa discussione possa terminare con una risposta che ci metta tutti d’accordo – in base a che? a una presunta, astorica evidenza reale? Legittimata da chi? – beh, non si fa che scivolare nel più flagrante dei ridicoli. Siamo svegli? Stiamo dormendo? Sognando? Possiamo dirlo e dimostrarlo, e come? E per quale ingiunzione metafisica o lezione di cattedratico dovremmo continuare a considerare il sogno meno “reale” della realtà, e la realtà separata, immune, dal sogno? Quanto sogniamo mentre siamo svegli? Non è più interessante questo abisso senza fondo dal quale continuamente distogliamo gli occhi, di quanti bicchieri (forse sognati) stanno sul tavolo mentre chiacchieriamo – sognando forse – di realtà?
Ma, c’est bon. Mode del momento. Nuovi baroni al potere. Almeno l’autorità morale (pastorale) che legittima le nostre interpretazioni presunte vere o false, possiamo questionarla? O le posizioni accademiche sono mandati divini, ormai? La mitopoiesi comunitaria della filosofia è la più invincibile?
Qui non è in ballo la paura del potere, ma quella della finitezza. Dell’esilio.
Solo parole? La questione resta se delle parole facciamo esperienza oppure se il linguaggio è ridotto ormai a un equivalente universale di compravendita di “valori”, concetti, cariche, ruoli, mercato in cui ricade perfettamente a misura anche il negoziato.
Almeno ai tempi dell’interpretazione si partiva dal conflitto.
E mentre scrivo Berlusconi continua a fare conferenze stampa.

Da: http://munusumanus.blogspot.it/#!/2012/11/cattivissimi-pensieri-e-non-cattivissimi.html

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Comments
14 Responses to “Pensieri cattivissimi (e non cattivissimi). Divagazioni e glosse (non) antispeciste”
  1. Giorgio Cara ha detto:

    “Physis è il nome dell’evenemenzialità discreta e inarrestabile del venire-sottrasi alla presenza che fugge in una storicità policronica, di epoche e mondi la cui temporalità è asincronica.”
    Debbo, sebbene assai a malincuore, rivalutare l’affermazion tranchante di quel vivisettore che mi aveva scoperto esser carente di abilità cognitive: perché non ci arrivo.
    Pensavo di aver raggiunto il mio limite con alcune note della Essenza del Nichilismo di E. Severino, ma evidentemente oltre – come nella canzone di J. Squillo e S. Salerno di là delle gambe – c’è di più.
    Sarà che nelle mie serate con gli amici, al pub, non si fanno mille infiniti noiosi dibattiti su realismo, o new realism, ma si consuma forte birra, e più.
    Complimenti all’autore, shame on me. 😉

  2. derridiilgambo ha detto:

    Beh gli amici in questione han bevuto parecchio :-).

    E cmq non è con loro che i dibattiti sul new realism sono noiosi 😉

  3. MM ha detto:

    In effetti il dibattito sul realismo, cui ho assistito, era di una noia asfissiante nonostante la verve dei due bravissimi filosofi coinvolti. Non riesco a immaginare niente di più assurdo del discutere di “realismo” come se fosse un concetto di cui occorrerebbe seriamente occuparsi, per non parlare di chi vi si contrappone usando il concetto ancora più vacuo di “interpretazione”. Meglio il problema del sesso degli angeli e la “iota differenza”: queste sì che erano questioni teoretiche fondamentali. E non lo dico affatto per scherzo.

  4. derridiilgambo ha detto:

    Sarà che se l’osservatore non sente nominare la dialettica, non vien preso da sacro furore filosofico :-).

    Ma davvero, definire “vacuo” qualcosa a cui si sono dedicati pensatori per più di un secolo, è una stupidaggine.

    Buttare via Dilthey insieme ad Heidegger, Gadamer, Pareyson, Vattimo, Givone, tanto per citare quelli che preferisco, mi pare un atto di generalizzazione indebita non da te.

    Se invece per davvero la filosofia avrebbe senso solo se “dialettica”, beh allora cominciamo a fare i conti con la storia.
    Nel senso che se la verità diviene con la storia, anche le leggi del divenire storico diverranno insieme a quella, e allora la dialettica non è la bacchetta magica per ogni tempo.

    Poi tu dirai che non esiste una “dialettica”, ma molte, o forse nessuna, e allora non si capisce perché tieni tanto a un flatus vocis, o ad un contenitore in cui buttare quello che si preferisce senza più un criterio razionale cogente, a cui sembri tenere tanto.

    Non capisco come possa piacerti tanto Nietzsche, fra l’altro. Ma d’altra parte una volta ti letto scrivere che “il nichilismo è un problema inesistente”.

    Beh, in effetti non è che i Francofortesi fossero molto affezionati alla questione…

    • MM ha detto:

      Antonio ti faccio notare che io non nomino mai “la” dialettica, di cui tu solo parli come ti ho già scritto altrove. Per me anche “dialettica” è una parola vuota, lo dimostra la sociologia “dialettica” di Gurvitch che è una mera filosofia del “né questo, né quello” (come il personalismo che tutto è tranne che dialettico). Non mi interessano le etichette, mi interessano i processi di pensiero nel loro darsi e non giudicarli dall’esterno secondo categorie per quanto nobilitate da “grandi nomi”.
      Mentre tu, al contrario, accetti “l’interpretazione” e ne fai un marchio distintivo. Io non ho mai detto che Dilthey ecc. siano da buttare via, dico solo che non mi pare che il gioco teorico si giochi sul conflitto, apparente, tra “realtà” e “interpretazione” e che invece di usare le armi spuntate dei “realisti” dovresti sottrarti al loro gioco truccato.

      • derridiilgambo ha detto:

        Beh, ogni tanto la nomini, “la dialettica”, ma ho capito benissimo la critica che mi fai. Io ti rispondo che per me *esiste* qualcosa che si può chiamare “dialettica” (e che non inizia certo con Hegel: se vuoi discutiamo della complicatio oppositorum di Cusano 🙂 ) e che va smontata.

        Però sei tu che accusi me e Leo di essere “anti-dialettici”. Quindi di *qualcosa* non sto parlando solo io.
        Oppure scherzi soltanto. Mah.

        E al contrario di quello che tu pensi, io non accetto nessun marchio distintivo. Uso interpretazione, qui, in maniera volutamente apologetica. Nel senso che meglio l’interpretazione, il nichilismo ermeneutico, del new realism.
        Ma poi vado un po’ oltre – non si vede?
        Ma tu hai mai letto nei miei testi precedenti quella parola? Se la trovi ti offro una cena da RadiceRotonda.
        Non è un caso. Che non ci sia. Questa fa il paio con la discussione su Munus che si è inchiodata sull’asse Adorno-Heidegger, laddove io non mi sento un heideggeriano (poi, quando vorrai, leggerai). Difendo solo, qui come là, cioè che mi pare buono criticando ciò che mi pare cattivo (sbagliato, ingenuo, sospettabile, ecc…).

        Ma poi a me interessa qualcosa che per esempio Vattimo non mi pare nomini mai: e cioè il mistero. Così come del gioco delle interpretazioni a me interessa soprattutto il gioco! (E figuriamoci, si dirà! 🙂 )

        Gioco del mistero, mistero del gioco. Ecco cosa mi interessa.

        Ma il nichilismo ermeneutico non è la cicuta della filosofia. E può essere un punto di ingresso per il pensiero.

        Questo ai new realists fa schifo, oppure solo non lo sanno.

        E allora intanto difendiamo *anche* gli avamposti che ci restano

  5. pasquale cacchio ha detto:

    Bella disputa tra filosofi.
    Non potrò intervenire con pertinenza perché non conosco né la dialettica (mi si rizzano i capelli solo a sentirne parlare) né Heidegger (stesso vizio, inventarsi una lingua e non far capire nulla a chi non l’impara), la mia filosofia è ferma a Platone e qualche altro.
    Trovo interessante il tema di Derridilgambo sulla “fusis”.
    E condivido la noia di MM sulla riscoperta del realismo.

  6. MM ha detto:

    sì ogni tanto la nomino la dialettica ma quando penso possa far capire, se invece, come ogni ovvietà, occulta, allora la tacito. (eh, Husserl l’ho letto anche se penso sbagli quasi tutto…). E poiché tu da quanto ho visto non critichi mai una posizione dialettica nel merito ma solo per ciò che essa significherebbe come schematismo “falso” dentro il tuo schema vero cosmico-storico (:D) allora ti dico, “eh no, caro, non te la cavi così a buon mercato!”. Se mi critichi l’editoriale (anche senza considerare che rappresenta un’ouverture riflessiva del numero, non è certo un mio saggio…) per quello che esso dice nei singoli passaggi e nel dispiegarsi della sua argomentzione e non per quello che nel tuo schema rappresenta la sua “dialetticità” allora ok. Altrimenti rimaniamo nella critica “trascendente” che non colpisce perché passa sopra ciò di cui vuole essere critica.

    ps. la mia accusa sul marchio riguardava la tua antipolemica coi realisti, non i tuoi scritti (dove, tra l’altro, come forse ricorderai, ti ho fatto osservazioni puntuali sempre però cercando di rimanere dentro il TUO modo di argomentare e la prospettiva che lì sviluppavi, non certo facendo una critica esteriore e pontificando sull’insensatezza dell'”Esserci” o del pensiero heideggeriano…Se non si concede un po’ di vantaggio all’altro ogni critica sarà sterile perché non lo raggiungerà)

  7. derridiilgambo ha detto:

    Ma come non critico i passaggi dialettici, Marco?
    Se mi dici che non so “criticare” Adorno in generale ci faccio un pensiero.
    Ma non puoi dire che non critico i passaggi del tuo testo.
    Guarda che anche se non c’è il virgolettato (anche se pure la mia è un’overture, cosmico-storica, anzi evenemenziale, anzi: appunti) la critica NON mi pare invisibile.

    Ma chi è bloccato in uno schematismo, qui?

    • MM ha detto:

      tu! 😀
      se io appena parlo del soggetto tu immediatamente dici “eh ma questo è IL Soggetto, quello sbagliato, anzi è tutto sbagliato perché già solo dire ‘soggetto’ vuol dire che non si è capito che Heidegger-Nancy l’hanno reso obsoleto e questa è la vecchia dialettica che spiega tutto e va smontata ecc. ecc.” io non ci vedo una gran critica immanente…Ma sicuramente sono io che non capisco. 😉

  8. derridiilgambo ha detto:

    Beh, comunque due passi li abbiamo fatti.

    Siamo passati da dialettica a soggetto e da Heidegger a Nancy.

    Magari in un paio d’anni viene fuori un libro a quattro mani 🙂

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