Vicenda Menarini: la nonviolenza animalista che può piegare la lobby dei farmaci

Articolo apparso sul settimanale Gli Altri del 11 marzo 2013

di Leonora Pigliucci

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La farmaceutica Menarini di Pomezia è sotto pacifico assedio animalista da giorni.
Una mobilitazione massiccia e spontanea, senza sigle, scattata dopo la notizia dell’arrivo di 8 cani che sarebbero stati vivisezionati nei laboratori dell’azienda.
Questa, che già da mesi è nel mirino degli attivisti della zona, dopo due giorni di presidio ininterrotto di fronte ai suoi cancelli, ha tentato di placare gli animi con un impegno formale a cedere gli animali in questione.

Si tratta di un episodio che a nemmeno un anno dalla liberazione dei beagle di Green Hill al culmine di una manifestazione, il 28 aprile scorso, suggerisce molte valutazioni.
Innanzitutto che c’è una leva consistente di attivisti pronta ad agire, con indubbia generosità, non appena il momento si fa proficuo, che è in grado di sovvertire consuetudini e tattiche comprovate per lanciarsi con testa e cuore in azioni ardite dai risvolti imprevedibili.
Poi, che al di là dei conflitti ideologici, che in questi ultimi mesi confondono e ottundono la creatività di un movimento altrimenti straripante di potenzialità, quando si apre uno spiraglio di liberazione quella maggioranza agisce compatta e fraterna, ed è capace di raggiungere risultati storici.

Chi solo pochi giorni fa avrebbe immaginato che una potentissima industria farmaceutica di calibro internazionale come la Menarini si sarebbe docilmente fatta assoggettare da un manipolo di ragazzi accorsi alla spicciolata, di notte, sotto la pioggia, senza autorizzazione né coordinamento a bloccare col proprio corpo tutti i furgoni di passaggio, per realizzare l’impresa assurda di impedire l’ingresso nei laboratori di 8 cavie regolarmente acquistate e fatte arrivare dall’estero?
Eppure a quanto pare quei visionari ce l’hanno fatta. E si è reso palese come il liberazionismo animalista e l’azione diretta a viso scoperto inizino a fare davvero paura a chi campa sula sofferenza degli animali.

La dice lunga la reazione del consiglio di amministrazione della Menarini che, nel comunicato della “resa”, non solo indica la propria disponibilità a salvare i cani, ma, elemento davvero nuovo, afferma di non voler più sperimentare sugli animali, come prescritto però dalla legge, e auspica perciò di poter ricevere presto indicazioni in questo senso da parte della politica.
Siamo, allora, di fronte ad un inedito cedimento strutturale dell’impianto legittimante la sperimentazione animale, ad un’apertura nella quale si legge, neanche troppo tra le righe, il riconoscimento da parte di coloro che la praticano dell’inamissibilità etica della sperimentazione animale; ad un atteggiamento sulla difensiva che non potrà che rafforzare le proteste future. Il movimento (ancora senza sigle, nessuna associazione in testa) non vuole sprecare l’occasione, e porterà avanti un presidio a oltranza, sempre di fronte alla Menarini, perché i riflettori restino accesi sulla vicenda, ma utilizzandola stavolta a megafono, perché quanto prima si imponga un ripensamento a livello europeo, che dallo spiraglio della farmaceutica italiana dia modo di scardinare l’edificio intero della vivisezione.

Le adesioni al presidio si stanno moltiplicando, di ora in ora, da tutto il Paese.

In questo frangente scoppiettante bisogna essere molto distratti per non accorgersi che non sono i piccoli passi della Lav, o l’accidentato percorso dei diritti animali in ambito legislativo, quelli che stanno agendo contagiosamente sulla mentalità di un’opinione pubblica sempre più coinvolta dal destino animale, ma lo spontaneismo più sincero, declinato in azioni di vera e propria disobbedienza civile che, finalmente con qualche efficacia, erodono la consuetudine all’indifferenza per lo sfruttamento animale su cui poggia tutto.
Ed è miope la posizione di certo antispecismo politico, che nella mancanza di una progettualità che vada oltre la liberazione animale, nelle azioni cui stiamo assistendo e partecipando accoratamente, nella centralità che lasciamo all’emozione per la sorte dei singoli animali, nell’inadeguatezza al politically correct di certe campagne informative, o nell’accondiscendenza generale all’azione indiretta nonviolenta ma illegale, vede il segno del fallimento dell’animalismo contemporaneo.

Azioni giocate sul tempismo, l’emotività e la casualità stanno costituendo di fronte a chi sfrutta gli animali, anche ad interi colossi industriali, le sembianze di un nemico imbattibile, una minaccia costante, un disastro per l’immagine pubblica, un intralcio pesante che già da tempo preoccupata i rappresentanti delle case farmaceutiche. Questi hanno infatti sottolineato più volte come il traffico aereo degli animali da laboratorio (spesso si tratta di macachi catturati nel Borneo) sia così estesamente sotto attacco da parte di attivisti internazionali che spesso ne va del normale svolgimento delle attività. In quest’occasione, sono gli sperimentatori italiani a vedere la faccenda complicarsi proprio a causa di recenti vittorie animaliste, ovvero per la sospensione dell’attività da parte dell’allevamento di Montichiari, posto sotto sequestro dopo la denuncia degli attivisti che hanno liberato i cani.
E’ per questo che la Menarini ha dovuto ordinare gli animali dall’estero, allungando l’iter da compiere per averli e le spese, ma sopratutto esponendosi ad una visibilità che in questo momento non vorrebbe e che sta diventando soffocante.

La tattica animalista, d’altra parte, affonda le radici in una tradizione nobile di battaglie vittoriose.

Gene Sharp in The politics of Nonviolent action racconta di lotte per la giustizia del passato, di donne e di minoranze, cui la storiografia ufficiale non ha riconosciuto la dignità di rivoluzioni, non tanto perché queste non contenessero un significativo potenziale sovversivo, o non siano state responsabili di piccoli e grandi balzi in avanti della civiltà umana, ma per una sorta di pregiudizio in favore della violenza, che ha restituito ai giorni nostri il termine rivoluzione come sinonimo di azione di massa, belligerante ed armata. Esiste invece, dice Sharp, una lunga tradizione di battaglie vinte dai piccoli, che sta alle spalle di Gandhi e che nel Mahatma ha trovato una messa a sistema definitiva o quantomeno fondante.

Sharp in certe pagine sembra descrivere i passi del movimento animalista di oggi: illustra come sia necessaria l’abnegazione di chi a viso scoperto, e a proprio rischio e pericolo, sfidi una consuetudine fatta di inequità per farne emergere la contraddizioni con il presunto e preteso progresso morale della società contemporanea, che scompagini le carte della normalità, che, con comportamento personale ineccepibile, rovesci il tavolo sulla faccia di chi impone la sua legge ingiusta, che dia segno di solidarietà spiazzante, mescolandosi ed identificandosi con gli ultimi umiliati e calpestati, mentre disdegna il proprio privilegio. In questo caso quello di esseri umani occidentali, inebetiti da una finta libertà che nella sostanza non tollera fughe dalla gerarchie imposta all’esistente.

Stavolta è il pregiudizio specista, anch’esso violento, che fa di quella animalista una rivoluzione nascosta, misconosciuta e spesso derisa, di cui non si comprende ancora appieno la natura politica, mentre essa, pacificamente e silenziosamente, sta svuotando le fondamenta stesse del nostro mondo, negando, coi fatti, quell’antropocentrismo ormai privo di senso, che non regge più nulla.

Ma stavolta, a quanto pare, il momento è quello giusto.

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Comments
13 Responses to “Vicenda Menarini: la nonviolenza animalista che può piegare la lobby dei farmaci”
  1. devetag ha detto:

    Bell’articolo, condivido. E gli spocchiosi della Rivoluzione con la “R” maiuscola stiano pure in un angolo a guardare e scuotere la testa.

  2. giulia ha detto:

    non concordo.
    l’antispecismo E’ una scelta politica, deve esserlo, e chi non lo capisce non è miope, è cieco.
    O combatti la logica della sopraffazione in toto, o si vinceranno tante battaglie ma mai la guerra.
    Portare avanti atteggiamenti discriminatori in qualsiasi direzione significa continuare a proporre il modello culturale che condanna i nostri fratelli non umani a prigionia, tortura e morte.

    Con la coerenza forse il percorso è più lungo, ma assai più lungimirante ed efficace.

    • stopthatrain ha detto:

      Giulia scusa ma mi sembra che chi fa un discorso come il tuo osservi la realtà in una prospettiva futuribile, fumosa, che non offre soluzioni pratiche… perché non può ancora darle. Mentre qua siamo di fronte potenzialmente a grosse conquiste, a livello sia politico che divulgativo, ottenute tramite l’attivismo. Dato che ho a cuore anche gli animali che sono rinchiusi oggi nelle gabbie trovo utile concentrarsi sulle strategie vincenti. E poi, scusa, di che discriminazioni in particolare stai parlando? Chi manifesta contro la Menarini… manifesta contro la Menarini, non sta prevaricando nessuno! 🙂 Perché mai attivismo e filosofia antispecista dovrebbero essere antagonisti tra loro? E con che diritto dovremmo spulciare i curricula di chi manifesta più di quanto non facciamo con chi partecipa ad altre proteste? Io non credo che la strategia di lotta di chi si occupa di donne, o di migranti sia meno valida, o il loro fine meno nobile, se poi quelli o quelle che la portano avanti non hanno a cuore altrettanto gli animali che gli oggetti del loro impegno prioritario, e credo che questo neanche per te sia importante. E allora perché – se non per antropocentrismo – per occuparsi delle altre specie si dovrebbe invece prima superare un esamino su altre materie? E guarda che io il discorso antispecista lo condivido, ma lo vedo come qualcosa di là da potersi realizzare appieno, che nulla deve togliere oggi ad un attivismo animalista che inizia ad essere vincente. Dovrebbe semplicemente procedere su un binario parallelo, riempiendo di significato l’azione diretta, ma non negando, o disprezzando le conquiste di chi sta in piazza. Perché questo è semplicemente ottuso.

  3. rita ha detto:

    Condivido e sottoscrivo ogni singola parola di questa tua lucida analisi.

  4. luigi ha detto:

    Pienamente d’accordo con Devetag e con Stopthatrain…

  5. stefania ha detto:

    pertfettamente in sintonia al testo. come attivista animalista insieme ad altre associazioni abbiamo elaborato una AGENDA ANIMALISTA ANTiSPECISTA , leggibile al link:
    http://www.liberacittadinanza.it/i-diritti-degli-animali/agenda-animalista
    questi I 12 puntio che contiene:

    1)Costituzione ,integrazione Art.N.3.

    2)Stop alla vivisezione , No ricepimento Direttiva europea 2010,

    3)Messa al bando lobby farmaceutiche

    4) Archiviazione laboratori di ricerca con animali e loro riconversione

    5)Chiusura allevamenti pellicce e animali per vivisezione , allevamenti intensivi.Stop importazione animali .

    6) Istituzione corsi universitari metodi sostitutivi

    7) Crezione Banca dati tessuti umani

    8)Vietare sfruttamento animami nei circhi,. fiere , pali ecc

    9)Fine del randagismo

    10)Ceazione strutture pubbliche come “Centri incontro uomo animale”

    11) Stop alla caccia e alla pesca

    12) Istituzione commissione parlamentare e regionale a maggioranza animalista.

    L’agenda è stata posta all’attenzione , fra gli altri, di Grillo, e di Vendola, sarà proposta allla commissione parlamenentare della salute. ed al ministro della salute del nuovo governo.

    LIDA Onlus Firenze
    Lega Italian dei Diritti dellAnimale,’

  6. andrij83 ha detto:

    Eppure, qualcuno come la Cgil, non sembra cogliere questo vento di cambiamento.
    http://andreaoleandri.wordpress.com/2013/03/09/da-questaltra-parte/
    (scusa se mi permetto il link)

  7. Andrea ha detto:

    Pacifica Protesta con macchine rigate e prese a calci, dipendenti a cui è stato impedito con la forza di raggiungere il posto di lavoro, minacce sui social network a chi faceva presente che la sperimentazione è ben diversa da ciò che la propaganda animalista vuole far credere??Mah, mi sembrate un po’ troppo di parte e non obiettivi…

    • stopthatrain ha detto:

      ciao Andrea, non mi risulta che a nessuno sia stato impedito di raggiungere alcunché, si è presidiato perché piuttosto fossero i cani a non raggiungere i luoghi dove erano attesi per la reclusione e la tortura.
      Delle minacce sui social network cui fai riferimento non so che elementi tu abbia per collegarle direttamente con la protesta alla Menarini e comunque non significano molto, se ne sentono tante, dall’una e dall’altra parte, e nessun capello è stato mai torto in Italia ad ricercatore né a nessun altro avversario della causa animalista.
      La violenza o meno della protesta alla Menarini, poi, non la fanno due calci alle macchine da parte di qualcuno (quelli cui ho assistito io sono stati una reazione, certamente deprecabile, alle provocazioni di un dipendente che filmava i manifestanti e sgasava, minacciosamente, per indurli a spostarsi). L’interposizione fisica per impedire lo svolgimento di un’attività è una tecnica di disobbedienza civile, e di quello si è trattato.
      Detto ciò nessunissima pretesa da parte mia di essere equidistante, ma tutt’altro! Ho fatto un’analisi dal mio umile punto di vista, sperando che da essa, come dalla riflessione degli altri, scaturiscano strategie e modus operandi che creino ancora più serie difficoltà allo svolgimento della sperimentazione animale, fino alla sua totale abolizione.

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