Mamma Findus

di Barbara Balsamo

Dorothea-Lange-Migrant-Mother-1936

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero,

ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

Adorno

E’ di sabato scorso la notizia che lo stabilimento di Cisterna di Latina della Findus, il primo della serie, nato nel 1964, sta avviando il piano licenziamenti. L’angoscia e lo sconforto di numerose famiglie del territorio echeggia su tutte le testate giornalistiche e corre di bocca in bocca. Ma andiamo per gradi.

Chi è la Findus? questa azienda italiana surgela prodotti freschi, alimenti di vario tipo dai vegetali agli animali. La Findus è di proprietà della C.S.I. (Compagnia Surgelati Italiana) a sua volta facente parte di una multinazionale europea la IGLO group. Le motivazioni del licenziamento sono “tagli all’organico” non meglio precisati. Lo stabilimento di Cisterna produce essenzialmente vegetali e pesce, che vi arriva, come in tutti gli stabilimenti d’altronde, già lavorato. Si perché alle sue spalle esiste il colosso delle lobbies della pesca, finanziata e appoggiata dai governi.

Come la Findus solo in Italia ne troviamo molte altre solo pesce altre solo carne.

È chiaro anche al più ingenuo lettore che questi licenziamenti sono semplici tattiche funzionali delle aziende – di tutto il mondo – che si trovano a fare i conti con un mercato finanziario costruito da lobbies del potere e del denaro fondate sullo sfruttamento umano e non umano. Sono il riflesso di una società di dominio. Questa nostra società non è affatto portatrice di reale benessere, anzi ci avviluppa, e con noi gli animali, in un meccanismo centrifugante dal quale è complesso uscire. La nostra vita quotidiana non è che la proiezione di questa “reiettitudine” (se mi passate il termine) che si allarga sempre di più a tutte le fasce della popolazione, in primis le più deboli. Siamo nostro malgrado parte attiva di un sistema che ci rende carnefici e vittime al contempo. Questa società è la società del debito che crea schiavi dello stipendio, merce a basso costo al pari dei prodotti stessi. La dignità dell’individuo non esiste. Il sistema economico globale, di cui fa parte la Findus, struttura una società competitiva e stratificata, la più grande fonte di stress psico-sociale.

Delle persone che lavorano nello stabilimento di Cisterna di Latina, cittadina di provincia nell’Agro-pontino, molte sono monoreddito, vedove o padri di famiglia con figli a carico. Prenderemo ad esempio due casi, di cui siamo venuti a conoscenza, direttamente coinvolti: il primo una signora, che chiameremo Thelma, vedova e monoreddito con un contratto a tempo indeterminato da 15 anni e che adesso probabilmente vedrà mettersi la casa all’asta; il secondo caso una donna, che chiameremo Louise, vedova e sempre monoreddito con il cancro al seno. Due esempi di una catena di disperazione in cui la tragedia umana si confonde con quella degli animali fatti a pezzi nel loro stabilimento.

Ma perchè un’associazione che si occupa di liberazione animale dovrebbe interessarsi a queste storie, visto che l’azienda per cui lavorano causa, seppur indirettamente, la morte di milioni di esseri innocenti? Cosa vuol dire questo?

Mi preme prendere le distanze da alcuni ragionamenti che ho letto qua e là sulla “giustezza” della rivendicazione “io sto coi pesci” a prescindere dal contesto, che a me fa inorridire. L’imposizione morale per cui questi disgraziati devono anche accollarsi, qui ed ora, le colpe di un intero sistema di violenza. Non perché io sia debole o perché in fondo non tenga agli animali quanto dovrei ma proprio perché nei presupposti questa affermazione mostra solo una totale incapacità di analisi del sistema economico, del funzionamento delle politiche globali e di come gli individui, benché ovviamente capaci di discernimento e dunque anche di consapevolezza, siano innegabilmente coinvolti in dinamiche sociali molto più grandi di loro. Si tratta proprio della macchina infernale che noi antispecisti ci dovremmo prefiggere di fermare. In soldoni, quando devi dar da mangiare a tuo figlio o pagare le tasse, l’affitto e non so cos’altro, hai decisamente difficoltà a leggere la realtà con una chiave più critica, figuriamoci quando stai per perdere l’unico lavoro che potresti avere. Questo attenzione non significa affatto rassegnarsi o prendere posizioni morbide che in nome della pietà bloccano ogni anelito di lotta per la liberazione animale. Al contrario mostrano una posizione matura in grado di distinguere problemi contraddittori ma contingenti che confermano le tesi sulla società di dominio e le lotte per contrastarla, le quali necessitano urgentemente un’azione efficace che miri a smantellare alla radice il funzionamento sistemico e schizofrenico ma che non lascino vittime lungo il cammino, nemmeno virtuali, poichè saremmo alla stregua di chi al mondo dichiara guerra e la fa per portare la pace. Le nostre azioni si dovrebbero fondare sulla comprensione di questi meccanismi. Parliamo di compassione, empatia, rispetto. Lo pretendiamo per tutte le specie e poi non siamo in grado di distinguere e comprendere nemmeno le dinamiche fondamentali dello sfruttamento. Pretendiamo che Thelma e Louise, come le omonime protagoniste disperate di un noto film, soccombano perché colpevoli della morte degli animali. Questo attribuire colpe mi ricorda le fatwa islamiche. Ma cosa significa?

Da tempo c’è un dibattito tra animalisti, di importante rilevanza, circa la responsabilità morale del singolo rispetto alla tragedia animale con la quale si rivendica una sorta di impietosa presa di posizione nei confronti di tutti coloro che o non sono vegan o in qualche modo contribuiscono allo sfruttamento animale. Si innesca una contraddizione schizofrenica tra lavoro (se si ha la fortuna di averlo) e condotta di vita, tra consapevolezza e pratiche di vita quotidiana. Come se tra l’altro, tutti i vegan non facessero lavori che in qualche modo implicano uno sfruttamento animale. Ritorna ahimé la questione della coerenza a oltranza come se questa dipendesse esclusivamente dalla volontà dell’individuo, instaurando di fatto una piramide morale che va dai meno giusti fin su agli eletti. Un giudizio intransigente che piomba come una spada di Damocle sulle teste delle nostre Thelma e Louise.

Vi sembriamo poco animalisti? Vi sembriamo incoerenti se vogliamo un mondo liberato da questi meccanismi e se respingiamo con forza l’idea che esistano gerarchie del dolore e che non ci possiamo permettere di gioire sulle spalle di chi verrà messo in ginocchio da questi licenziamenti?

Noi lavoriamo affinché queste aziende scompaiano e lascino il posto a nuove forme di produzione che non solo non si fonderanno sulla reificazione e sull’uccisione degli altri animali ma che assumeranno forme di concezione del lavoro ben diverse da quelle attuali in cui la dignità e il benessere dell’individuo, si questa volta umano e non umano, sia definitivamente al centro di tutti gli interessi della società. Gli animali non smetteranno di morire perché Thelma e Louise saranno definitivamente annientate dal sistema e come nel film salteranno nel vuoto, ma forse, quando Thelma e Louise, vivendo una vita dignitosa e liberata, saranno in condizione di aprirsi a un dialogo d’amore e rispetto dell’alterità. La liberazione animale è un processo. Non esiste alternativa. Non esiste un modo immediato di contrastare il sistema sociale. Esiste semmai l’urgenza di iniziare a farlo con metodo, strategia, efficacia, forza e determinazione. Nessun compromesso solo competenza.

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