La professione veterinaria e i diritti animali

di Michela Pettorali

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Non sono mai in gran forma il mattino presto, soprattutto in quelle fredde mattine che si hanno nello Yorkshire di primavera, quando un tagliente vento marzolino si abbatte dalle creste rocciose, insinuandosi sotto i vestiti, pungendo nasi e orecchie. Fu un momento triste, e particolarmente doloroso, quello in cui mi trovai ritto sull’acciottolato di quel cortile a guardare un bel cavallo che moriva a causa della mia incompetenza.”
Per amore di tutte le creature
– James Harriot

È opinione comune credere che il Medico veterinario sia quella unica figura, investita di una certa ufficialità, che funge da “garante dei diritti animali”. In questo breve scritto, cercherò di far comprendere come questa visione non sia quella delle Istituzioni e quindi di sfatare un po’ questo mito per rendere anche onore a chi, tra questi, si prodiga invece effettivamente per i diritti degli animali non umani.
Iniziamo parlando con quella che è la legislazione, a grandi linee, a cui il professionista in questione deve attenersi. Gli animali, tutti, da quelli da compagnia, i così detti pets, a quelli da allevamento e produzione usati come mere risorse, sia alimentari, sia di altri tipi di consumo, sono considerati res, ovvero cose, oggetti appartenenti ad un proprietario che ne decide le sorti, nel bene e nel male.
La figura del veterinario non è fine alla cura dell’animale in quanto tale e come essere senziente in grado di provare dolore, ma è legata ad un più ampio tema che è definito “sistema integrato di qualità di produzione degli alimenti di origine animale”, sia per quanto riguarda tutti gli animali da allevamento per la produzione di latte e carne (che sono estremamente collegate), pelliccia, uova e quant’altro, sia per i nostri amici cani e gatti. Anche per loro si fa riferimento a qualcosa che viene chiamata  “salute pubblica”.
In breve, per quello che attiene il medico veterinario ufficiale delle ASL, viene chiesto il controllo di tutte quelle malattie che possono provocare danni anche all’uomo quindi, essenzialmente, rabbia, leishmania ed eventuali altre patologie trasmesse da vettori in genere che hanno come serbatoio il cane e come ospite anche l’uomo. Oltre a questo, al veterinario ufficiale viene richiesto l’obbligo dell’informazione al proprietario e dell’iscrizione all’anagrafe canina nonché la sterilizzazione dei cani in canile e dei gatti di colonia (dopo che questa è stata riconosciuta come tale). Quanto sopra viene fatto non solo per estirpare il randagismo come forma di degrado e sofferenza di questi esseri ma anche, e soprattutto, per fare in modo che la popolazione di “serbatoi” non aumenti al punto da diventare un pericolo per l’uomo. C’è da dire che questo è stato un grosso merito dell’Italia di poco più di 20 anni fa quando, con la Legge 281 del 14 Agosto 1991 “Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 30 agosto 1991, non si permise più l’abbattimento dei randagi e il loro uso come animali da laboratorio o come cavie da esercitazione anche per gli stessi veterinari apprendisti.
Da qui possiamo passare a parlare di quelli che sono invece le condizioni e lo status di quegli animali che più fortunatamente, almeno dal punto di vista medico, hanno un proprietario (perché sempre di beni si tratta) che possa permettersi le migliori cure disponibili sul mercato.
Negli ultimi anni la medicina veterinaria ha fatto un enorme passo avanti in questo senso, grazie a quei pochi volenterosi che più o meno da 20 anni a questa parte (qualcuno anche da prima, ma pochi) hanno investito i loro soldi per avere una formazione extra universitaria che riguardasse la medicina intesa come si intende per gli animali umani e, quindi, non solo in relazione a quella che è la salute dell’uomo. Basti pensare che se il nostro amico cane ha bisogno di una tac o di una risonanza, oggi può essere tranquillamente eseguita come anche il resto delle procedure di medicina avanzata… ma… c’è un ma …solo i cani “ricchi” vi possono accedere in quanto non c’è nessun istituto pubblico o compartecipazione dello stato che si presti alla cura vera e medica degli animali malati e sofferenti. In questo contesto, va da sé comprendere che i randagi, anche se considerati animali da compagnia, rimangono pur sempre randagi.
Per il medico veterinario, il benessere animale è legato essenzialmente alla cura medica delle malattie: la salute fisica è il parametro che si tiene maggiormente in considerazione. Per quanto possa sembrare scontato, dobbiamo tenere presente che gli animali non usano il nostro linguaggio e quindi non hanno la possibilità di difendersi e difendere i loro diritti di malati quando lo sono. Questo va sottolineato soprattutto in Italia, dove non esiste alcuna legislazione o regola che imponga un certo tipo di medicina ai medici veterinari. Nello specifico, oggi, un medico veterinario può lavorare esattamente come lavorava il James Herriot degli anni ‘30 dello scorso secolo in quanto i veterinari non sono tenuti ad avere conoscenze, né sui recenti avanzamenti clinici, né etologici, né, tantomeno, etici.
Al riguardo, negli ultimi anni si sta approvando nei vari paesi europei un “codice di buone pratiche veterinarie” al quale, in Italia, i professionisti aderiscono solo su base volontaria.
Passiamo ora a parlare di quello che è il ruolo del veterinario in generale per poi scendere nel particolare degli allevamenti. Il Medico veterinario deve garantire quello che viene definito il “benessere animale” o “animal welfare” nell’ambito dei compiti della Sanità pubblica veterinaria che prevedono la “Sorveglianza sul benessere degli animali da reddito e da affezione” e la “vigilanza e controllo sull’impiego di animali nella sperimentazione”. Da parte dei consumatori si avverte in maniera sempre più pressante la richiesta che gli animali destinati al consumo alimentare siano trattati bene. Ci si rende conto che una buona protezione del benessere degli animali contribuisce, direttamente e indirettamente, alla salubrità e qualità dei prodotti alimentari.
Per dare risposta a questa esigenza, la normativa UE in materia (da notare che si parla sempre e solo di benessere) si è costantemente ampliata, almeno a parole, negli ultimi anni e sembra destinata ad intensificarsi ulteriormente negli anni a venire. Il benessere è considerato una condizione intrinseca dell’animale: il soggetto che riesce ad adattarsi all’ambiente si trova in uno stato di benessere, viceversa il soggetto che non ci riesce (perché non ne è in grado per caratteristiche psicofisiche proprie, o perché ne è impedito da fattori esterni) si trova in una condizione di stress.
Questo, viene definito come “uno stato di salute completo, sia fisico sia mentale, in cui l’animale è in armonia con il suo ambiente” (Hughes, 1976). In qualche modo si fa quindi riferimento alla capacità di adattamento alla sopravvivenza e sicuramente non alle reali necessità dell’individuo animale non umano, ma al sistema di allevamento che permetta la miglior sopravvivenza e un miglior prodotto. Quando si parla di salute mentale, in realtà ci si rifà a parametri soprattutto fisici e comportamentali schietti senza tener conto di come vivrebbe allo stato libero.
Nel 1964 Ruth Harrison pubblicò il libro “Animali Macchine” sollevando la questione del benessere degli animali allevati intensivamente e causando uno scalpore tale per cui il governo inglese commissionò un rapporto ad un gruppo di ricercatori, tra i quali un Medico veterinario, che divenne noto come il Brambell Report. Questo rapporto, oltre ad essere uno dei primi documenti ufficiali relativi al benessere animale, enunciò il principio (ripreso poi dal British farm animal welfare council nel 1979) delle cinque libertà per la tutela del benessere animale:
1. libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione;
2. libertà dai disagi ambientali;
3. libertà dalle malattie e dalle ferite;
4. libertà di poter manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche;
5. libertà dalla paura e dallo stress.
Alcune tra queste “libertà” sono universalmente riconosciute e applicate naturalmente dagli allevatori, certamente non per bontà d’animo quanto piuttosto per proteggere la qualità del loro prodotto altre, invece, rientrano nelle competenze “storiche” del medico veterinario, definite dal ruolo di controllo dell’igiene, intesa in senso ampio, delle “derrate alimentari di origine animale”. Le ultime due libertà rappresentano qualcosa di non sempre immediata comprensione e applicazione, rientrando in quel bagaglio scientifico che deve essere fatto proprio da tutti gli operatori del settore e, in particolare, dal medico veterinario. Inoltre, sempre più spesso le due ultime libertà, le più difficili da valutare oggettivamente, rappresentano i punti salienti, e a mio avviso deboli, della normativa europea relativa al benessere degli animali da allevamento.
Considero impossibile, quindi, anche solo parlare di benessere animale, e soprattutto di libertà dalla paura, quando un animale viene caricato, trasportato e infilato in un macello dove l’unica cosa che sente è l’odore del sangue di chi è morto prima di lui. Per questo, consiglio sempre a tutti di fare una visita ad un qualsiasi macello e dirmi poi se anche il più banale concetto di benessere sia rispettato, naturalmente senza entrare nel merito di quelli che considero i diritti basilari alla vita di qualsiasi essere senziente, per cui il concetto di benessere assume una valenza minore.
La valutazione del benessere prende in considerazione una serie di risposte che l’animale mette in atto per adattarsi all’ambiente in cui si trova. Infatti, l’organismo risponde alle varie situazioni ambientali non solo con cambiamenti comportamentali, primi e precoci segni di necessità di adattamento, ma anche con meccanismi fisiologici ed immunitari, che possono avere ripercussioni sullo stato di salute e sull’accrescimento.
Lo stress, ad esempio, è un meccanismo che diminuisce le difese immunitarie e predispone gli animali al contagio da virus e batteri, da lì la necessità di usare sempre più spesso antibiotici e chemioterapici in genere. Lo stress comporta l’aumento della concentrazione plasmatica di cortisolo e una maggiore concentrazione di lattato nel sangue, inoltre lo stress subito durante il trasporto e nel corso dello stordimento provoca un’accelerata glicolisi con la rapida produzione di acido lattico e aumento della temperatura del muscolo.
Un esempio di animale particolarmente “stress sensibile” è il maiale, al punto che questo fattore viene preso in considerazione dagli allevatori in quanto un soggetto che ha subito un forte stress darà inevitabilmente luogo a prodotti, come il prosciutto, di scarsa “qualità”.
Per questo motivo gli studi effettuati in merito prendono sempre più frequentemente in considerazione una serie di reazioni, comunemente chiamate “indicatori” di adattamento, il cui utilizzo può consentire di evidenziare eventuali problemi di stress acuto e cronico, che nel tempo possono avere effetti negativi anche sulle produzioni animali. Quindi, anche se il benessere animale non è misurabile nello stesso modo utilizzato per variabili semplici, può tuttavia essere valutato prendendo in considerazione i vari aspetti e problemi ad esso correlati. In particolare, possiamo fare riferimento ad una gamma di parametri di valutazione che possono essere distinti in due categorie principali:
1. Parametri relativi agli animali.
Questi parametri quali, ad esempio, quelli fisiologici, comportamentali e sanitari, permettono la misurazione della reattività e della capacità di adattamento a specifici ambienti.
2. Parametri relativi all’ambiente d’allevamento ed alla sua gestione.
Rientrano in questa categoria, ad esempio, le dimensioni e le caratteristiche delle strutture (pavimentazioni, microclima, pulizia.) utilizzate per l’allevamento, la qualità della lettiera e la numerosità dei gruppi di animali.
La questione del benessere animale, in definitiva, è considerata quale componente essenziale di un “sistema integrato di qualità di produzione degli alimenti di origine animale”, che garantisca al consumatore prodotti provenienti da allevamenti non inquinanti per l’ambiente e dove gli animali sono allevati secondo criteri che ne rispettino le esigenze fondamentali.
Alla luce di quanto esposto, ancorchè solo a grandi linee, emerge quindi che il medico veterinario, non viene formato ufficialmente per fornire un’amorevole cura medica nei confronti dei soggetti suoi pazienti, bensì sempre e solo per intervenire su tutti quegli aspetti che riguardano la salute e la sicurezza sanitaria pubblica ed il controllo dei prodotti alimentari.
All’inizio di questo secolo è sembrato muoversi qualcosa con la redazione, da parte Comitato Nazionale per la Bioetica (istituito con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri il 28 marzo 1990), del documento “Bioetica e scienze veterinarie: benessere animale e salute umana” al cui interno sono espresse considerazioni di ordine etico sicuramente più evolute delle precedenti. Tuttavia, è interessante notare come nessun Medico veterinario faccesse parte di questo comitato.
Infine, va sottolineato che il benessere animale non riguarda solo il settore dell’allevamento e della produzione di derivati ma anche i giardini zoologici e i bioparchi. Sempre più frequentemente i gestori di tali strutture cercano di fornire al pubblico un’immagine di ambienti particolarmente sensibili alla qualità della vita degli animali in essi rinchiusi ma, anche in questo caso, sarebbe opportuna un’attenta riflessione e valutazione delle effettive condizioni di cattività magari partendo proprio dalle strutture romane.
Questa metodologia di approccio, quantomeno superficiale, alle tematiche relative al benessere animale è figlia del sistema universitario stesso, che non affronta in maniera determinata lo sviluppo di una etica professionale orientata allo sviluppo di una morale a favore degli animali. Lo scorso anno, ad esempio, presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Pisa, era in programma, un Seminario sul “Benessere degli Animali non Convenzionali”, poi sospeso grazie ad una istanza della LAV, nel quale i relatori erano rappresentanti di Feder Fauna.
Non si tratta quindi di porre attenzione al benessere animale (paradossalmente si parla di benessere animale anche durante la macellazione, definendo questa pratica, quando fatta a regola d’arte, umanitaria) ma di riconoscere all’animale una sua individualità, una sua coscienza, il suo essere senziente, provare dolore fisico, e la capacità di provare gioia e sofferenza psicologica.

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Comments
3 Responses to “La professione veterinaria e i diritti animali”
  1. feminoska ha detto:

    Un articolo necessario (a parte l’incipit tratto da James Herriot, che da bambina mi ficcò in testa, per tantissimi anni, di voler fare la veterinaria!). Conosco diversi professori universitari di una facoltà di veterinaria del nostro paese, e le stesse cose mi sono state riportate in dialoghi deprimenti… anzi, una professoressa (eccezionale salvatrice di animali e di rara sensibilità) mi ha proprio detto a chiare lettere: “chi entra qui dentro con una sensibilità ancora intatta e la passione per gli animali, o lascia o esce trasformato, dando solo più peso agli animali come mestiere e guadagno. Sono pochi quelli che ne escono portando ancora in sé quella sollecitudine che sentivano per gli animali all’inizio.”

    • michela ha detto:

      Grazie Feminoska!
      Quello che dice la professoressa è assolutamente reale e l’ho provato sulla mia pelle quando 20 anni fa venivo presa in giro anche solo per essere vegetariana! Herriot è stata la mia “Bibbia” nei primi anni di università…mi è venuto naturale!

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