E loro che dicono della vivisezione?

Di Leonora Pigliucci

Apparso su Gli Altri settimanale di venerdì 7 aprile 2012, pag.23

Quelle cavie usate per fare carriera – Vivisezione e altre catastrofi
Non c’è dubbio che i macachi abbiano una psiche complessa: vivono legami di amore e di amicizia e conoscono l’altruismo anche tra estranei. Sono tra le specie – ma recenti studi dicono che non c’è nemmeno bisogno di restare tanto nei paraggi dell’umano per trovarne di complesse – che vantano una cultura fatta di tradizioni che si perpetuano dai genitori ai figli.
Una cultura culinaria, per esempio. E’ nota la storia di Imo, macaco giapponese, che fu vista immergere le patate in acqua di mare per insaporirle: la sua abitudine è diventata ricetta di famiglia che i suoi discendenti ancora usano, a differenza di coloro che vivono altrove (e che certamente avranno le loro). Pare che i macachi siano anche bravi a contare, appena meno abili dei ragazzi umani: tutto ciò, considerato che condividiamo il 97,5% di genoma, non stupisce poi tanto.

Dovrebbe invece, questo sì, iniziare a stupire, il fatto che alla notizia dell’arrivo in Italia di un “carico” di individui destinati alla multinazionale Harlan che li smista ai laboratori di vivisezione, siano emersi i punti di vista di tanti, fuorché il loro. E sì che il polverone non è stato da poco: si è fatta sentire l’ex ministro Brambilla, che vorrebbe riscattarli economicamente, molti deputati hanno rilasciato dichiarazioni antivivisezioniste e il Ministro della Salute Balduzzi ha inviato ad Harlan i Nas a verificare che tutto fosse regolare. Infine il direttore della Harlan Broken, incalzato dalla Brambilla, ha fatto sapere che avrebbe liberato le scimmie. La notizia, poco credibile, è stata presto smentita dai fatti: i macachi sono ancora reclusi e sabato 31 marzo le associazioni animaliste sono nuovamente scese in piazza per tenere alta l’attenzione sulla vicenda.  Nella schizofrenica reazione generale si è levata d’altra parte la voce dell’associazione Coscioni, in difesa dell’interesse dei malati al prosieguo della sperimentazione con gli animali (poco importa che nessuno dica questi macachi sull’altare di quale scoperta dovranno essere sacrificati) e quella di ricercatori di spicco, che hanno ribadito l’importanza della propria autonomia di ricerca per il bene comune.

In tutto ciò il dramma reale, individuale, e vivo delle vittime si è intravisto appena, spinto sullo sfondo di una diatriba che fa comodo confinare nei limiti di un trascurabile sentimentalismo animalista ma che, oggi come non mai, tocca i fondamenti etici della nostra società.
Quando la vivisezione come pratica sistematica ebbe inizio, la questione infatti fu in qualche modo risolta. Il meccanicismo di Cartesio, che considerava le grida degli animali come lo stridere della molla di un orologio, e non espressione di dolore cosciente, dava un contesto di serena legittimità all’invadente azione umana sulla natura vivente, permettendo agli scienziati di violare i corpi senza bisogno di scomodare alcuna etica.
Ma poi l’evoluzionismo, la biologia, le frontiere degli studi sull’ animal cognition hanno stravolto lo scenario e mostrato, nuda e cruda, le dimensioni di una barbarie che dall’alto dell’arroccamento antropocentrico appariva cosa di poco conto. Proprio nel caso dei macachi, è la vivisezione che ha svelato gli indizi di un travisamento inquietante: poiché essi sembrano non superare il famoso mark test che indica il riconoscimento della propria immagine allo specchio, si escludeva che avessero autoconsapevolezza e questa era un po’ la ragione tacita per usarli in esperimenti da film horror senza tante remore. Ma poi, per caso, a ricercatori del Wisconsin nel 2009, è capitato di osservare un macaco che nel mezzo di un esperimento finalizzato ad altro interagiva con familiarità con la propria figura riflessa, non interessandosi di segnalare la propria capacità ai suoi esaminatori.
Torna alla mente ciò che diceva il filosofo Wittgenstein: se anche un leone parlasse una lingua umana non lo capiremmo. Tale è il pregiudizio, e l’attesa di una risposta decisa in anticipo, l’imposizione di un solo registro comunicativo, che l’evidenza diventa invisibile. Viene da chiedersi chi sia veramente al sicuro, se sotto gli occhi di una società civile distratta è possibile che questa ricerca scientifica divori individualità ridotte al silenzio, universi complessi e sconosciuti, agendo come mero esercizio di arbitrio.
Quando apriremo gli occhi, la nostra autoconsapevolezza morale subirà forse un colpo meno grave dello sgomento di fronte all’Olocausto?
Che poi, scivolata rovinosamente, senza quasi che ce ne accorgessimo, dal piano della plausibilità etica, la vivisezione non si sorregge tanto bene neanche sui pilastri che le sono più propri, quelli dell’efficacia scientifica.
Gli “antivivisezionisti scientifici” non sono solo gli animalisti ma enti come il National Research Council americano che in controtendenza rispetto alla Ue, che ha approvato una direttiva molto permissiva sulla vivisezione, ha annunciato l’ “imminente svolta epocale” che porterà in tossicologia alla sostituzione degli animali con metodi più attendibili.
Le ragioni per cui c’è spesso reticenza verso di essi sono molto prosaiche: come spiega il medico antivivisezionista Stefano Cagno, combinare un alto numero di variabili, come si fa con l’animale a disposizione, consente pubblicazioni frequenti (i veri gradini di una carriera scientifica) mentre tecniche più moderne portano a meno risultati positivi, ma più attendibili.
E uno sguardo ai numeri fa sorgere più di un dubbio: il 92% delle sostanze innocue per svariate specie si rivelano tossiche ai test clinici sull’uomo (e, al contrario, se l’avessimo sperimentata sugli animali, non avremmo neanche l’aspirina) e la corrispondenza dei dati tra cavie e umani si attesta tra il 5 e il 25%. Dalle vette del progresso che abbiamo raggiunto forse possiamo aspettarci qualcosa di più? E infatti molti considerano come gli ultimi fuochi di un paradigma morente la situazione attuale della vivisezione, che non permette l’accesso ai laboratori e parla volentieri solo con i giornalisti di comprovata amicizia (solo per questo articolo si sono rifiutati tre scienziati di importanti istituti di ricerca). Nel frattempo bruceranno ancora milioni di corpi animali i quali, poveretti, ora ne siamo certi: si chiederanno e proprio non sapranno farsene una ragione.

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2 Responses to “E loro che dicono della vivisezione?”
  1. Masque ha detto:

    Che tristezza, che proprio l’associazione Coscioni sia così retrograda…

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