Risus abundat in ore demagogorum

di Serena Contardi

Accade, nei giorni di pioggia, che s’arrivi molto in anticipo a un appuntamento: le librerie divengono allora il più gradito fra i rifugi, e la ragione del successivo ritardo. Proprio come oggi. Un pestifero desiderio mi prende, e percorro a memoria il corridoio che conduce alle novità commerciali. So che non dovrei farlo, così come non avrei dovuto acquistare e leggere per intero Tauroetica, l’orrendo saggio di Fernando Savater, ma è troppo tardi, il libro è lì, si è fatto trovare senza che lo cercassi.
Edito da Excelsior, ha una copertina rosso acceso ed è più voluminoso di quanto m’aspettassi. Fumo, bevo e mangio molta carne! di Pierangelo Dacrema si propone fin da subito di celebrare «la persistenza e la varietà dei gusti individuali come forma naturale e insopprimibile di libertà», non preoccupandosi di definire ulteriormente, non ce ne voglia Voltaire, il più abusato tra i termini. La libertà che ha in mente Dacrema è infatti detta “libertà negativa”, che è poi quella dei moderni liberali, cioè “libertà da”; ne esiste anche un’altra, ma a Dacrema piace meno, la “libertà positiva”, “libertà per”, quella di Rousseau (o di Gaber!), non semplicemente intesa in senso individualistico, come mera assenza di vincoli, ma come partecipazione o decisione condivisa.
Quali sono gli ostacoli da cui Dacrema, col suo scomposto pamphlet, desidera districarsi? Nelle parole di Marco Dotti, pubblicate sul Manifesto, «talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi», che vorrebbero impedire all’Umanità di godere a pieno dei piaceri della vita: ad ognuno di questi piaceri è dedicato un intero capitolo. Offesa, ma non stupita, da come Dacrema metta sullo stesso piano una busta di tabacco, un buon bicchiere di rosso fermo e un mammifero della specie suina (cui però scrive un’epistola), sfoglio il libro fino alla parte che più mi interessa, quella sul mangiar carne. L’economista piacentino non si sottrae al diffuso malcostume intellettuale, riducendo la posizione degli “avversari” a una penosa accozzaglia di pretese – senza distinguere, furbescamente, tra rivendicazioni salutiste, ambientaliste e libertarie (ma, s’è detto, la “libertà per” è qualcosa che proprio non gli aggrada) – che vengono disintegrate senza fatica al cospetto del suo efferato sarcasmo – efferato ma non inedito, poiché da tempo il semplice dileggio nei confronti dei sostenitori dei diritti animali s’è trasformato in argomento, talvolta il principale, come ad esempio in Savater. Se per lo spagnolo impegnato nella difesa della corrida l’animalista è incarnato da una sorta di scemotto new-age rovinato per sempre da una sovraesposizione ai cartoni animati Disney, per Dacrema il vegetariano non è altro che un tristo e ipocrita moralista che trova una ragione di vita nell’ammorbare il prossimo suo, l’Uriah Heep dell’alimentazione. E, attorniato da questi scialbi e molesti figuri, Dacrema ha sentito il bisogno di dare alle stampe il suo libro «controcorrente» (così dice Dotti), un «caldo invito alla tolleranza» (sempre Dotti). Ora, Dacrema potrebbe avere qualche buona ragione per detestare i vegetariani – e in effetti ne ha, essendo parte attiva dell’Associazione Italiana Allevatori -, ma gliene rimane qualcuna per considerarsi un inguaribile anticonformista, strenuo difensore della libertà di pensiero e convinto antidemagogo? Perché è questo che dà più fastidio: in un paese dove vegetariani e vegani sono ancora una minoranza (il 6,7% della polazione, secondo gli ultimi dati Eurispes), esiste qualcosa di più demagogico dell’esaltare la fetta di culatello e, di contro agli argomenti che perfino uno scemotto new-age e un tristo e ipocrita moralista possono portare, rivolgersi a quelli che Carol Adams chiama «stomaci senza orecchie», facendo pernacchie alle alternative vegetali alla carne, stordendo le altrui ghiandole olfattive col richiamo ai sapori della tradizione e dedicando lettere di scherno a un maiale che sta per essere condotto al macello? Sarà una risata che vi seppellirà, dicevano gli anarchici, e ci ha seppelliti tutti: «Di fatto il riso, in cui secondo Bergson la vita si rigenererebbe rispetto al suo irrigidimento convenzionale, è diventato da tempo l’arma della convenzione contro la vita non schedata»[1]. Si tranquillizzi dunque Dacrema e, da buon economista, rifaccia i suoi conti: si crede al confino, ed è capopopolo.


[1] Th. W. Adorno, Dialettica Negativa, Einaudi, Torino 2004, p. 299.
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Comments
5 Responses to “Risus abundat in ore demagogorum”
  1. marcomaurizi74 ha detto:

    standing ovation

  2. Rita ha detto:

    Bellissimo articolo. Brava!!!
    Tutta questa gente che inneggia alla libertà – e mai termine fu più abusato e frainteso – senza minimamente tener conto di quella del terzo elemento in gioco, ossia il maiale, appunto.
    Comunque io credo che certe operazioni commerciali (perché non di altro si tratta) vengano proprio decise a tavolino dalle lobbies degli allevatori. Sai com’è, negli ultimi anni si è visto un leggero calo nelle vendite della carne, e allora devono correre ai ripari.

    Lo scorso inverno c’è stato un gran rilancio mediatico della pelliccia proprio perché le vendite erano calate sensibilmente.

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