I compagni di Zarathustra

di Alessandra Colla

«Ho trovato più pericoli tra gli uomini
che in mezzo alle bestie,
perigliose sono le vie di Zarathustra.
Possano guidarmi i miei animali!»
F.W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

È la fine dell’estate quando, venerdì 21 settembre 1888, Friedrich Nietzsche lascia Sils-Maria, in Alta Engadina, per ritornare a Torino. Vi era stato per la prima volta fra l’aprile e il giugno di quello stesso anno, e si era innamorato a prima vista di quella città così quieta e raccolta — «il primo posto dove io sono possibile», come scrive lui stesso. Tutto, di questa bomboniera padana, lo affascina: l’autunno, eccezionalmente splendido; le strade, le gallerie, i palazzi ricchi di grazia resa un po’ polverosa dalla storia e dal tempo; la cucina eccellente e a buon mercato; la gente cortese che impara presto a benvolere il mite professore in pensione (il ragazzo che ogni sera, al ristorante, gli porta il “Journal des débats”, la fruttivendola che gli tiene da parte la frutta migliore…).
La nuova dolcezza del vivere quotidiano — gentilezza, premure, consistenti miglioramenti dello stato di salute — incrementa l’attività intellettuale di Nietzsche, che lavora a pieno ritmo: nel giro di poche settimane termina L’anticristo, cura la stampa del Crepuscolo degli idoli e a metà ottobre inizia l’autobiografia: Ecce homo. Come si diventa ciò che si è. Alla fine di novembre decide di pubblicare l’ Anticristo e di farne non il primo libro della Trasvalutazione di tutti i valori, ma la Trasvalutazione stessa. Scrive molte lettere: a Brandes, a Strindberg, a Gast, a Fuchs e a molti altri, dalle quali traspare un’intensa eccitazione psichica, che sembra placarsi soltanto con la frenetica produzione intellettuale. A metà dicembre scrive un nuovo opuscolo su Wagner, Nietzsche contra Wagner, e si dedica alla rielaborazione di Ecce Homo (il testo autentico si è perso, a causa delle censure e dei tagli operati dalla sorella di Nietzsche, Elisabeth, e da Peter Gast; ancora oggi dobbiamo accontentarci di una sua ricostruzione). Tra la fine di dicembre e l’inizio del gennaio 1889 nascono i Ditirambi di Dioniso, e nello stesso periodo Nietzsche decide di non pubblicare il Contra Wagner. Sono i giorni in cui divampa la fiamma nel cuore e nella mente del filosofo.
Giovedì 3 gennaio 1889, Nietzsche esce di casa. Per strada, in via Po, assiste ad una scena non insolita e non peggiore di tante altre recitate da analoghi attori: un carrettiere ubriaco che bastona il suo cavallo. Indignato, Nietzsche si getta fra l’animale e il suo tormentatore; la folla fa capannello, accorre un agente di polizia. Nietzsche si schianta al suolo, esanime. L’affittacamere, richiamato dalla confusione, si precipita in strada, s’intromette, soccorre il suo pensionante e lo riporta a casa: il professore torna subito in sé, ma soggiace a un delirio destinato a non cessare più, come provano i molti «biglietti della pazzia» indirizzati nei giorni seguenti agli interlocutori più disparati — Cosima Wagner, gli amici, il popolo polacco, Umberto I di Savoia. Questo, in poche parole, lo scarno racconto che l’affittacamere allarmato fa a Franz Overbeck, giunto trafelato a Torino l’8 gennaio, non appena informato dell’accaduto. Il 9 gennaio Nietzsche è già a Basilea, nella clinica per malattie mentali — è già uscito dalla storia per entrare nel mito.
Che l’ultimo gesto lucido e cosciente di Nietzsche sia stato la difesa di un animale maltrattato, è grandioso. Mi piace pensare che si sia trattato del materializzarsi di una comprensione folgorante — che il male permea questo mondo e abbraccia tutte le sue creature nella globalità di un dolore cosmico che è il destino dei viventi. In realtà, forse, non si è trattato d’altro che del frutto necessario di una vita nata in terra nord-europea, cresciuta nella religione protestante, presto illuminata dalle pagine di Schopenhauer e dal loro messaggio orientale, naturalmente ricca di una profonda e squisita sensibilità: tutte circostanze assai favorevoli a una benevola inclinazione verso ogni creatura vivente, nella consapevolezza di una sorte comune dettata dalla vita stessa.
Invece capita spesso di sentire l’opinione che proprio il fatto di via Po sia il segno per eccellenza della “pazzia” di Nietzsche — «poveretto, abbracciare un cavallo…». E, si badi, non lo dicono soltanto i molti che di Nietzsche hanno orecchiato soltanto qualche grossolana volgarizzazione del superuomo e del nichilismo: lo dicono anche alcuni che Nietzsche l’hanno davvero letto e studiato (compreso?). Chissà come, le poche ma attente puntualizzazioni di Nietzsche sulla natura e sugli animali sono state generalmente trascurate dai critici — almeno qui in Italia, dove tradizionalmente, a dispetto di san Francesco e nonostante lodevoli eccezioni, l’amore o anche il semplice, genuino interesse per animali e natura è sempre stato giudicato appannaggio dei poveri di spirito o (in tempi più recenti) strumento elettorale.
Ripercorrendo l’opera del filosofo, affiorano invece alcuni spunti significativi che voglio qui riproporre ai lettori, per riscoprire insieme uno degli aspetti più delicati dell’uomo che fu Zarathustra.

«101. Non giudicate. (…) La crudeltà contro gli animali nei bambini e negli Italiani è da ricondurre all’incomprensione; l’animale è stato, particolarmente per gli interessi della dottrina della Chiesa, situato troppo in basso rispetto all’uomo. (…) Che l’altro soffra, bisogna apprenderlo: e pienamente non può mai essere appreso.»
(Umano, troppo umano, Oscar Mondadori, Milano 1976; vol. I, pp. 73-74).

«51. Saper essere piccoli. Si deve essere ancora vicini ai fiori, alle erbe e alle farfalle come i bambini, che non sono molto più alti di loro. Noi adulti invece siamo cresciuti molto più alti di loro e ci dobbiamo chinare fino ad essi; voglio dire che le erbe ci odiano, quando dichiariamo il nostro amore per esse. — Chi vuol prendere parte ad ogni cosa buona, in certe ore deve anche saper essere piccolo.»
(Umano, troppo umano, cit., vol. II, p. 152).

«57. I rapporti con gli animali. Si può ancora osservare il sorgere della morale nel nostro comportamento verso gli animali. Dove utilità e danno non vengono in considerazione, noi abbiamo un sentimento di piena irresponsabilità; uccidiamo e feriamo per esempio insetti, o li lasciamo vivere, senza di solito attribuire a ciò alcuna importanza. Siamo così goffi, che già le nostre gentilezze verso i fiori e i piccoli animali sono quasi sempre micidiali: ciò che non pregiudica affatto il piacere che prendiamo ad essi. — Oggi è la festa dei piccoli animali, il giorno più afoso dell’anno: tutto brulica e formicola intorno a noi, e noi schiacciamo, senza volerlo, ma anche senza fare attenzione, ora qui ora lì, un piccolo verme e un piccolo scarabeo alato. — Se gli animali ci portano danno, noi cerchiamo in ogni modo di distruggerli, i mezzi sono spesso abbastanza crudeli, senza che noi propriamente vogliamo ciò: è la crudeltà della spensieratezza. Se essi sono utili, li sfruttiamo: finché una più sottile saggezza non ci insegna che certi animali compensano largamente un altro trattamento, quello cioè della cura e dell’allevamento. Solo allora nasce la responsabilità. Si evita di tormentare l’animale domestico; un uomo si sdegna se un altro è spietato verso la propria mucca, in piena conformità con la morale primitiva della comunità, che vede in pericolo l’utilità comune ogni volta che un individuo manca. Chi nella comunità scorge una trasgressione, teme il danno indiretto per sé: e noi temiamo per la bontà della carne, dell’agricoltura e dei mezzi di trasporto, quando vediamo trattati non bene gli animali domestici. Inoltre, colui che è rozzo verso gli animali, suscita il sospetto di essere anche rozzo verso gli uomini deboli, impari, incapaci di vendetta; viene considerato ignobile, mancante dell’orgoglio più raffinato. Così si forma una base di giudizi e di sentimenti morali: ma il meglio lo aggiunge comunque la superstizione. Con sguardi, suoni e atti, molti animali stimolano l’uomo a immaginare se stessi in loro, e molte religioni insegnano a vedere in certi casi nell’animale la dimora di anime di uomini e di dèi: ragion per cui raccomandano in genere più nobile attenzione, anzi rispettoso timore, nel modo di trattare gli animali. Anche dopo la scomparsa di questa superstizione, i sentimenti da essa suscitati continuano ad agire, maturando e fiorendo. — Su questo punto, com’è noto, il cristianesimo si è dimostrato una religione povera e retrograda.»
(Ivi, pp. 153-154)

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Comments
5 Responses to “I compagni di Zarathustra”
  1. pasquale75321 ha detto:

    Grazie, grazie, Alessandra Colla, infinite grazie!

  2. buridana ha detto:

    Felicissima, Pasquale 🙂
    Grazie, Marco 😉

  3. derridiilgambo ha detto:

    Ho sempre immaginato l’impazzimento di Nietzsche – quali che siano le ragioni biologiche, biochimiche o infettive che ci stiano dietro – come una ribellione della sua “compassione”, ed emotività in generale.
    Dopo anni passati a scrivere di spiriti liberi contro “il gregge” e di morali aristocratiche, in favore di una “vita” sovrana, che lui stesso non viveva (né con ferocia né con pietà), è come se in lui questa “forza” (la ferocia di una pietà rimossa) fosse, come l’acqua ammassata dietro una diga, esplosa, distruggendo quello che uno psicanalista chiamerebbe “l’integrità dell’Io”.
    Tracce di un cedimento potrebbero essere rinvenute nelle tanto citate frasi degli appunti per la Volontà di Potenza, in cui Nietzsche parla dell’oltre-uomo come di un “moderato” che accetta la casualità della realtà – una certo grado di “debolezza”, di rinuncia alla forza, al dominio? Ma forse si trattò del’apertura, insufficiente ad evitare la catastrofe, di uno sfiatatoio, l’insufficiente concessione della breve apertura di una chiusa, un atto mancato.
    Non ho dubbi sul fatto che il Nietzsche della “morale per gli schiavi” considerebbe noi animalisti dei deboli e dei sentimentalisti, sottoprodotto reattivo della religione e dello stesso umanismo. Perdenti e scarti sociali che si occupano dei più perdenti di tutti, gli animali.
    E però negli stessi appunti citati sopra, Nietzsche fa anche un’affermazione radicale, forse più di quanto lui stesso si rendesse conto: “l’uomo rotola via dal centro verso la X”. Il nichilismo intravisto avrebbe tolto ogni centralità all’uomo (e questo, facile, ci piace a tutti), ma lo avrebbe spinto anche verso un’ignoto non immaginabile, né, tantomeno, preordinabile.
    Allora Nietzsche che abbraccia il cavallo frustato – il più sconfitto fra gli sconfitti, il più debole fra i deboli – è forse “rotolato” verso ciò che meno si aspettava: la compassione, la pietà, l’emozione.
    Lui, che aveva scritto “si possono concedere molte libertà al proprio spirito, una volta incatenato il proprio cuore”, cede alla liberazione di quest’ultimo, al furioso impeto di un amore senza nome (non gli amori di cui aveva parlato, tutti catalogati: per il più forte, per i dominatori, per la vita piena non “diminuita” dalla pietà, ecc…). Ama, e basta. E così crolla, va in pezzi.

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