Per una cultura antispecista

di Marco Maurizi

Il quotidiano sterminio degli animali e la minacciosa organizzazione disciplinare del legame sociale rendono evidente la necessità di ripensare i nostri rapporti con l’alterità in tutte le sue forme, con la vita in tutte le sue manifestazioni. La crisi in corso mette cioè in discussione i fondamenti del nostro stesso essere e ci impone di fare di essi una questione urgente per il pensiero. La prospettiva antispecista è, se non il centro di tale esigenza e possibilità di ripensamento, sicuramente l’elemento indispensabile, tolto il quale, la cultura e la società umana non possono che ricadere nelle forme di dominio che la storia della civiltà ci ha reso ormai note. Ogni attività intellettuale, in senso lato, «antispecista» consiste quindi essenzialmente nel fare propria questa scelta di campo: sottolineare come la questione animale sia un aspetto irrinunciabile di ogni ipotesi di trasformazione dell’esistente. Nel mettersi al servizio, dunque, di un pensiero antispecista – di cui si tratta ancora di definire con la necessaria chiarezza i contorni, i presupposti e gli scopi – mi pare sia oggi indispensabile lavorare, oltre che a rendere possibile una teoria e una prassi adeguata ai compiti che la trasformazione in atto ci impone, anche delineare lo spazio in cui può prodursi il necessario dibattito, il necessario confronto di idee, senza i quali non sarebbe possibile alcuna teoria e alcuna prassi degne di questo nome. Si tratta, insomma, di costruire assieme una cultura antispecista. Credo infatti sia importante distinguere la teoria antispecista da una più generale cultura antispecista: siamo ad oggi deficitari sia della prima che della seconda e abbiamo bisogno di entrambe. Cos’è, allora, e come va pensata una “cultura” antispecista? È un fatto che il sentire benevolo verso l’altro non umano, di cui la storia mostra sparute ma costanti testimonianze, sia stato da sempre appannaggio di minoranze, di marginalità sociali e che il discorso pubblico sia stato sempre dominato dai dominatori, abbia cioè sempre fatto da cassa di risonanza per la voce del più forte. La cultura, dunque, porta con sé il marchio d’infamia di aver trasfigurato in suono incantevole l’urlo di comando del potere. Basta ciò a chiarire che una cultura antispecista non può essere l’ennesima riproposizione di ciò che Marcuse chiamava «cultura affermativa», ma dovrà portare con sé necessariamente e strutturalmente quell’aspetto critico che distingue oggi l’esercizio del pensiero dalla ripetizione inconsapevole di una parola d’ordine. Questa consapevolezza rappresenta al tempo stesso la forza e la debolezza del movimento antispecista oggi. La forza: perché sottolinea la radicalità con cui esso intende porre le proprie questioni all’agenda politica, smascherando l’ipocrisia dell’egoismo sociale e di specie che dal pane quotidiano si sublima nei templi della morale ufficiale e del sapere accademico. La debolezza: perché la marginalità da cui proviene costringe il movimento a battersi con gli strumenti – concettuali e non – forgiati dal domino nella sua millenaria opera di opacizzazione delle coscienze. La marginalità sociale e politica rischia così di trasformarsi troppo facilmente in minorità culturale. Il complesso di inferiorità dell’antispecismo non può essere superato con l’ottimismo della volontà: necessita di uno sforzo di elaborazione collettivo che sappia aprirsi un varco nelle crepe del sapere, negli interstizi della tradizione, nelle occasioni mancate della storia per estrarne il possibile con cui intendiamo dare forma ad un diverso presente. L’antispecismo ha dimostrato negli ultimi trent’anni potenzialità notevoli di sviluppo e di crescita che troppo spesso, tuttavia, sono state bruciate o hanno fallito nei loro intenti sotto la spinta di un’urgenza che, seppure comprensibile di fronte all’ecatombe su cui cammina imperterrito il Leviatano capitalistico, non lascia il necessario respiro al pensiero, il necessario tempo di decantazione all’esperienza, la necessaria pazienza al concetto. Ne sono testimonianza le infinite dispute che, lungi dal permettere un salto in avanti alla teoria antispecista, troppo spesso conducono ad esasperanti balletti – cui non sono estranee le ansie di protagonismo dei partecipanti – e terminano in lacerazioni che in nulla contribuiscono al chiarimento delle idee. Anche in Italia non sembra possibile animare un dibattito che non assuma subito la forma della lite fratricida: la critica è interpretata come eresia, lo scambio dialettico vissuto come dramma personale. Se oggi l’antispecismo deve poter portare la propria testimonianza nella cultura, fenderla dall’interno e condurre ad emergenza i semi di un pensiero e di una vita nuovi, non può farlo che dotandosi degli strumenti adatti. Occorre dunque incoraggiare la costruzione di uno spazio comune di discussione in cui tutto questo possa avvenire con il dovuto respiro, il dovuto tempo e la dovuta pazienza. Perché una cultura, per quanto alternativa al presente, anzi, proprio perché alternativa al presente, non potrà assumere mai i tratti angusti, frenetici e immediatistici che caratterizzano l’eterno presente della società capitalistica. Ogni spazio di questo tipo deve quindi sforzarsi di ospitare contributi di diverso tenore e genere, che giungono da esperienze e da tradizioni di pensiero diverse, nella consapevolezza che una teoria antispecista – se mai ci sarà e ce ne sarà solo una – non potrà che sorgere da un dibattito culturale adeguato: “adeguato” quindi nella radicalità delle questioni che pone, ma “adeguato” anche nel ventaglio di possibilità e nella necessaria apertura mentale al confronto che l’idea stessa di cultura porta con sé. Lo spazio del dibattito è tale solo se vissuto come aperto già da coloro che lo ospitano. Altrimenti è un’altra forma mascherata di prigione. In un certo senso, tutto questo è già una prefigurazione di quell’alterità di cui qui si vorrebbero inseguire le tracce non per darle una spietata caccia, ma per adeguarsi all’accoglienza in cui solo può prendere forma l’incontro con essa. La possibilità di una società non specista risuona come un’eco nello sforzo con cui tentiamo di costruire una cultura antispecista. Perché solo dal possibile nasce il possibile.

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One Response to “Per una cultura antispecista”
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  1. Asinus Novus ha detto:

    […] anche la “cultura ufficiale” possa essere ricondotta a questo tipo di analisi. Certo, una cultura antispecista dovrebbe essere invece espressione di libertà e apertura verso l’altro in ogni sua […]



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