Dellamorte, dellamore

di Rita Ciatti

Si chiama Fishlove Photographic Project (ne sono venuta a conoscenza leggendo un articolo di Marina Berati pubblicato su questo sito) ed è una campagna nata quattro anni fa da un’idea dell’attrice Greta Scacchi e dello sceneggiatore Nicky Röhl  per promuovere e diffondere il concetto di “pesca sostenibile”. Gli autori sostengono che bisognerebbe  incentivare quella pesca che viene praticata con metodi meno invasivi e nel rispetto delle specie protette in via d’estinzione. Il tutto per salvaguardare la biodiversità degli oceani, dicono loro. Peccato che Nicky Röhl sia co-proprietario di un noto ristorante giapponese in cui si mangia il sushi. A me quindi la campagna suona sospetta (a parte la divergenza di opinioni di fondo per cui ritengo sia eticamente inammissibile pescare,  a prescindere dalla “sostenibilità” o meno); suona più come un: “venite a mangiare nel mio ristorante, i pesci che mangerete sono stati uccisi lo stesso, ma almeno avrete la coscienza a posto perché sono stati stati pescati in  maniera sostenibile”. L’ennesima strategia di marketing insomma volta a lasciare inalterata la legittimità dello sfruttamento animale ma colorata delle sfumature buoniste del politically correct.

Sì allo sfruttamento e alla violenza dunque, ma che sia consapevole e soprattutto “sostenibile”.

Non lo nego, a me la parola “sostenibile”, specialmente se applicata allo sfruttamento del senziente, provoca un raptus istantaneo di rabbia.

Che significa “pesca sostenibile”? Che esiste una violenza sostenibile, dunque? Che, purché nei limiti – e da chi e come stabilire tale arbitrario confine? – si possa arrivare a delineare un’etica dell’uccidere?

Ricordo una discussione avuta con uno dei “dialogatori” di Greenpeace. Mi invitò a sostenere le loro iniziative per salvare le balene. Gli risposi che io avrei voluto salvare tutti i pesci del mare, tutti gli animali della terraferma e tutti quelli che volano in cielo. Mi replicò, con tono di sufficienza, che poiché è utopico cercare di convincere la gente a smettere di mangiare gli animali, intanto sarebbe stato più auspicabile cercare almeno di convincerla a lasciare in pace le specie protette. Risposi che per me tutti gli esseri senzienti dovrebbero essere protetti. Fu, in poche parole, un dialogo fra sordi. Inizialmente pensai che in fondo non si trattasse tanto di visioni opposte ed inconciliabili, quanto di una diversità di mezzi utilizzati nel voler raggiungere il medesimo fine, quello della liberazione animale. Il solito dilemma tra progetto a lungo termine di sensibilizzazione volto a condurre l’umanità sul gradino sempre più alto della consapevolezza e della conquista definitiva di un’etica della non-violenza e tra quello di condanna immediata dello sfruttamento del vivente affiancata da attivismo.

Così pensai. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo perché chi parla di “pesca sostenibile” non intende affatto arrivare al rispetto graduale del prossimo, ma solo mettere a tacere le coscienze di chi qualche scrupolo in fondo se lo fa. Chi parla di “pesca sostenibile” (o allevamento sostenibile, caccia sostenibile, sperimentazione animale etica ecc.) in realtà non intende affatto rinunciare allo sfruttamento del vivente – che continua a ritenere necessario o comunque ineliminabile – quanto piuttosto dare una passata di vernice sulla facciata delle proprie azioni ammantandole di quel tanto di lucido buonismo a mascherare il marcio della sostanza del gesto; gesto che rimane sostanzialmente violento.

Termini come “uccisione”, “sfruttamento”, “schiavitù” esprimono concetti radicali.

L’antispecista che lotta per la liberazione del senziente non è estremista perché arriva a rifiutare il concetto di “pesca ed allevamento sostenibili”, è invece consapevole del fatto che la liberazione, il rispetto, la non-violenza non possono che essere totali, non parziali.

Diffondere campagne, slogan, concetti come questi di allevamento biologico, sostenibile ecc. è dannoso. Dannoso perché illude il consumatore di compiere un danno in fondo minore, meno grave. Lo illude sul benessere degli animali da allevamento. Benessere che non esiste perché ben-essere significa poter vivere secondo le esigenze psicologiche e fisiche della propria specie ed un pesce che finisce in padella non può stare bene, un maiale chiuso dentro un recinto non può stare bene, un uccello dentro una voliera non può stare bene.

La carne biologica è una menzogna. Di “biologico” c’è solo il concime dato agli animali, senza aggiunta di elementi chimici che potrebbero risultare dannosi per la salute, ma dal momento che poi quegli animali saranno comunque uccisi, ecco che verrà sottratto loro proprio quel “bio” che sta per “vita”. Il benessere cui si tiene è solo quello della salute e coscienza dei consumatori, niente affatto quello degli animali.

Ma restiamo sulla campagna Fishlove. È proprio una campagna brutta per una serie di motivi. Cosa vediamo? Innanzitutto l’ennesima proposizione del corpo femminile nudo come richiamo sessuale. Affinché un oggetto possa essere venduto bene esso deve poter rimuovere la grande Paura dell’essere umano. Quella della Morte. Il sesso funziona come antidoto perfetto. Perché il sesso, il riprodursi (e poco importa se poi ci si riproduca o meno rimanendo l’efficacia dell’attrazione sessuale intatta nel suo assecondare la pulsione atavica a riprodursi per il fine biologico del mantenimento della specie) è l’unica maniera che l’essere umano ha per poter sconfiggere la propria stessa morte, per farsi eterno. I corpi belli e giovani usati nelle pubblicità sono le armi di distruzione di massa usate contro gli spettri terrificanti della malattia, della vecchiaia, della morte. Si vende un simbolo, e il di esso evocato attraverso il prodotto.

Il corpo nudo bellissimo delle attrici e modelle di Fishlove è un richiamo fortissimo e prepotente dell’Eros che, legandosi in maniera indissolubile con il Thanatos ne decreta anche sempre la sconfitta. L’Eros vince sempre sul Thanatos. Nel sesso, in cui si sperimenta la morte intesa come annullamento e cedimento del proprio io nella fusione con l’altro – una fusione cui segue sempre la rottura e quindi la rinascita, una fusione quindi in funzione apotropaica – in fondo è la Morte con la M maiuscola che sempre si esorcizza e sconfigge.

Ciò che a livello subliminale viene decodificato attraverso quelle immagini quindi è la rimozione della Morte, nello specifico quella dei pesci che sono stati uccisi all’uopo. E dove conduce ciò? Alla rimozione della violenza, della loro sofferenza, del loro dolore e sfruttamento. Si vorrebbe annullare il senso di colpa, cancellare ogni scrupolo, legittimare l’uccisione e quindi, in sostanza, proporre l’ennesimo slogan di marketing interessato solo ad incrementare il business basato sullo sfruttamento degli animali. In cui la morte ed il dolore – quello degli animali non-umani – è rimosso e negato, mentre il business trionfa e l’amore per gli animali, quel fish-love, non è affatto inteso come amore per gli animali, ma amore per la propria specie, per sé stessi, per il proprio egoismo malnutrito dall’illusione di poter sconfiggere la propria stessa morte uccidendo l’altro.

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Comments
3 Responses to “Dellamorte, dellamore”
  1. anna mannucci ha detto:

    le foto del sito Fishlove sono semplicemente disgustose. I pesci fotografati sono morti, che orrore!
    Non vale neanche la pena di parlare di Eros e Thanatos ecc, pensieri troppo profondi per questa schifezza.

  2. Massimo ha detto:

    Innanzitutto complimenti per l’articolo. Sono sinceramente allibito. Nonostante se ne vedano purtroppo di tutti i colori, una roba così disgustosa non la ricordo.
    Vorrei vederle queste donne, farsi fotografare nude e sorridenti insieme al cadavere del proprio figlio.
    Gli animali sono come i bambini, altrettanto innocenti ed indifesi e meravigliosi. I pesci in particolare sono esseri fantastici. Questa gente, invece, rende la razza umana indegna di esistere su questo meraviglioso pianeta.

  3. rita ha detto:

    Grazie Massimo, grazie Anna, purtroppo in quelle foto c’è solo il trionfo del business e del cattivo gusto.
    Ripeto quello che ho scritto nel commento all’ultimo articolo di Serena, non è l’essere umano indegno di per sé, egli è solo il prodotto di una società malata.

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