Sperimentazione animale: riflessioni a latere del X Congresso dell’Associazione Luca Coscioni

di Maria Giovanna Devetag

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Ho avuto modo, nei giorni scorsi, di ascoltare alcuni degli interventi del X congresso dell’Associazione Luca Coscioni: molto pochi rispetto al totale, per mancanza di tempo, e mi riprometto di sopperire il più presto a questa mancanza. Come prima considerazione, devo confessare che mi ha fatto piacere notare, qua e là, un barlume di posizione critica, aperta e “laica” sulla spinosa questione della sperimentazione animale. Naturalmente non mi illudo, perché so bene che trattasi al momento di voci minoritarie all’interno di un consesso ancora largamente favorevole alla libertà di ricerca scientifica sempre e comunque, pur se questa lede il diritto alla vita e alla non sofferenza di esseri in grado, per l’appunto, di soffrire. Gianfranco Spadaccia, ad esempio, mi ha favorevolmente colpito per la franchezza con cui ha confessato le contraddizioni personali che vive, essendo membro attivo dell’Associazione Coscioni e al contempo animalista convinto fino al punto di essere diventato, negli ultimi anni, vegetariano. Giustamente Spadaccia rivendica il diritto della società di chiedere alla scienza di farsi carico dei problemi etici che una mutata sensibilità nei confronti degli animali non umani comporta; e contesta a tal proposito Silvio Garattini, il quale invece dichiara perentoriamente, con l’arroganza che gli è propria, che la sperimentazione animale sarà sempre necessaria, invitando quindi implicitamente tutti coloro che ne contestato la liceità morale – bollati per l’ennesima volta come “emotivi” e “irrazionali” – a mettersi l’anima in pace, a dedicarsi ad altre più proficue occupazioni e, se proprio vogliono, a rifiutare le cure testate su animali, riducendo in questo modo un enorme problema etico e di giustizia a un semplice fatto di scelte personali.

Ciò su cui non concordo con Spadaccia è il tacciare coloro che sono contrari alla sperimentazione animale tout court, anche quelli nonviolenti, di “fondamentalismo”. Non ritengo ci sia nulla di fondamentalista nel non sentirsi superiori agli altri animali e nel non sentirsi in diritto di sfruttarli e privarli della vita per gli scopi di una specie sola, fosse pure giudicata la più “evoluta” (secondo criteri francamente più vicini all’antropocentrismo di matrice religiosa che a una impostazione evoluzionistica di stampo darwiniano). A questo proposito, vorrei infatti aggiungere una piccola precisazione: chi scrive è convinta della fallacia antropocentrica implicita nella definizione di homo sapiens come specie superiore, e quindi la rigetta. Mi permetto però di far notare che non è strettamente necessario abbandonare una prospettiva antropocentrica per dichiararsi contrari allo sfruttamento di altri animali a beneficio dell’umano. Già Jeremy Bentham, nel suo famoso e citatissimo passo, sosteneva che l’importante non è chiedersi se gli animali possano pensare, ma se gli animali possano soffrire, e su quest’ultimo punto l’evidenza è oramai così abbondante che nemmeno il più ostinato cartesiano oserebbe più contestarla. Spadaccia, a sostegno della sua accusa di fondamentalismo, sostiene che la società ha tempi lunghi, e che non si può imporre una propria visione etica (per quanto la si ritenga valida) con la forza. Quanto all’uso della forza e della violenza non potrei essere più d’accordo, così come sono d’accordo con il prendere le distanze da quegli animalisti che criminalizzano in vario modo, spesso bollandoli come “sadici” o “assassini”, tutti coloro che la pensano diversamente. Mi sembra però innegabile che senza le pressioni degli animalisti e degli antispecisti il cambiamento che sia io sia Spadaccia sembriamo auspicare sarebbe inevitabilmente molto più lento. Quando mai avremmo visto il divieto alla vendita di cosmetici testati su animali – risultato certo molto parziale ma nondimeno significativo – senza le pressioni costanti di associazioni animaliste e antispeciste nonché di singoli individui che rifiutano l’idea che sia lecito torturare un numero impressionante di animali per uno scopo tanto futile? Oggi si riconoscerà che è difficile, anche tra gli specisti più incalliti, trovare qualcuno che avalli la liceità di sperimentare sugli animali per produrre cosmetici, ma se questa coscienza si è, a fatica e non senza ostacoli, fatta largo nella maggioranza della popolazione è stato sicuramente anche merito delle campagne animaliste e antispeciste che hanno, con decisione e caparbietà, posto il problema all’attenzione dell’opinione pubblica.

Ho inoltre molto apprezzato l’intervento di Gustavo Fraticelli, neoeletto co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, il quale ha dichiarato testualmente: “pure io sono a favore della ricerca, ma non mi reputo al vertice della catena animale, o superiore. Quindi se posso salvo gli animali perché oltretutto faccio parte di un contesto dove anche gli animali contano. Sennò si arriva alla superiorità della creazione divina e questo non mi sta bene“. D’altronde, che in questa sua battaglia a favore dell’uso di animali nella ricerca l’Associazione Coscioni trovi al suo fianco, oltre ad associazioni come Pro-test Italia che non fanno altro che tutelare legittimamente i loro interessi di categoria, compagni di lotta che con la laicità fanno a pugni da sempre come Carlo Giovanardi, è indizio particolarmente rivelatore dell’origine di un certo antropocentrismo duro a morire.

E ancora, ho accolto con grande favore l’intervento di Luigi Manconi, da sempre libero pensatore della sinistra italiana e da sempre sostenitore di tante battaglie del movimento radicale nonché della stessa Associazione Coscioni. Manconi sottolinea come la non criminalizzazione dell’avversario, spesso e volentieri bollato invece come “oscurantista antiscientifico”, nonché l’accoglienza al proprio interno del conflitto tra diverse posizioni aventi tutte uguale diritto di cittadinanza (a questo proposito egli cita espressamente i due casi della sperimentazione animale e degli OGM) dovrebbero essere patrimonio irrinunciabile di un’associazione laica e radicale che si batte per la “libertà” (che non sia a senso unico) di ricerca scientifica. A questo proposito, e proprio richiamando il sacrosanto appello di Manconi, vorrei porre l’attenzione su di un passo della Mozione Generale approvata al Congresso che, per quanto attiene alla sperimentazione animale, impegna l’ALC a “sostenere i metodi alternativi alla sperimentazione animale, nel rispetto della missione statutaria della libertà di ricerca scientifica e della tradizione radicale gandhiana nonviolenta”. Non posso che salutare con favore l’inserimento di questo impegno nella mozione ma, per far sì che esso non rimanga lettera morta, mi permetto di avanzare dei suggerimenti: innanzitutto, che l’Associazione accolga l’appello di Manconi e, anche resistendo a pressioni “di categoria” provenienti dal suo interno, e anche solamente in nome della libertà di ricerca, cominci davvero a dare spazio a quelle voci di scienziati e ricercatori “dissidenti” che, per motivi etici o scientifici o entrambi, sostengono la ricerca finalizzata allo sviluppo di metodi alternativi o la praticano già attivamente.

Personalmente ritengo la critica scientifica alla sperimentazione animale (che pure esiste ed è in alcuni casi molto autorevole: cito, uno su tutti, Thomas Hartung, ex direttore dell’ECVAM, l’European Centre for the Validation of Alternative Methods) del tutto inutile se non controproducente nel contribuire al superamento dell’antropocentrismo, in quanto si limita a sottolineare l’inutilità della ricerca su animali per l’uomo senza metterne in discussione la liceità morale, e francamente dannosa quando portata avanti da attivisti che si improvvisano scienziati senza però possedere le competenze necessarie per discuterne in modo credibile agli occhi dell’opinione pubblica. Tuttavia, non si può negare che tali scienziati antivivisezionisti esistano, in molti casi presentino curricula degni del massimo rispetto alla pari di molti loro colleghi pro-vivisezione, e che, soprattutto, se la sperimentazione animale potrà finalmente un giorno essere relegata alla storia, sarà anche grazie all’avanzamento nelle conoscenze e nella ricerca di metodi non cruenti di sperimentazione. L’obiezione che sento avanzare da più parti è che tali scienziati siano una minoranza trascurabile nell’ambito della comunità scientifica: tale obiezione, specie se avanzata da un ambiente che si pretende scientifico e per di più dedito alla difesa della libertà di ricerca, fa semplicemente sorridere. Senza voler citare casi clamorosi e recenti, come quello del medico australiano Barry Marshall, che per avere teorizzato che l’ulcera gastrica sia causata da un batterio, l’helicobacter pylori, è stato ridicolizzato per anni dalla comunità scientifica internazionale per poi vincere il premio Nobel proprio per quella scoperta, basti pensare che gli stessi ricercatori pro-sperimentazione animale amano spesso sostenere che la scienza non è democratica, volendo con ciò intendere che se un fatto è scientificamente vero, che la maggioranza pensi il contrario è del tutto irrilevante. In altre parole, se la verità scientifica venisse decisa a colpi di sondaggi, saremmo rimasti al sistema tolemaico (a questo proposito, mi è stato riferito che Mirella Parachini al Congresso abbia auspicato una specie di par condicio della ricerca, in base alla quale agli scienziati sostenitori di una determinata tesi dovrebbe essere assegnato sui media una visibilità proporzionale alla loro rappresentanza nella comunità di riferimento: su quanto tale posizione sia agli antipodi del metodo scientifico non credo vi sia molto da aggiungere).

Un altro modo per sostenere la ricerca e l’applicazione di metodi alternativi, seppure indirettamente, è attraverso il sostegno alla legge 413/93 sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale, su cui “Parte in Causa” ha da tempo avviato una campagna. La legge, oltre a stabilire il diritto all’obiezione di coscienza per tutti gli studenti e i ricercatori, stabilisce anche che, nel caso in cui uno o più studenti si dichiarino obiettori relativamente a un corso nel quale si pratichi la sperimentazione animale, la Facoltà è obbligata a fornire a quegli studenti un corso che includa dei metodi sostitutivi. A questo proposito, ho sentito Silvio Viale sostenere che le dichiarazioni di obiezione di coscienza alla sperimentazione animale tra studenti, specializzandi e ricercatori sarebbero quantitativamente irrilevanti perché al momento non esistono alternative di ricerca, specie in Chirurgia e Protesica. Forse a Viale sfuggono alcuni dati: innanzitutto la legge 413/93 è stata, fin dalla sua approvazione, oggetto di ostruzionismo da parte delle facoltà universitarie al punto che un’indagine della Fondazione Hans Ruesch di qualche anno fa aveva rilevato come il 98% delle facoltà interessate violasse l’obbligo di “massima pubblicità” al diritto di obiezione previsto dalla legge stessa: è palese che, se il numero di obiettori tra gli aventi diritto è così scarso, una grossa fetta di responsabilità è senz’altro attribuibile alla mancata informazione delle università ed alla patente illegalità di questo loro comportamento. D’altronde, consultando uno dei tanti database sui metodi alternativi disponibili presso il CAAT (Center for Alternatives to Animal Testing) della John Hopkins University – non esattamente un covo di fanatici animalisti – o presso il sito dell’ECVAM stesso e digitando la parola chiave “surgery” emergono moltissimi risultati. Consultando inoltre un database internazionale dedicato specificamente ai metodi alternativi nella didattica, www.ethical-learning.org, alla categoria “surgery” compaiono ben 234 voci.

Ancora, nel “dossier sulla sperimentazione didattica in Italia” pubblicato dalla fondazione I-Care Italia, si legge testualmente:

La diffusione dei metodi alternativi alla sperimentazione didattica incontra poi l’ulteriore ostacolo costituito dai costi. Ad esempio, sul sito www.ricercaitaliana.it si può leggere la seguente dichiarazione riferibile all’Università di Roma Tor Vergata, nella quale si dà atto della ‘crescente richiesta delle scuole di specializzazione, delle società scientifiche e degli ambienti chirurgici di utilizzo della simulazione chirurgica in realtà virtuale per l’apprendimento delle tecniche chirurgiche, nonché per la valutazione delle capacità tecniche dei chirurghi in attività’ constatando tuttavia che ‘i simulatori attualmente disponibili sono costosi anche in ragione dei costi degli accessori, e non sono quindi compatibili con le disponibilità finanziarie della maggior parte delle istituzioni interessate’ […] Si attuerebbe anche in Italia un principio già riconosciuto negli Stati Uniti, dove, già nel 2001 l’American College of Surgeons ha approvato l’utilizzo di metodi senza animali per i corsi training per la gestione dei pazienti politraumatizzati. Ormai più del 90% degli istituti americani che offrono corsi di training per la gestione di pazienti politraumatizzati usano esclusivamente modelli non animali. Peraltro va sottolineato che gli istituti che scelgono di adottare le alternative, statisticamente abbandonano definitivamente l’utilizzo degli animali.

Lo stesso dossier ricorda che in Italia, oltre alla già citata 413 del 1993, esiste un’altra legge, il D.Lgs. n. 116 del 1992, che recepisce la direttiva CEE n° 86/609, la quale recita: “In deroga all’art. 3, comma 1, il Ministro della sanità autorizza gli esperimenti a semplice scopo didattico soltanto in caso di inderogabile necessità e non sia possibile ricorrere ad altri sistemi dimostrativi.

Ergo, giustificazioni di carattere economico non possono essere addotte a sostegno della scelta di continuare a utilizzare modelli animali laddove esistano già alternative validate.

Infine, consiglio la lettura di questa rassegna pubblicata sul New England Journal of Medicine: “Teaching Surgical Skills — Changes in the Wind” (del 2006 quindi, probabilmente, già obsoleta) che sottolinea come i modelli inanimati uniti alle simulazioni in stile “virtual reality” siano ormai una realtà imprescindibile nel campo della chirurgia.

Da quanto detto emerge, mi pare, un dato piuttosto incontrovertibile: sostenere la piena applicazione della legge sull’obiezione di coscienza in tutte le strutture (pubbliche e private) legittimate a praticare sperimentazione animale, nonché la legge 116 del 1992 che vieta espressamente l’uso di animali nella didattica nel caso in cui esistano valide alternative, sarebbe il minimo sindacale da parte di un’associazione laica, radicale e nonviolenta, configurandosi tale sostegno come battaglia di difesa a un tempo della legalità e della nonviolenza ai fini di un progresso civile ed etico che includa finalmente tutti gli esseri senzienti. Negli ambienti di maggiore fanatismo in sostegno alla sperimentazione animale (come ad esempio i sostenitori del blog Resistenza Razionalista), al contrario, si è di recente addirittura ventilata l’ipotesi di abrogare la legge 413 del 1993, secondo una logica censoria e liberticida che nulla dovrebbe a che fare con la tradizione radicale. Infine, il sostegno al finanziamento di metodi sostitutivi non può essere una mera dichiarazione di intenti ma deve tradursi in proposte concrete, in collaborazioni ad ampio raggio con associazioni e centri di ricerca – molti dei quali di assoluta eccellenza a livello mondiale – che già lavorano su questo da anni, in modo che lo sforzo congiunto volto al rispetto della legalità e delle libertà individuali nonché al sostegno attivo – anche finanziario – di metodi incruenti porti il prima possibile la sperimentazione animale a diventare un ricordo del passato.

Insomma, credo sia giunto il momento, anche per la sperimentazione animale, di cercare attivamente quelle “laiche intese” che da più parti vengono auspicate e che, non a caso, costituivano proprio il titolo del Congresso dell’ALC appena concluso. E la laicità, ça va sans dire, andrebbe prima di tutto praticata al proprio interno.

(Pubblicato su: Notizie Radicali)

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