Metabolizzare la morte: crudeltà sugli animali nei macelli

di Nik Taylor

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La recente denuncia della crudeltà sui tacchini in un macello di Sydney segue la scia di rapporti simili sul maltrattamento degli animali in altri macelli australiani e spinge le persone a farsi domande sulla natura del lavoro nel macello – c’è qualcosa che predispone i lavoratori al trattamento crudele e insensibile degli animali, ed eventualmente di altri esseri umani? Il lavoro nel mattatoio, che può significare uccidere fino a 10.000 animali all’ora (o tre al secondo), è duro, sporco e spesso pericoloso. Gli alti livelli di insoddisfazione dei lavoratori, il razzismo e il sessismo sono aspetti ben documentati della vita di questi lavoratori. Meno considerati, tuttavia, sono i tipi di danno che l’amministrazione quotidiana della morte potrebbe provocare loro.

Gli esseri umani hanno diversi e spesso contrastanti atteggiamenti verso gli animali a seconda della funzione dell’animale in questione. Per esempio, la maggior parte di quel 63% di australiani che vive con animali li considera alla stregua di membri della famiglia, ma allo stesso tempo viviamo in una cultura in cui gli animali sono visti come merci da smaltire a piacimento quando ritenuto necessario. Ciò ha conseguenze sconvolgenti – milioni di animali annientati in tutto il mondo; circa 45.000 gatti e cani vengono sottoposti a eutanasia ogni anno in Australia soltanto dalla RSPCA.

Gli animali più sfruttati, però, sono quelli destinati a essere il cibo sulle nostre tavole e il ritmo a cui li consumiamo è scioccante – il numero annuo di animali uccisi per l’alimentazione umana ammonta attualmente a circa 10 miliardi negli Stati Uniti; 9 milioni in Australia, e 900 milioni nel Regno Unito, e queste statistiche sono probabilmente inferiori rispetto alla realtà dato che non coinvolgono tutte le specie consumate (ad esempio non tengono conto degli animali marini). Sicuramente questo dimostra, a livello sociale, un disprezzo profondamente radicato per gli altri animali. Per lo meno dimostra la convinzione che gli esseri umani possono, e devono, utilizzare le altre specie per il loro ‘bisogno’.

In molti casi il cinico disprezzo che alcuni operai del macello mostrano verso gli animali con cui hanno a che fare è un’estensione di questo atteggiamento. Gli animali destinati alla macellazione vengono riconfigurati come carne molto prima che entrino nel mattatoio. Questo rende ciò che accade in un macello accettabile – per i lavoratori e anche per la società in generale. In altre parole, i lavoratori dei macelli gestiscono il loro lavoro distanziando se stessi dagli animali che uccidono. Fanno uso di un linguaggio tecnico ed economico per descrivere gli animali e le pratiche di uccisione – ‘polli morti’ non è un termine usato, piuttosto si fa riferimento ai ‘prodotti del pollo intero’; le parti del corpo della vacca diventano ‘tagli di bistecca’, l’atto dell’uccisione diventa ‘trasformazione’, e così via. Queste tecniche di distanziamento sono basate sulla necessità di non vedere più l’animale nel suo complesso, quale essere sensibile, di rimuovere ogni concezione dell’animale come degno e annullare qualsiasi forma di empatia il lavoratore potrebbe provare nei suoi confronti. Sappiamo che una riduzione dell’empatia – la capacità di riconoscere i sentimenti degli altri – può portare ad atteggiamenti insensibili e a comportamenti violenti e che assumere che un altro essere vivente non abbia valore può portare ad una mancanza di preoccupazione morale, dunque non è una sorpresa che alcuni lavoratori dei macelli sono casualmente crudeli con gli animali che maneggiano. Che questo si riversi nella violenza e nella crudeltà non è affatto sorprendente; piuttoso sorprende che non cogliamo più il senso di tale comportamento. C’è una chiara e urgente necessità di affrontare la crudeltà nei macelli – per gli animali e per gli esseri umani coinvolti. Istruzione, formazione e sensibilizzazione, magari nel campo della sicurezza e della salute sul lavoro, possono costituire un buon inizio così come l’installazione di telecamere a circuito chiuso in tutti i macelli, ma abbiamo anche bisogno di guardare in faccia problemi più rognosi.

La ricerca ci dice che diversi lavoratori dei macelli sono più inclini alla violenza dei membri della popolazione generale, e ci dice anche che le comunità in cui si trovano i macelli sperimentano alti livelli di criminalità e devianza. Questi sono fatti scomodi in quanto indicano la necessità di considerare il modo in cui gestiamo le nostre relazioni con le altre specie e, come tutto ciò che ci mette a disagio, viene spazzato sotto il tappeto. Con i macelli questo accade letteralmente per come li releghiamo spazialmente ai margini della società; è la loro stessa invisibilità che li rende accettabili. Purtroppo, questo significa che anche coloro che ci lavorano sono spesso ignorati e/o disprezzati, o incolpati e patologizzati in presenza di casi di crudeltà sugli animali. La realtà è che in un mondo dove gli animali sono considerati inferiori ed esistono principalmente per il bisogno e il guadagno umani, un comportamento crudele e abusivo verso di loro è la norma piuttosto che l’eccezione. Riconoscere i meccanismi con cui questo avviene in tutta la nostra società e cultura è l’unico modo per porre fine ai comportamenti abusivi nei confronti delle altre creature, sia all’interno che all’esterno del macello.

(Fonte: http://www.abc.net.au/unleashed/4588016.html. Traduzione di Serena Contardi)

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Comments
2 Responses to “Metabolizzare la morte: crudeltà sugli animali nei macelli”
  1. Giovanni ha detto:

    In modo del tutto indipendente, ho trovato, mutuandolo dai social network, questo link a un articolo che parrebbe assai correlato; perciò, lo propongo qui: http://www.abc.net.au/news/2014-01-06/abattoir-prionsers-darwin/5186434

    • Serena ha detto:

      Ciao Giovanni, grazie 🙂 In effetti ho fatto il tuo stesso ‘percorso’ per arrivare all’articolo che ho tradotto (che intendiamoci, non dice nulla di particolarmente originale, ma come sempre “ciò che è noto, proprio perché è noto, non è conosciuto”, e certe cose val la pena ribadirle).

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