Antispecismo ed Attivismo

di Rita Ciatti

Oltre a diffondere l’etica antispecista tramite un impegno di natura intellettuale (leggere, confrontarmi, scrivere articoli), mi reputo anche un’attivista. Mi prendo cura di diversi animali, denuncio episodi di maltrattamento, partecipo a presidi e manifestazioni, il tutto entro la cosiddetta sfera della legalità. A dire il vero a volte ho commesso anche qualche piccola infrazione di cui vado fierissima, tipo quelle volte in cui ho manomesso delle trappole per topi trovate in alcuni garage ed altri luoghi pubblici. E, sono sincera, se quel giorno mi fossi trovata a Green Hill non mi sarei di certo tirata indietro di fronte alla possibilità di aprire qualche gabbia per liberare dei cani altrimenti destinati alla morte.
Non credo che questo avrebbe fatto di me una “delinquente”. Ci sono azioni e gesti che con il passare del tempo chiedono di essere socialmente ripensati perché non più aderenti al formarsi di una nuova coscienza e sensibilità. Di fronte alla liberazione dei beagles di Green Hill l’opinione pubblica ha esultato pressoché compatta. Tra i capi d’accusa mossi contro gli attivisti figura addirittura la rapina, ma quello che sulla carta va ad esprimere un determinato concetto, nella coscienza collettiva ha significato ben altro: ossia la liberazione di esseri senzienti dall’inferno dei laboratori per la sperimentazione animale cui erano destinati.
La mia opinione è che gli attivisti abbiano fatto bene a compiere il loro gesto in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, persino dei poliziotti stessi, manifestando una precisa e ferma presa di posizione, che è quella di dire “basta” allo sfruttamento di esseri senzienti, così connotandolo di una forte trasparenza e facendolo uscire fuori dal concetto di illegalità cui solitamente azioni come queste vengono rilegate. Come scrive Tom Regan: “noi apriamo quelle gabbie e poi ci facciamo trovare al loro interno, assumendoci la piena responsabilità delle nostre azioni”.
Molti attivisti, tra cui quelli di Nemesi Animale (che, per inciso, hanno tutta la mia ammirazione), hanno espresso invece un’opinione diversa, ossia che quando si compiono azioni di liberazione bisogna pensare in primo luogo a mettere in salvo gli animali e quindi esporli ai riflettori è rischioso perché c’è il pericolo che vengano rintracciati per poi essere restituiti ai legittimi proprietari (leggasi: ricondotti al loro destino di essere vivisezionati). Osservazione senz’altro giusta. Diciamo però che il caso di Green Hill ha avuto il pregio di avere anche una valenza dimostrativa, che gli va indiscutibilmente riconosciuta. Mai come in questo periodo il dibattito sulla legittimità o meno della sperimentazione anima è stato tanto acceso.
Metologie differenti di liberazione a parte, l’attivismo per la liberazione immediata suscita comunque sempre tanti dibattiti e pensieri che meritano di esseri adeguatamente analizzati.
Se mi fermo a riflettere scopro che alcune perplessità e dubbi non sono affatto nuovi (in parte li avevo già espressi qui parlando del film Aurora) e che, in definitiva, sono gli stessi su cui l’attivista per i diritti animali si dibatte da sempre.
Ferma restando la convinzione di voler porre fine allo sfruttamento animale, quale strategia da adottare? Una strategia a lungo termine che lavori affinché cambino e vengano ripensate le attuali strutture socio-economiche basate sullo sfruttamento tanto degli animali non umani quanto di quelli umani – e si tratta di una vera strategia politica – o una strategia utile nell’immediato a salvare alcune vite ma che paga ancora lo scotto – viste le attuali normative vigenti – di relegare tali azioni nella sfera dell’illegalità, con il rischio di paragonare i promotori di tali nobili iniziative alla stregua di fuorilegge sovvertitori dell’ordine sociale?
Il caso dei beagles di Green Hill è un caso limite, che esce in qualche modo fuori dall’ordinario; è vero che la gente ha esultato per la liberazione avvenuta, ma non scordiamoci che si è trattato pur sempre di animali d’affezione: precisamente, cuccioli di cani. E non scordiamoci nemmeno che molti di quelli che si sono commossi non sono nemmeno vegetariani.  E se invece dei cuccioli di beagles fossero stati liberati dei topi, o delle galline da un allevamento intensivo? Credete che l’opinione pubblica si sarebbe ugualmente commossa compatta? Io penso di no. Ed ho ragione di crederlo perché non mi pare che la maggioranza delle persone esprima verso le pescherie ed i mattatoi lo stesso sdegno manifestato per l’allevamento di Green Hill.
Per questo dico che le azioni di liberazione animale, beagles di Green Hill a parte, continuano ad apparire alla maggioranza come inconsueti, illegali, profondamente sovversivi (attenzione, dico e ribadisco “appaiono alla maggioranza”, non certo a me, che, da antispecista quale sono, vengono considerati invece gesti di grande valore etico).
Cosa fare dunque? Aspettare che i tempi cambino e che tutta la società sia pronta a chiedere l’apertura di ogni gabbia – ma intanto migliaia di animali continuano a morire ogni giorno, ogni ora – rimanendo sempre nella legalità ed attivarsi politicamente affinché si renda evidente il legame inscindibile che c’è tra liberazione dell’umano e liberazione dell’animale dalle forme di oppressione di cui è vittima, o attivarsi nell’immediato per liberare anche solo una vita, accettandone tutti i rischi, pur essendo consapevoli di agire come outsider all’interno di un sistema che comunque continua a considerare legale l’assoggettamento degli animali agli umani?
Io credo che entrambe le strade possano e debbano essere percorribili e che una strategia a lungo termine – fondamentale – non debba però escludere le tante piccole azioni giornaliere che possono essere compiute per la liberazione ed il benessere animale, fosse anche manomettere una trappola per topi o mettere in salvo un pulcino caduto a terra da un nido. Perché la vita di anche un solo singolo essere vivente non vale meno di quella di molti vista in una prospettiva a lungo termine.
Vorrei infine esprimere un’ultima perplessità: mi è stato chiesto da un amico il perché del mio partecipare a presidi, banchetti informativi e manifestazioni e se lo ritenessi davvero utile ed efficace.
Qui intanto farei un distinguo:  i banchetti informativi hanno lo scopo appunto di informare, al pari di un blog per esempio, fornendo notizie che generalmente non vengono diffuse dai media e testimoniando la verità sullo sfruttamento animale tramite foto, volantini, video, brochures ecc. e quindi secondo me hanno una certa utilità.
Le manifestazioni ed i presidi invece secondo me servono a poco: intanto vi partecipano soprattutto persone già sensibili alla tematica affrontata, secondo poi raramente raggiungono una copertura mediatica talmente ampia da suscitare un certo scalpore (a meno che non vi si aggiunga qualche azione dimostrativa come nel caso di quella di Green Hill). Eppure io vi continuo a partecipare. Perché? Mi è stata fatta questa domanda e cercherò di rispondere con tutta la sincerità possibile. Intanto sono convinta che fare, agire sia meglio di non fare nulla. Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione ed io non voglio essere agita, ma voglio agire. Voglio decidere, fin quanto mi è possibile, delle mie azioni e scelte. In secondo luogo l’incontro con altre persone che si stanno battendo per la stesso fine diventa un momento di confronto che può avere una sua utilità. Terzo, e qui faccio un po’ di fatica ad ammetterlo – ma voglio essere sincera – partecipare alle manifestazioni mi aiuta psicologicamente. Una motivazione egoistica dunque,direte voi? Sì, in questo caso sì, lo ammetto. Ma lasciatemi spiegare meglio.
Ci sono giorni – e non sono pochi – in cui mi assale uno sconforto indicibile al pensiero di tutti gli animali che soffrono rinchiusi in miliardi di gabbie in attesa di essere uccisi. Il pensiero di questo gigantesco e tragico olocausto invisibile ai più, che avviene con il consenso dei più, a volte si fa davvero insopportabile ed è allora che pensi che saresti disposto a fare qualsiasi cosa pur di poterne ridurre almeno un po’ le proporzioni, che saresti disposto a tutto pur di renderti minimamente utile, in qualsiasi modo. Partecipare ad una manifestazione allora può dare un po’ di sollievo, anche se solo illusorio, di star facendo qualcosa di giusto, di buono, di utile.
E pensi che se riesci a convincere anche solo un’amica a venire con te e a quella magari scatta qualcosa nella testa allora forse avrai contribuito a salvare magari una vita. E, di fronte ad una tragedia di incalcolabili proporzioni, salvare una vita di certo non è nulla, eppure al tempo stesso diventa dannatamente importante. Diventa tutto.
E mi viene in mente l’agente Clarice Starling (“Il Silenzio degli Innocenti”) che da bambina scappava dal ranch dello zio con un agnellino tra le braccia, con le urla insistenti nelle orecchie di tutti gli altri che stavano per essere macellati, convinta, forte e coraggiosa del suo gesto di poter riuscire a salvarne almeno uno.
Allora, per concludere, io resto fermamente convinta del fatto che lo sfruttamento degli animali – tanto umani che non umani –  non avrà termine fino a che esso sarà alla base del meccanismo che regola la nostra società e le strutture socio-economiche di essa. Fino a che esso sarà meccanismo stesso di funzionamento sociale. Dobbiamo quindi pensare a strategie a lungo termine, strategie politiche che ripensino totalmente la nostra maniera di vivere il nostro rapporto con gli altri animali non umani, riconsiderandone il valore inerente della loro vita e non più soltanto quello strumentale. Ricordiamoci che gli animali non vengono sfruttati perché sono di fatto a noi inferiori, ma è vero invece che vengono considerati inferiori proprio perché sono sfruttati. Decostruire questo meccanismo socio-economico basato sullo sfruttamento di esseri senzienti è quindi fondamentale per porre fine allo specismo.
Intanto però la mia coscienza mi impone di attivarmi ogni qualvolta mi si presenta l’opportunità di fare la mia parte per salvare anche solo una vita e di occupare tutte le strade pensabili e possibili da percorrere in vista della liberazione totale.
Aprire le gabbie di Green Hill è stata una grande azione, un’azione certamente utile che è valsa a salvare le vite di qualche decina di cuccioli, non dobbiamo però commettere l’errore di pensare che sia sufficiente, non dobbiamo quietare le nostre coscienze dimenticandoci del sistema di sfruttamento che è rimasto pressoché inalterato.
Partecipare alle manifestazioni, gridare “assassini” a chi specula sulla vita di miliari di esseri senzienti, può avere una sua utilità, soprattutto psicologica, come ho detto, dare l’impressione che ci si sta attivando per qualcosa, ma essere lì presenti senza avere ben presente il meccanismo di sfruttamento che vi è alla base, e senza volerlo cambiare nel profondo, non sarà di una grande utilità.

(articolo apparso anche sul blog Il Dolce Domani)

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