Con umiltà e con rispetto, ma innanzitutto per loro

di Leonora Pigliucci

Negli ultimi tempi il rapporto tra l’attivismo e le interpretazioni prevalenti dell’antispecismo politico – che, contestualizzando l’agire per gli animali entro un discorso di più ampio respiro ed attribuendo al sistema capitalistico la radice comune dello sfruttamento di umani e non umani, indicano di conseguenza come via d’uscita praticabile una teoria di liberazione comune per uomini e animali – è arrivato a un punto critico. Come gestire la profonda eterogeneicità umana e politica che fin dall’inizio ha caratterizzato le manifestazioni animaliste? Si può assumere che la lotta antispecista sia ormai a tutti gli effetti una delle battaglie della sinistra? E che rapporto c’è oggi, nella pratica e non nell’astratto delle teorie, tra l’animalismo e l’antispecismo?

Il punto è che sebbene la liberazione totale appaia come una logica conseguenza del percorso contro le discriminazioni di cui la rivendicazione animalista è uno snodo fondamentale, la comprensione del discorso in questi termini riguarda ancora una sorta di elite culturale più che la base attiva e in crescita del movimento. Ad essa, che provoca malumori tra molti militanti storici, con tutto il suo anti-intellettualismo e la sua spinta sentimentale più che teorica, va però attribuito un notevole contributo non solo nel raggiungimento delle importanti conquiste degli ultimi tempi (che consapevolezza antispecista aveva quell’atto di liberazione generoso ed irrazionale a Green Hill?) ma anche la creazione di un contesto generale di interesse per quelle teorie antispeciste che pur di fatto non informano ancora alcun agire pratico.
I fatti di Harlan, sui quali non intendo soffermarmi, hanno fatto esplodere con forza una tensione che già si percepiva dalla precedenti manifestazioni, per una sopraggiunta differenziazione degli attivisti, fino a poco tempo fa abituati a contarsi (ma anche a contare poco), seguita alla partecipazione attiva di tantissima gente comune armata di molto cuore e molta volontà, seppur poco avvezza alla questioni politiche, non legata alla sinistra radicale o alla sfera anarchica, e in moltissimi casi nemmeno aderente ad uno stile di vita vegan consapevole e militante.
Il peso che si ha nella società civile ha la sua importanza anche numerica e oggi, con buona pace dei più puri, è onesto riconoscere che se si comincia finalmente a parlare di questione animale anche fuori dalle solite cerchie dell’antispecismo, e se persone addentro al mondo della ricerca parlano di sperimentatori di animali per la prima volta intimoriti rispetto ad una montante disapprovazione popolare sul loro operato, è merito in buona parte del richiamo mediatico che hanno ottenuto animalisti, canari e manifestanti della domenica accorsi in massa a difendere i beagle destinati alla vivisezione.

Allora, se le diatribe intellettuali che si combattono in questi giorni sono un segno di vivacità e buona salute del movimento in formazione, poiché segnano un momento storico di crescita, giunto in seguito ad un’accelerazione inaspettata, i contrasti che si stanno esacerbando e che hanno acquistato una forte centralità, rischiano di far perdere mordente alla battaglia nel momento del suo massimo fuoco, al punto che il blocco che, tutto sommato compatto, ha segnato una (parziale ma fondamentale) vittoria a Green Hill potrebbe frammentarsi fatalmente in fazioni pronte a sacrificare sull’altare della coerenza interna la possibilità di un nuovo deciso passo in avanti per gli animali.
E’ interessante ed urgente discutere se la liberazione animale sia necessariamente di sinistra, o possa invece anche essere anche di destra, o se si possa tollerare nei suoi momenti decisivi anche la presenza di incoerenze individuali e di gruppo. Anzi è fondamentale, perché si deve essere consapevoli della direzione che si vuol prendere e dell’obiettivo che si vuole raggiungere: non si può cambiare un mondo che non si è compreso a fondo. Eppure va anche tenuto conto del fatto che in nessun caso la storia segue percorsi scritti prima, che le idee che sono al cuore delle azioni plasmano la realtà in forme inaspettate, e questa, in particolare, è la storia di chi di chi di teorie politiche non ne ha mai avute, e non ha neanche le facoltà cognitive per pensarle. Non è perciò una domanda aggirabile –  se vogliamo fare più che rendere gli animali oggetto del nostro pensiero e del nostro teorizzare – quella che chiede: chi è il soggetto della rivoluzione antispecista? Siamo noi antispecisti, menti illuminate capaci di guardare al di là dei confini della specie per riconoscere tra loro schiavi il punto da cui partono le catene che chiudono anche i nostri sogni, o vogliamo riconoscere agli animali la soggettività della loro rivolta radicale? In pratica, esiste una peculiarità nella liberazione animale che deve essere riconosciuta e messa al centro?
Scritti come quello pubblicato su queste pagine da Serena Soltanto per loro? vogliono liquidare questa opzione e la comune idea che si ha di essa dall’interno del movimento. Una rivendicazione generosa in favore dell’assolutamente altro da sé – i guerriglieri Alf sono i romantici del 2000, dice il filosofo Steve Best – che secondo Serena si inganna nel non comprendere che la categoria “uomo” non è più che un’astrazione, che tutti uomini e animali sono parimenti vittime di un sistema che mercifica chiunque e che dunque non ha senso dare priorità agli animali rispetto ad una rivendicazione complessiva di un mondo equo per tutti e tutte.
Legando ciò che dice Serena ai fatti di questi giorni desumo si tratti di un invito ad una coerenza totale e prioritaria rispetto all’azione stessa che, se mossa nonostante tutto e “soltanto per loro”, apparirebbe come macchiata da una forma di sacrificio insensato dal sapore cattolico, sacrificio per il sacrificio, una rinuncia viscerale a sé (e alle cose umane) rispetto all’altro che solo apparentemente è l’unica vittima di un sistema che invece opprime tutti quanti. Il disinteresse per la res pubblica, in favore di quello per i non umani, poi, avrebbe qualcosa di attinente a quell’estinzionismo che emette una condanna sulla specie intera e parla con toni distruttivi ed antiumani senza intaccare le ragioni strutturali del dominio.

Si dovrebbe allora, dico io, iniziare a prospettare nel concreto delle azioni antispeciste efficaci, evidentemente non solo mediante obiettivi animalisti – come sono gli allevamenti per la vivisezione come Green Hill o i laboratori come Harlan – che inesorabilmente (e fossi negli animali direi per fortuna) attraggono gruppi sempre più fitti ed eterogenei, mossi evidentemente da qualcosa di altro da un antispecismo maturo e consapevole. Qualcosa che per giunta inizia a funzionare, e che comunque nella pratica rappresenta un rovesciamento, che avviene qui ed ora, del sistema mercificante che umilia la vita, e di tutte le ontologie che stabiliscono gerarchie tra i viventi.Chiunque si batta per tirare fuori gli schiavi animali, gli ultimissimi tra gli ultimissimi, sta – a prescindere dalle etichette che si attribuisce o che gli vengono date – iniziando lo smantellamento di tutte le gabbie. La liberazione animale non può fare a meno della liberazione umana ma è vero anche il contrario, spezzare le catene è un atto libertario in senso assoluto.

Allora non arrestare l’azione, come sta accadendo, ma passare dalla teoria ai fatti, trasformare gli studi filosofici sugli animali in pratica rivoluzionaria, come sottolinea sempre Steve Best, è l’urgenza assoluta, qualora si voglia prospettare un cambiamento effettivo rispetto alla realtà di oggi e di domani, che vede me al caldo a casa mia e il maiale in fila, coi suoi simili, sulla catena di smontaggio: ho riconosciuto il suo dolore come fosse il mio e ora non posso più sottrarmi, lui aspetta con ansia che faccia qualcosa per salvarlo.
Ma va comunque anche detto che l’equiparazione totale tra la condizione umana in generale e quella degli animali, che molti inferiscono dalle letture più diffuse dell’antispecismo politico, deve essere anch’essa sottoposta a critica. Lo smaccato privilegio che l’essere umano occidentale ha rispetto al maiale del mattatoio appare francamente inaggirabile, e sento di dovermi comportare di conseguenza, pena un antropocentrismo che perpetua la loro schiavitù.
A tutti coloro che affermano che la coerenza antispecista debba essere in primo piano anche a costo del raggiungimento nell’immediato di obiettivi concreti per loro, perché altrimenti quella che si ottiene non è comunque liberazione, chiedo, perciò, con intenti costruttivi e non gratuitamente polemici, di chiarire alcuni questioni.

Posto che vogliamo accettare le ragioni sistemiche dell’oppressione (e io lo faccio) dobbiamo considerare indifferente il fatto che tutti coloro che costituiscono gli ingranaggi del potere appartengono alla specie umana? Cioé il vivisettore è vittima se non quanto, almeno come, il coniglio vivisezionato? Il fatto che tutti gli oppressori siano umani è davvero qualcosa che possiamo trascurare del tutto o non richiede, piuttosto, che si lavori con consapevolezza per creare degli argini che mettano al riparo coloro che inevitabilmente sono le vittime, non appena il dominio si innesta, perché ontologicamente sono più fragili e non parlano la lingua del potere?
Serena contesta infatti che si consideri che gli animali non abbiano voce perché, osserva, non solo qualche volta scalpitano, protestano e cercano con tutte le forze di sfuggire al loro destino (ma il più delle volte nei loro occhi si legge rassegnazione), ma c’è chi, dati alla mano, ha teorizzato che esista addirittura un vero e proprio movimento di resistenza animale portato avanti dai tanti individui che si stanno cercando di liberare dei gioghi che li opprimono.
Eppure che la loro ribellione sia di fatto muta, perché non compresa né comprensibile, e noi umani (tutti) sordi, perché infliggiamo dolore e seminiamo terrore anche in modo del tutto gratuito e non volontario, è davvero qualcosa di trascurabile?
Avete guardato negli occhi il giraffino Alexandre, quel cucciolo sfuggito dal circo che, con la sua corsa sconclusionata e goffa di prigioniero nato, inseguiva una libertà impossibile? Il lamento e la paura di quel cucciolo, la sua ricerca di aiuto erano del tutto invisibili dietro l’immagine di quella sua mole ingombrante che minacciava le macchine e le persone. Alexandre si aggirava in mezzo a nani pericolosi, che non erano intenzionati sadicamente a fargli del male, ma che, ed è molto peggio, erano del tutto incapaci di sentirlo! Vi immaginate ad essere bambini, la disperazione di trovarvi soli a parlare una lingua che non può essere capita da chi decide di voi?
Non è vero che non ascoltiamo la loro voce. La lingua del potere è la nostra, è una lingua umana. E’ la lingua tanto del ricco che del povero e dell’oppresso. Solo del dolore muto non resta traccia alcuna, nella sua espressione da parte di miliardi di loro non c’è soggettività, non ne rimane alcuna esperienza unica.
E allora è vero ciò che dice Serena, che non basta poter negoziare i propri diritti per essere liberi e che i diritti formali e materiali non necessariamente coincidono e che anzi, in questo mondo sfasciato quasi mai lo fanno, ma in ogni schiavo umano vive un uomo libero, ed anche un oppressore, potenziali. Per tutti gli esseri umani, nel sistema dominante antropocentrico che decide della vita sulla terra, esiste una via di fuga almeno ipotetica che irrimediabilmente segna anche la più profonda delle prigionie. Nessun uomo è ultimo come l’ultimo dei maiali.

Ma attenzione. Sarebbe sciocco e pericoloso se queste considerazioni servissero ad affermare una qualche superiorità del dolore animale rispetto a quello umano, sarebbe una partigianeria vuota piena di misantropia, e infatti è da affermazioni simili a queste che per approssimazione molti arrivano a maturare idee estinzioniste, che indicano l’umanità presa in astratto come la causa di tutti i mali del pianeta e anelano alla sua scomparsa dalla faccia della terra.
Il dolore è uno, e cedere alla tentazione di uno specismo rovesciato significa compiere un’imperdonabile ingiustizia rispetto a tutte le vittime umane senza speranza e significa anche non colpire al cuore il nucleo profondo del dominio, stabilendo nuove gerarchie e così di fatto aprire la strada a nuove oppressioni. La questione è invece che se anche auspichiamo che i movimenti di liberazione si intreccino nel costruire un mondo nuovo, indicare una specificità nella lotta di liberazione animale ed una sua autonomia deve essere lecito, ed anzi è necessario, sopratutto visto che, come ha scritto Peter Singer e ricordato Serena, si tratta della rivendicazione per  qualcuno che i diritti non può in prima persona nemmeno provare ad andarseli a prendere. Si tratta di una rivendicazione per la quale esiste il costante pericolo di diluirsi all’interno delle lotte limitrofe che suscitano più coinvolgimento, perché portate avanti dalle parti in causa.
Se dunque non riconosciamo il valore di una battaglia che si combatte con tutto il cuore solo e soltanto per loro, e che esista un’avanguardia che non è disposta in nessun caso a lasciar scivolare le vittime animali sullo sfondo di questioni umane, quando anche siano le più nobili, che speranze avranno mai quegli innocenti rinchiusi?

Si tratta di arretrare per una volta e spostarsi dal centro per porsi piuttosto, apertamente, al fianco degli animali, con l’obiettivo chiaro in mente al contempo di fluidificare ogni confine e di tenere a bada, con azioni concrete e con attenzione costante, la deriva del dominio nei confronti di chiunque, che è, assurdo negarlo, intimamente e irrimediabilmente solo umana.
Liberazione animale allora può essere solo fare un passo indietro, con delicatezza, rispetto alla meraviglia di esistenze misteriose più fragili della nostra cui spetta lo stesso primo piano che abbiamo strappato loro per fare della vita un palcoscenico solo umano. Per la prima volta un passo indietro, fuori dall’antropocentrismo che deforma ingrandendole tutte le questione umane (perché oggi, per tornare ad Harlan, non abbiamo a che fare con nessun fascista e nessun assassino) e non l’ennesimo in avanti, rischiosamente attraverso di loro.

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Comments
22 Responses to “Con umiltà e con rispetto, ma innanzitutto per loro”
  1. rita ha detto:

    Che bell’articolo Leonora.
    Speravo che scrivessi qualcosa sull’argomento.

  2. Barbara ha detto:

    Sono totalmente d’accordo. La questione “non umana” è l’emergenza assoluta: continuare a dire “pochi ma buoni”, pur di non transigere davanti a una visione di insieme (che pure viene immediatamente sacrificata e senza remore, in altre occasioni), è solo un atteggiamento antropocentrico che poco importa al prossimo innocente che verrà sgozzato.

  3. Serena ha detto:

    Ciao Leonora,
    grazie per questa articolata risposta (senza la presunzione di pensare che fosse una replica a me, ma insomma, grazie per esserti soffermata su alcuni punti senza liquidarli con fare frettoloso!), ma chiarisco subito che nulla di quello che ho scritto è stato ispirato dai fatti di Harlan. E’ qualcosa che hanno pensato in tanti, ma il mio non era un invito alla “coerenza assoluta” riguardo all’azione: non credo possa neppure esistere, in questo momento in cui davvero ci muoviamo tutti a tentoni. In effetti, io contestavo un difetto che mi pare di vedere sempre più consolidato in certa teoria, che assume acriticamente (a mio avviso) l’opposizione noi/loro che si tratterebbe di decostruire e ne fa un grido di battaglia, irrobustendo così un pregiudizio che, non nascondiamocelo, è davvero diffusissimo – la misantropia non è certo appannaggio di poche teste, in ‘sto movimento. “Solo per gli animali”, “Con gli animali, contro l’uomo”, “Più conosco gli uomini, più amo gli animali” sono soltanto alcuni degli slogan che circolano per la rete e non solo per la rete e, ahimé, attirano sempre più persone. Per me tutte ‘ste posizioni hanno una chiara parentela con una visione che ipostatizza l’essere umano come astratto esemplare della specie, e lo chiama padrone. Ne sono la versione involgarita, ma dipendente.

    Che per tutti gli esseri umani esista una via di fuga almeno ipotetica mi sembra un’affermazione senza tanto significato (non è detto con acrimonia, davvero io non ce lo trovo). Mi spiace, ma in quei bambini uccisi non riesco a vedere potenziali uomini liberi e potenziali oppressori: ci vedo bambini uccisi. Non hanno scelto di nascere homo sapiens, e delle vie di fuga ipotetiche (e solo ipotetiche), non se ne sono fatti niente. Penso che la teoria non possa e non debba sorvolare su tutti questi aspetti.

    • stopthatrain ha detto:

      ciao Serena, immaginavo che non traessi spunto da quello che è successo ad Harlan ma in questo momento articoli come il tuo contribuiscono, e ciò è positivo, a rendere espliciti due diversi approcci che solo illusoriamente si armonizzano nello slogan “liberazione umana, liberazione animale”, anch’esso molto in voga, entro cui confluiscono in modo confuso e spesso inconsapevole più o meno le posizioni di tutti quelli che fanno a qualche titolo parte del movimento e sulle quali è necessario fare finalmente chiarezza. Come ho cercato di spiegare nell’articolo per me una qualche forma di opposizione umano/animale esiste, ma questa non per forza sfocia nell’ostilità cieca e distruttiva che giustamente denunci come sbagliata. Le vittime del dominio sono parimenti umane che non umane, e tutte vanno liberate ed hanno lo stesso diritto a vivere, ma ciò non significa negare la banalità che il dominio sia solo umano. Riconoscerne la natura e iniziare a mettere a punto strumenti difensivi a partire dalla constatazione che le altre specie hanno una fragilità in più mi pare necessario per ottenere qualche risultato duraturo ed evitare che la liberazione animale si disciolga in generiche lotte di liberazione, in sé giustissime, ma entro le quali gli animali continuano ad essere gli ultimi.
      La libertà potenziale delle vittime umane, cui faccio cenno nell’articolo e che tu contesti, mi pare anch’essa un dato oggettivo che, siamo d’accordo, non cambia niente nell’esperienza individuale, ma cambia nella teoria. E anche qui, non significa riconoscere meno valore al dolore umano ma evidenziare gli elementi per i quali la sofferenza animale e la lotta per la loro liberazione è specifica. Non di maggior valore, ma specifica. Ti faccio un esempio: lavorando coi rifugiati politici mi è capitato di avere a che fare con ex bambini soldato, persone che sono state educate esclusivamente a forme di comunicazione violenta. A causa della loro formazione, del maltrattamento che hanno subito da piccoli, oggi sono adulti molto pericolosi. Convieni con me che la loro liberazione, e quella di un gregge di pecore, debbano nella pratica seguire percorsi differenti?

      • Serena ha detto:

        Sì, su questo credo proprio di essere d’accordo anch’io, d’altronde non si tratta di negare che esista una qualche forma di opposizione umano/animale, ma piuttosto di rimetterla in discussione per capire come è andata via via strutturandosi e cogliere quali siano le differenziali di potere implicite nella stessa categoria di “umano”: a mio avviso, parlare di “libertà potenziale” delle vittime umane non è utile ed è possibile appunto soltanto rimanendo nell’ambito di un sistema – questo sì troppo astratto – che altri hanno definito metafisico, proprio perché dimentica il dato materiale e fondamentalmente se ne infischia. Questa teoria a me non interessa, mi sembra davvero un esercizio fine a se stesso e anche leggermente autistico.

      • stopthatrain ha detto:

        Si tratta del mero riconoscimento di una realtà che non serve a screditare individualmente nessuno ma ad indicare la peculiarità di un potere sempre umano. Una realtà che ripete meccanismi sempre uguali che andrebbero interrotti. La storia è piena di oppressi che diventano oppressori, di vittime di razzismo che diventano razziste ( fior di studi sociologici dicono che in media i più intolleranti verso i senzatetto e i rom sono coloro che da piccoli hanno vissuto in condizioni di povertà), di persone diventate violente per aver subito abusi nell’infanzia (e questo problematizza il senso della responsabilità e della colpa individuali), di stati come Israele nati dal riscatto da un enorme abuso e diventati essi stessi oppressori di altri popoli. Ma ribadisco che riconoscendo la possibilità potenziale o materiale dell’oppressione nelle vittime umane non intendo in alcun modo sminuire la loro sofferenza: non l’ho detto e non lo penso, ho detto il contrario, e attribuirmelo è un po’ pretestuoso, un modo troppo facile di liquidare l’affermazione basata sui fatti che il dominio è sempre esercitato da esseri umani, e solo per contingenza appartiene all’uno o all’altro. Perché riconoscere la natura ontologicamente umana del potere non dovrebbe essere legittimo? Non è un argomento che merita piuttosto centralità, sopratutto quando ci occupiamo di non umani? Riconoscere questa banalità, scomoda ma innegabile, potrebbe essere piuttosto l’indicazione di una possibile strada da seguire, il riconoscimento di una pericolosa peculiarità che ci contraddistingue – che dagli albori della storia non finisce di manifestarsi imponendosi e di spazzare via le eccezioni pacifiche – in vista della creazione di argini ad essa, a partire dalla consapevolezza, per poter salvare TUTTE le sue vittime, umane e non umane. In questo senso parlavo di umiltà. Altrimenti continuiamo ad autocompiacerci, a specchiarci nella natura per trovarci belli, a celebrare le giornate della Memoria, del Ricordo ecc. come se non fosse vero che saremmo potuti essere noi gli oppressori di tutti gli olocausti della storia, e continuiamo a stupirci e ad indignarci pure ogni volta che, non appena se ne ricreano le condizioni materiali, l’olocausto ricomincia.

      • Serena ha detto:

        Oh, io, probabilmente per limiti miei e grossi, non capisco di cosa parli quando dici “natura ontologicamente umana del potere”, ma proprio perché fatico ad afferrare cosa devo intendere per “umano”: la mera appartenenza di specie? Non mi sembra rilevante, pure i cani che hanno subito violenze e abusi diventano mordaci. Non credo esista una “natura umana”, e se esiste ed è ontologicamente votata al dominio, come mi pare suggerisci tu, be’, di necessità è vero quanto coerentemente conclude Leonardo nel suo articolo su Minima&moralia, ovvero che l’antispecismo è una battaglia contro l’essere umano.

      • stopthatrain ha detto:

        Non significa invece che le conclusioni debbano essere per forza distruttive, a me pare coerente immaginare piuttosto una sorta di decrescita, un ridimensionamento e decentramento, a partire dall’assunzione di responsabilità sull’impatto devastante che la nostra specie, e solo la nostra, ha avuto sino ad oggi su tutto il pianeta. Ergerci a salvatori del mondo, invece, quando finora non abbiamo fatto altro che opprimere, mi pare una bella prospettiva da immaginare (seppure un po’ troppo autocelebrativa per i miei gusti) ma che è per adesso contraddetta dai fatti e presuppone un lieto fine che non è affatto certo (anzi…).
        E allora, se capita di dover rinunciare ad agire oggi per gli animali in virtù di un astratto futuribile, ci si assume quantomeno una pesante responsabilità.

  4. babbadu2012 ha detto:

    apprezzo tantissimo questo articolo ma, e come sempre io metto dei ma….., vorrei sottolineare che a livello di attivismo, cioè quindi chi poi, attraverso diverse strategie, agisce contro lo sfruttamento animale, le posizioni individuali dei militanti necessariamente danno un’impronta all’attività dell’associazione della quale fanno parte, la quale associazione attuerà degli interventi a breve medio e lungo termine atti a smantellare gli effetti dello specismo. premettendo che non considero parte dell’attivismo una manifestazione, ma semmai solo un momento all’interno di un’azione più precisa e strutturata, il modo di attivare le diverse forme di attivismo dipende da chi sono gli attivisti! sembra un giro di parole di poco valore ma in realtà è essenziale e sostanziale. le posizioni politiche, e per politiche non intendo partitiche, ma ideologiche, basate su valori precisi, incidono sul nostro comportamento sociale e necessariamente sul nostro modo di concepire l’attivismo stesso. ora nell’universo dell’attivismo militante ci sono realtà molto diverse che si prefiggono obiettivi apparentemente comuni, o in parte comuni, ma strategicamente e metodologicamente a volte opposte! alcune a mio avviso sono inaccettabili. vorrei chiarire questo punto perchè NON È L’APPARTENENZA ALLA DESTRA O ALLA SINISTRA A DETERMINARE LO SCONTRO MA QUELLO CHE QUESTA APPARTENENZA NEI SUOI RISCONTRI PRATICI DI MILITANZA IN DIFESA DEGLI ANIMALI COMPORTA.

    • stopthatrain ha detto:

      ciao Barbara, sono d’accordo che le metodologie dei vari gruppi siano differenti, così come le strategie a lungo termine e le ideologie alla base, ma di fatto tutte puntano alla stessa liberazione. Del resto il movimento sta crescendo e ciascun gruppo acquista maggiore identità, questo porta necessariamente a distinguersi con più nettezza dagli altri, ma se poi si riesce a far convergere gli sforzi quando serve, anche lo scontro è positivo. Io sono convinta che tutto serva, tutto è espressione di un generale cambiamento di mentalità di cui l’attivismo deve contribuire ad accelerare gli effetti. Quello che è preoccupante invece è ciò che entrambe abbiamo visto: gli arroccamenti su posizioni che sì costituiscono il motore dell’impegno di ciascun attivista, ma che esulano dagli obiettivi specifici (su cui c’è invece convergenza anche con altri agli antipodi), che stanno di fatto indebolendo forze che solo compatte ottengono dei risultati. Per molti l’incoerenza o la lontananza politica del vicino di striscione è così intollerabile che preferiscono starsene a casa piuttosto che rimanergli accanto, e questo significa una sola cosa: gettare alle ortiche tutto quello che si è ottenuto finora. Ma siccome in gabbia non ci stiamo noi, direi che bisognerebbe rifletterci centomila volta prima di assumersi questa responsabilità.

  5. babbadu2012 ha detto:

    guarda quello che vedo io invece è che primo non è vero che tutti vogliamo la stessa cosa: infatti per liberazione animale si intendono molte cose a volte antitetiche tra loro. secondo la questione o diatriba che si è manifestata è in realtà esposta male anche sul piano linguistico: siamo portati a pensare che ci si scontri all’interno dell’antispecismo, o come li ha definiti leonardo, degli antispecismi quando in realtà non è così. si parla solo di forme molto variegate di animalismo che va dalla sola indignazione per la vivisezione sui beagle all’amore per i cani e per i gatti all’odio magari per le pellicce urlato indossando una giacca di pelle al welfarismo e i suoi gradi di benessere. PREMETTENDO che per me queste forme di “animalismo” sono già molto considerando la situazione complessiva, non dobbiamo confonderci. sono questi soggetti che si indignano rivendicando un animalismo apolitico denunciando che gli antispecisti sono politici. non vi è in realtà un dibattito argomentato su quali siano o debbano essere le basi ideologiche di riferimento dell’attivismo antispecista bensì una critica all’antispecismo tout court. su questo invito a una riflessione ………… l’ultimo articolo di marco maurizi è profondamente in linea con quello che qui ho accennato. (a mio avviso ovviamente! ;.)

    • stopthatrain ha detto:

      non so, sarò io forse troppo spiccia, ma mi sembra assurdo che a fronte dell’irrilevanza della questione animale per la stragrande maggioranza della popolazione, a fronte del fatto che solo oggi il movimento – o se non vogliamo vederlo come unità, i movimenti – iniziano non certo ad essere rilevanti politicamente, ma semplicemente ad esistere nella percezione generale e a creare qualche problemino al sistema dello sfruttamento; le divisioni tra coloro che, a vario titolo, hanno a cuore la liberazione degli animali (questa è la base per tutti! Il nucleo comune c’è eccome) siano così rilevanti da prendere il posto della contrapposizione con chi li sfrutta!
      Le divisioni che sono emerse così violentemente negli ultimi tempi, poi, (che tra l’altro spesso originano da semplici dissidi personali e di politico hanno poco o nulla) attengono a questioni che avranno senso solo dopo, in un futuro di là da venire. Fare fronte comune con chi coglie il dolore animale e vuole alleviarlo, visto che siamo pure pochissimi, mi pare allora davvero il minimo, nonché l’unica speranza di procedere verso un cambiamento radicale. Tanto non andrà come nessuno di noi prevede: l’idea della liberazione animale che si intreccia a quella umana è tanto bella, ma le rivoluzioni non seguono le istruzioni scritte prima…

      • MM ha detto:

        Però perdonami Leonora ma io veramente faccio fatica a raccapezzarmi.

        Se diciamo che bisogna unire le lotte di liberazione animale e umana l’accusa è che pretendiamo di “avere la ricetta” già pronta.
        Se diciamo, come io dico sempre, non so in concreto cosa fare, l’accusa è che “NON abbiamo la ricetta” già pronta e che siamo “astratti”.
        Se diciamo che separare la lotta di liberazione animale e da quella umana è errato, l’accusa è che “dividiamo il movimento”.
        Se diciamo bisogna essere “di più” per cambiare il sistema, l’accusa è che svendiamo l’antispecismo ai movimenti umanisti per fini pragmatici.
        Se diciamo che per abbattere lo sfruttamento animale occorre superare l’orizzonte capitalistico, l’accusa è siamo dei “sognatori”
        Se diciamo che l’unico modo realistico per liberare gli animali è cambiare i rapporti sociali umani siamo “antropocentrici”.

        Insomma, la lezione è chiara: meglio l’animalismo così com’è…

  6. pasquale cacchio ha detto:

    Brava, Stopthatrain, è quello che penso pure io da quando conosco, da poco ahimé, il mondo animal/antispecista.
    Ma chi sei? Mi sono antipatici gli anonimi.
    Una delle più profonde e utili discussioni su Asinus novus.

  7. pasquale cacchio ha detto:

    Rileggendo meglio i commenti, mi sono accorto che sei l’autrice dell’articolo.
    Scusami 🙂

  8. pasquale cacchio ha detto:

    L’intervento di MM, oltre ad arricchire questa stupenda discussione, mi costringe a specificare le cose che penso pure io, d’accordo con l’autrice, e le penso quasi alla lettera:

    “Le vittime del dominio sono parimenti umane che non umane, e tutte vanno liberate ed hanno lo stesso diritto a vivere, ma ciò non significa negare la banalità che il dominio sia solo umano.”
    “Perché riconoscere la natura ontologicamente umana del potere non dovrebbe essere legittimo? Non è un argomento che merita piuttosto centralità, sopratutto quando ci occupiamo di non umani?”
    “a me pare coerente immaginare piuttosto una sorta di decrescita, un ridimensionamento e decentramento, a partire dall’assunzione di responsabilità sull’impatto devastante che la nostra specie, e solo la nostra, ha avuto sino ad oggi su tutto il pianeta. Ergerci a salvatori del mondo, invece, quando finora non abbiamo fatto altro che opprimere, mi pare una bella prospettiva da immaginare (seppure un po’ troppo autocelebrativa per i miei gusti) ma che è per adesso contraddetta dai fatti e presuppone un lieto fine che non è affatto certo (anzi…).”
    “immaginare piuttosto una sorta di decrescita, un ridimensionamento e decentramento, a partire dall’assunzione di responsabilità sull’impatto devastante che la nostra specie, e solo la nostra, ha avuto sino ad oggi su tutto il pianeta.”
    “solo oggi il movimento – o se non vogliamo vederlo come unità, i movimenti – iniziano non certo ad essere rilevanti politicamente, ma semplicemente ad esistere nella percezione generale e a creare qualche problemino al sistema dello sfruttamento”.

    Quanto alla differenze tra animalismo e antispecismo, ahimé, ho già detto che ho novelle e vaghe conoscenze.
    Ma vedo che qui, con l’intervento di MM, non si tratta di ‘dettagli’.
    Sarebbe bello avere la possibilità di intromettermi anch’io nella conversazione, avvelenato come sono dall’articolo di Adriano Mannino (sul recente primo numero di Animal studies), che sembra personificare appieno la figura “autocelebrativa” di “salvatore del mondo” di cui parla Leonora Pigliucci.

  9. pasquale cacchio ha detto:

    Grazie, Leonardo, per l’invito 🙂
    Non amo molto scrivere, forse anche perché non lo so fare.
    Lo faccio solo per necessità naturale, un po’ come quando ho fame o sete.
    Se mi capita, mi farò avanti.

  10. stopthatrain ha detto:

    Marco, nessuna lezione da impartire da parte mia, figurarsi, mi limito a denunciare che è assurdo, ma sopratutto grave, che una teoria d’avanguardia che legittimamente non ha ancora una corrispettiva pratica consolidata, possa essere usata, come sta avvenendo, banalizzata e schematizzata, come una sorta di tema da selezione all’ingresso in un movimento di cui fa parte a pieno titolo gente “apolitica” (molta) e gente di destra. Non trovo ci sia grande senso nemmeno nel considerarli incoerenti né nel perder tempo a ragionare su questo, perché la maggioranza degli attivisti non è ispirata da teoria (come ti ho scritto, io intendevo esattamente il contrario di quello che mi hai riferito nella tua risposta) ma da un sentimento, che è quello che penso intenda Leo nel parlare del ri-divenire animale: si riconosce il dolore animale, ci si immedesima e si combatte al loro fianco. Come indirizzare questo sentimento entro un progetto politico mi sembra che ancora non sia chiaro a nessuno, ma comprendere la natura di un moto popolare che è al momento l’unico aggancio con la realtà dell’antispecismo e ciò che fa sì che oggi si esca esca da cerchie anguste, trovo che sia doveroso, come deve essere il rispettarlo, non tentando di forzarlo senza aver compreso cosa sul serio anima la maggioranza di coloro che ci credono e che si impegnano. Anche perché come dicevo a Barbara, a me pare che un’identità (se vuoi non del tutto consapevole) il movimento ce l’abbia eccome, e forte.. In più le sue istanze (a me sembra clamorosamente evidente, ma a quanto pare non è così) si intersecano a perfezione con gli argomenti dell’antispecismo politico perché se si liberano gli animali, proprio in virtù di quella differenza che li fa incapaci di esercitare il dominio a loro volta, si sta scardinando la logica stessa del potere e la legittimità dell’oppressione di uno sull’altro, fuori da ogni possibile interesse e tornaconto. La liberazione animale, anche quando non lo specifica, anche quando non lo sa, contiene in sé sul serio ogni liberazione possibile: è la negazione assoluta del dominio, il suo rifiuto non può in altro modo essere più radicale. Allora come si può non difendere la liberazione animale a spada tratta? Davvero non capisco come si possa.

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