Sull’animalità delle bestie, ovvero della necessità di un antispecismo intraspecifico

di Claudia Ghislanzoni

botero-il-circo

Si narra che in una fredda e fosca sera di fine dicembre, un gruppetto di animali in veste di attivisti protestava a gran voce il proprio dissenso nei confronti della schiavitù imposta ad altri animali, i non umani, rinchiusi tra le gelide sbarre di gabbie troppo piccole per non generare in essi un tormento, umiliati ogni giorno sotto i tendoni di un circo, unicamente allo scopo di divertire quegli animali-spettatori che ogni giorno pagano per assistere a tale spettacolo di sofferenza, anche solo per qualche minuto. Le grida degli attivisti si confondevano tra i volti apparentemente distratti dei visitatori, che si dirgevano con passo frettoloso, quasi a volersi defilare velocemente da quella imbarazzante situazione, verso i cancelli della struttura. Alcuni si fermavano e, non senza imbarazzo, tentavano di giustificare la propria presenza in quel luogo di tortura, che solo in quel momento iniziava ad apparire loro tale. “Ma come! – esclamò uno, sorpreso – Le bestie sono qui per divertire, io pago per vederle, ci porto i miei figli e loro si divertono!”. Improvvisamente, comparve sullo sfondo un umano: un animale alto e corpulento, abbigliato con una casacca rossa chiusa da bottoni dorati, che si avvicinava minacciosamente al gruppetto di attivisti e li scrutava severo, quasi fossero bestie pericolose da trattare con le dovute precauzioni. Da parte loro, gli attivisti pensarono che quell’energumeno dall’aspetto bestiale cercasse rogne e si prepararono all’ennesimo scontro. Inaspettatamente, quell’animale imponente, sfoggiando un sorriso arrogante ma composto, invitò gli attivisti ad entrare nel suo teatro sanguinario per mostrare loro gli animali rinchiusi nei recinti. “Ipocrita!” pensarono, ma decisero comunque di seguirlo, spinti dalla volontà di verificare personalmente in quali effettive condizioni si trovassero quei cavalli, leoni e tigri, violentati nel loro profondo essere dalla mano di bestie crudeli e senza scrupoli. Col cuore gonfio di dolore, quegli animali umani si trovarono faccia a faccia con la dura realtà del circo: una dopo l’altra, le gabbie si presentarono davanti ai loro occhi e, al loro interno, vi erano imprigionati diversi animali: frustrati, annoiati, camminavano nervosamente da un lato all’altro della gabbia, oppure rimanevano immobili nella propria posizione, impassibili a qualunque richiamo da parte degli attivisti, a prima vista rassegnati alla presenza della solita specie di bestie da cui erano soliti subire abusi tremendi. L’animale-circense li accarezzava compiaciuto, come a voler dimostrare ai suoi ostili ospiti che non vi era nulla di male in ciò che vedevano, ma era evidente che quei prigionieri conducevano un’esistenza miseramente disperata. Ad un certo punto, uno degli attivisti, un animale piccolo e dal tono di voce deciso, rivolgendosi a quella bestia di carceriere, intervenne risolutamente : “Se tu non abbandonerai lo sfruttamento degli animali nel tuo circo, noi continueremo la nostra battaglia, lo sai? Finché ogni gabbia non sarà aperta ed ogni animale libero, noi non ci fermeremo. Tutto questo non è giusto!”. Il sorriso orgoglioso del circense si tinse d’amarezza, quando rispose: “Lo so. Ma tutto quello che vedete è la mia vita, la mia famiglia manda avanti questa attività da generazioni. Questa è la nostra tradizione e ne andiamo orgogliosi. Potrei anche rinunciare agli animali, ma se poi perdo il lavoro? La gente viene per vedere loro, specialmente le famiglie con bambini, è la gente che li vuole!”. L’attivista proseguì: “Questa realtà dovrà cambiare, prima o poi. Questi sono animali, non bestie da esibire come fenomeni da baraccone! Animali come noi!”. A quell’affermazione, l’animale-circense abbassò il capo e, accompagnando gli attivisti all’uscita, disse: “La realtà sta già cambiando. Ma anche noi.. tutti si devono abituare.” Il pensiero di quegli animali rinchiusi nella loro triste solitudine non abbandonò mai le coscienze degli attivisti, che ogni tanto si voltavano nel tentativo di guardarli, fino a vederli scomparire dietro l’ombra del tendone. Tuttavia, quando si furono allontanati, gli attivisti avvertirono dentro di sé un lieve e fugace senso di pace, quasi il calore di un focolare domestico sempre acceso, un abbraccio mai consumato, ma reale come l’energia che si agita nello spirito quando si tratta di difendere la vita degli oppressi. Esattamente lì, in quel preciso momento, quegli animali umani si resero conto di dividere lo stesso nefasto sentimento d’impotenza, quella paura di non farcela, quella fragilità che da sempre accompagna la loro rabbia, proprio col nemico. In quel momento si sentirono più forti. (racconto tratto da un episodio realmente accaduto)

Le separazioni dicotomiche tra bello/brutto, buono/cattivo, bene/male, “noi”/”gli altri” rappresentano comuni strumenti di classificazione del mondo intorno a noi, basilari nella cotruzione identitaria di qualunque gruppo culturale. Tuttavia, se portate all’esasperazione, queste divisioni si possono collocare alla base della nascita e del consolidamento di dogmi difficilmente estirpabili, con la conseguente apparizione di santi, martiri e demoni da combattere con ogni mezzo, anche il più brutale. Perché il fine, si dice, giustifica i mezzi. O forse no. Oppure è il fine stesso a non esserci del tutto chiaro: la liberazione animale è liberazione umana, in quanto l’umano è animale. L’invito alla crociata contro gli oppressori dei non umani viene instancabilmente lanciato da quei “santi” che ritengono lo sfruttamento animale una sorta di guerra, combattuta sin dall’alba dei tempi, ai danni dei più deboli di cui noi ci pronunciamo paladini di giustizia. Si penserebbe quasi senza ragione.

L’illusione della continuità nel tempo del male assoluto tradisce la capacità di valutare obiettivamente, per quanto sia possibile, la realtà odierna e le ragioni che ci hanno condotti fin qui. In realtà, ciò che nella nostra breve esistenza su questo pianeta interpretiamo come sfruttamento, nelle sue molteplici forme, è costituito da una serie di pratiche storicamente e culturalmente determinate. Le stesse interpretazioni del fenomeno sono storicamente determinate. I nemici di oggi non sono gli stessi di ieri, anche se ci appaiono molto somiglianti, dal momento che, con il linguaggio e gli strumenti che sono propri del nostro quadro culturale, essi possono essere codificati come tali, ma non è affatto scontato che lo fossero nel nascere e nel loro particolare sviluppo. Il contesto ove questi eventi trovano luogo è mutato progressivamente nel corso del tempo e assume forme dissimili nello spazio. Purtroppo, la più comune reazione alle atrocità che oggi tanto scuotono la nostra sensibilità, somiglia pericolosamente a ciò che non vorremmo mai più vedere realizzarsi. Le facce fiere dei nostri santi diventano così vuoti simboli da stampare acriticamente sulla bandiera dell’odio e della discriminazione del “diverso”, poiché la presenza di un eroe qualsiasi, purché accolto nella schiera dei “buoni”, diventa automaticamente motivo di venerazione incondizionata, a prescindere dai contenuti espressi ed omessi, dai simboli enunciati dalla sua apparizione. Personalmente, non credo che si possa davvero pensare di sconfiggere la violenza con le sue stesse armi. L’unica vera soluzione è deporre le armi, se abbiamo intenzione di denigrare la guerra, o di qualunque cosa si tratti.

Un importante carattere, che differenzia il movimento antispecista dal più diffuso ambientalismo, sta proprio nel riconoscere a ciascun animale la dignità di individuo unico e irripetibile. Non si tratta di un impegno volto alla conservazione di specie in via d’estinzione, magari in riserve cristallizzate nel tempo e preservate dalla presenza invasiva dell’uomo. L’incontro tra libere soggettività differenti è il nostro principale obiettivo e la vita di ogni singola unità senziente che popola questo pianeta è per noi motivo sufficiente di mobilitazione e lotta. Spesso ci dimentichiamo di essere noi stessi animali. Spesso ci dimentichiamo di essere antispecisti. Oppure non abbiamo afferrato il significato più profondo e la portata rivoluzionaria di questo assunto, impegnati come siamo ad esultare e condannare, a seconda che ci troviamo dinnanzi ad un prodigioso, mitologico animale, o ad una temibile belva che riflette come uno specchio la nostra parte oscura e malvagia, da stigmatizzare ed occultare. Quelli che noi ora chiamiamo “nemici” sono nati e cresciuti entro spazi socialmente costruiti, in una cornice culturale che intende la violenza sugli altri animali come evento “naturale”, nonché inevitabile. Ogni animale umano si muove entro questa condizione individualmente, tra opportunità di scelta arbitraria e stretti vincoli che lo legano al proprio contesto di appartenenza. Ogni individualità umana è quindi essenzialmente costituita da più componenti, che si ricollegano alla propria storia personale, agli spazi che abitualmente frequenta, alle persone ed alle situazioni che incontra sul suo cammino.

Ciò che noi dovremmo impegnarci a promuovere è una politica culturale, la quale ha il compito di spingere una società che definiamo “specista” verso una precisa direzione: quella di un panorama a-specista, dove il concetto di rispetto per la vita senziente, umana e non umana, abbia la possibilità di attecchire al terreno della quotidianità. Abbiamo bisogno di una politica che tenga conto della complessità di ciascuna individualità, pur nell’insieme dei soggetti che vorrebbe muovere/tutelare. Una politica, dunque, che includa nelle proprie considerazioni anche le dinamiche intraspecifiche. Una serie di iniziative che riescano, possibilmente, a toccare gli interessi di tutti, attraverso l’azione collettiva. Una politica che miri a modificare quegli elementi e quei simboli di familiarità che ci fanno sentire a casa, ma in un mondo finalmente diverso. Un mondo dove le nuove generazioni, in maniera graduale, abbiano la possibilità di riconoscersi naturalmente parte della società che noi stiamo costruendo. E una politica a-specista non può che porgersi in maniera nonviolenta.

Ammetto che le maniere forti siano una forte tentazione. Dissentire è legittimo, come altrettanto comprensibile è la sensazione di disgusto e di rabbia che proviamo quando ci caliamo nei panni di chi questi soprusi li subisce da tempo immemore e ne soffre da sempre. Perché il cuore è caldo. Ma la mente necessita di rimanere fredda, quando si tratta di cambiare le cose. Una mente razionale, unita ad un cuore traboccante di (com)passione, potrebbe essere in grado, pur nel caos di errori consapevoli e involontari che costellano questo mondo popolato da animali, di ritrovare il sentiero che ci riconduca in qualche modo alla radice del problema. E, forse, negli occhi dell’altro riusciremo a intravedere confusamente la stessa luce che illumina la nostra speranza per un mondo migliore. Quella luce dal sapore fanciullesco e innocente, che ci fa sentire un po’ come bambini, spaventati dalle novità o eccitati dal cambiamento, per quanto mi riguarda, è la vera chiave di volta e conta molto più di mille grida scomposte, poiché accende la consapevolezza della nostra comune condizione di animali. Perdutamente imperfetti, così ricchi di potenzialità nella nostra imperfezione.

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