Intervista a Marco Maurizi sul suo ultimo libro “Le parole e le cozze”

Rigiriamo l’intervista pubblicata sul sito “Per Animalia Veritas”
Le parole e le cozze

PAV: allora Marco hai appena pubblicato questo nuovo testo le parole delle cozze. Intanto ci spieghi che valore attribuisci alle cozze e alle parole?

Marco Maurizi: Il titolo, si capisce al volo, è una parafrasi de “Le parole e le cose” di Foucault. Ciò che ho voluto sottolineare è che la visione del mondo antispecista è, come tutte, una “visione del mondo”, un modo di organizzare la realtà secondo i nostri desideri e le nostre aspirazioni (dove mettiamo, ad es., le cozze nel nostro bel sistema concettuale fatto di “umani” di qua e di “animali” di là con le “piante” belle tranquille a garantirci sostentamento non-violento a tutti?). Questo viene troppo spesso dimenticato, dietro la maschera degli “eroi” che difendono “gli altri animali” in modo “disinteressato”, ci si dimentica che ci sono ancora e sempre esseri umani troppo umani. Mascherandosi dietro gli sguardi imploranti degli animali ci si nasconde la propria misera realtà: siamo una minoranza di privilegiati in un Occidente che produce oppressione e morte. E invece di lottare veramente per porre fine a un sistema di sfruttamento ci si crogiola dietro le proprie certezze e i propri riti di gruppo. Le parole sono importanti, diceva qualcuno, e invece di usarle per “rassicurarci” che tutto va per il meglio dovremmo usarle per analizzare in modo spassionato il mondo che abbiamo davanti agli occhi, capirlo. Perché senza capirlo non lo si può cambiare.

PAV: In cosa consiste la tua visione del mondo?

Marco Maurizi: La continua ricerca della verità come metodo e la conseguente critica delle visioni del mondo come sistemi di auto-immunizzazione nei confronti dell’alterità. Il punto sarebbe proprio quello di riuscire a non avere una “visione del mondo”. La verità non è qualcosa che si possiede: come diceva Adorno, si è “nella” verità, non la si “ha”. E si può essere “veri” solo denunciando il falso e l’inganno anche quello fatto a fin di bene. E questo può farlo solo chi non ha interessi da difendere, nemmeno quelli di un gruppo organizzato con le migliori intenzioni. Solo la denuncia spassionata della menzogna, la messa in discussione dei dogmi e delle ideologie assorbite passivamente dal mondo di oggi permette di aprire uno spiraglio verso il futuro.

PAV: dunque le azioni di lotta dovrebbero prefigurarsi come processi per la liberazione e essere concentrate sulla riappropriazione degli spazi pubblici (media, università, scuole, amministrazioni) per smascherare cosa si cela dietro lo sfruttamento animale, sia culturalmente che economicamente e politicamente?

Marco Maurizi: Senz’altro. La privatizzazione degli spazi e dei beni comuni è uno dei meccanismi attraverso cui oggi viene impedita una qualsiasi forma di presa di coscienza della propria condizione. Siamo abituati a pensarci come utenti di servizi che ci vengono erogati da qualcuno e in tal modo anche deresponsabilizzati sul “come” (cioè sul costo in termini di sfruttamento umano e non-umano) quel servizio è stato prodotto. L’atomizzazione cui è giunta la società attuale è l’esatto opposto di un trionfo dell’individuo. L’individuo è oggi apparenza, l’incrocio di forze impersonali di cui è effetto calcolato, pedina inconsapevole. Non riusciamo nemmeno più a pensarci come un “noi”. Ora, gli animalisti (io li chiamo così perché di “antispecisti” veri se ne contano sulla punta di uno zoccolo), hanno talmente introiettato questa situazione che non si rendono nemmeno conto che il loro continuo riferirsi agli individui è esso stesso un effetto di questo sistema. Ma come è possibile convincere qualcuno che quando diciamo “noi” dobbiamo intendere anche gli altri animali se quel qualcuno non riesce a dire “noi” nemmeno di fronte al vicino di casa?

PAV: Secondo te quali potrebbero essere le strategie di azione? oggi si parla molto di disobbedienza civile, che per me corrisponde a un metodo per denunciare qualcosa non a una strategia, ma forse sbaglio.

Marco Maurizi: Anzitutto distinguiamo: oggi si parla di disobbedienza in seguito ad alcune azioni eclatanti come la liberazione di Green Hill o l’irruzione all’Università di Milano. Sono eventi nuovi che mi hanno colpito e anche emozionato e di cui non si può che rallegrarsi. Altra cosa è l’idea di fondarci una “teoria” che dovrebbe essere la risposta all’attuale condizione di marginalità dell’animalismo. In quest’ultimo senso non posso che esprimere il mio scetticismo. Anche se sembra novità l’idea della disobbedienza civile come metodo di lotta non modifica in nessun modo l’attivismo animalista. Pensarla in questo modo è solo la logica conseguenza della sua errata visione atomizzante della società e del suo modo parziale (e settario) di vedere la questione animale come una realtà a se stante. Tutti i movimenti civili hanno sempre avuto come base di lotta l’infrazione volontaria delle leggi considerate ingiuste. E i movimenti per i diritti civili hanno appunto una visione e un orientamento settoriale, che isola le loro istanze dalle altre istanze di cambiamento sociale. Gli animalisti finora non hanno praticato la disobbedienza civile che in piccola parte perché erano una minoranza assoluta. Ora che il movimento conta qualche forza in più è possibile farlo. Con quale effetti? A livello globale – che è quello su cui dovrebbe misurarsi l’efficacia della nostra azione visto che l’oppressione animale è un fenomeno planetario – ben modesti. Certo, come dici tu, si può arrivare a denunciare un’ingiustizia qui e ora ma non è un mezzo per produrre un cambiamento sociale a lungo termine. A meno che non si creda alla favola della società che “ascolta i tuoi buoni argomenti e poi cambia”. In un mondo in cui ci sono agenti che vanno in giro a piazzare il polonio per ammazzare testimoni scomodi questa visione da Puffilandia del potere mi inquieta non poco.

PAV: Come immagini tu l’attivismo?

Marco Maurizi: Come ho scritto nel libro (cui rimando per una spiegazione più dettagliata, qui mi limito a qualche accenno) bisogna anzitutto distinguere gli obiettivi dell’attivismo. Agitarsi “per fare qualcosa” non è attivismo, è ginnastica. Bisogna capire cosa fare, quando fare e con chi farlo. Anzitutto: cosa fare. Si sta combattendo, sì, ma “cosa”? Se si pensa che si sta combattendo un “pregiudizio” (gli animali sono massacrati perché la gente cattiva li ritiene inferiori!) perché ci si è fatti lobotomizzare dalla società dei consumi in cui ognuno di noi è solo “ciò che vuole essere”, allora bene, si proceda a fare banchetti informativi e scrivere libri di etica, ci diamo appuntamento tra 3000 anni. Se invece si è consapevoli che si sta combattendo un meccanismo sociale di sfruttamento, cioè una rete complessa di rapporti di dominio che attraversa la barriera tra umani e non-umani, in cui non solo la vita animale ma anche la vita umana vale meno di zero (Gooood Morning Palestine!), allora occorre darsi una mossa e organizzarsi in altro modo. Anzitutto spostare l’obiettivo polemico dall’onnivoro della porta accanto al sistema del domino: se “sistema” è parola che fa venire il giramento di testa, beh, possiamo pensare alle industrie e ai referenti politici come obiettivi di una protesta che deve anzitutto (a) mostrare la realtà dello sfruttamento (b) mettere i bastoni tra le ruote (c) offrire soluzioni alternative. Il punto (c) viene solitamente sottovalutato proprio perché gli animalisti hanno una visione individualista e moralistica quindi non si impegnano a ripensare i propri obiettivi come aventi una finalità strategica, cioè sociale. Dobbiamo prefigurare un diverso modello sociale se vogliamo proporre qualcosa più di un urlo di disapprovazione. E come farlo? Da soli? Ovviamente no! Dobbiamo elaborare obiettivi a medio e lungo termine che ci possano vedere lottare insieme ad altri soggetti sociali.

PAV: Su questo sono assolutamente d’accordo, però converrai che su singole battaglie, come nel caso della sperimentazione animale, la disobbedienza civile può essere un mezzo per occupare quegli spazi pubblici nei quali poter denunciare. Questo entra in qualche modo nella società e se ben gestito può avere dei riscontri. Diciamo che in questi casi secondo me, l’obiettivo sono proprio i buoni argomenti per innescare processi di cambiamento. In merito a questa tua ultima affermazione entriamo nel vivo della questione. Venerdì scorso c’è stato un incontro nel quale sono state egregiamente illustrate le possibili e realizzabili connessioni e collaborazioni con un certo tipo di ecologismo ed è stato dimostrato come in realtà questo sia necessario oltre che possibile. Puoi spiegare come mai, benché ci venga rimproverato di annacquare la purezza dell’antispecismo, queste unioni studiate e non improvvisate, sono importanti e non sono un banale ricorso ad argomenti indiretti e non corrispondo affatto a un indebolimento della lotta antispecista anzi semmai la rafforzano?

Marco Maurizi: come ho detto altrove e ribadito nel libro il problema non sono le singole azioni ma la strategia che c’è dietro se c’è. E non c’è. Questo non viene sentito come un problema mentre lo è. Ci si accontenta di averne azzeccata una per una volta e ci si mette in pace con la coscienza. Come vengono scelte le priorità dell’azione? Come viene misurata l’efficacia dell’azione, l’avanzamento della lotta? Sono questioni bollate come “organizzative” che vengono relegate a margine, invece per uno che voglia cambiare la realtà dovrebbero essere il fulcro. Tra l’altro per parafrasare il mio illustre amico e filosofo Leonardo Caffo i numeri degli animali sacrificati per la sperimentazione rispetto a quelli dell’industria alimentare sono “una bazzecola”. [NdR: Maurizi fa un riferimento polemico al modo con cui Caffo ha sminuito l’importanza della Shoah affermando che si tratta di una “bazzecola” rispetto ai numeri della tragedia animale] Come si pensa di poter influire sulla Monsanto e altri colossi che hanno il potere di cambiare al geografia e la demografia di interi paesi? Diffondendo il veganismo? Facendosi arrestare in qualche carcere sudamericano dove buttano via la chiave?

Per quanto riguarda il secondo punto sì, laddove si realizza un incontro vero, cioè uno scambio tra posizioni diverse il cui interesse è focalizzato ad un’analisi senza sconti della realtà e dei nostri limiti nel pensarla e cambiarla, non si può che uscirne rafforzati. Si criticano questo tipo di approcci perché solitamente si ragiona con la logica identitaria di gruppo noi/loro (vegani e gente da veganizzare, animalisti e “assassini”). Chiaro che questa non è la base di un confronto vero ma solo un’occasione per rinforzarsi nelle proprie convinzioni. Quando invece si parla di problemi reali e non si ha paura di mostrare la propria debolezza e i propri dubbi, non si può che uscirne arricchiti, con nuovi strumenti di analisi e cambiamento del mondo. Io ritengo che l’antispecismo, essendo il tentativo di portare l’altro a parlare ed esprimersi senza paura dovrebbe avere meno paura di tutti gli altri di ibridarsi e cercare la verità fuori di sé. Invece, per tragica fatalità, accade il contrario.

PAV: dunque è in questo senso che tu denunci che il movimento antispecista in realtà non esiste e non per sminuire le azioni di attivisti e i loro risultati ma l’assenza di progettualità di un movimento fantasma per antonomasia?

Marco Maurizi: Come scrive Serena Contardi, l’unico modo serio per pensare e discutere è sine ira ac studio, cioè “senza ira né pregiudizio”. Quindi se dicendo alcune cose mi alieno la simpatia del movimento non posso farci niente, io devo denunciare gli errori che vedo. Non è mia intenzione sminuire chi, passami il francese, “si fa il mazzo” ogni giorno per gli animali o chi magari rischia sulla propria pelle. D’altronde non l’ho mai scritto, né detto. Ma se questo deve diventare un ricatto per non vedere che il movimento nel suo complesso non esiste (perché è un ammasso di gruppi in lotta tra loro) e quello che esiste va alla cieca senza alcuna prospettiva reale di cambiamento (senza una teoria coerente, senza strategia ecc.), beh allora non ci sto. Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo bravi, per questo bastano gli ego dei singoli, per tacere di tutti i siti in cui si inneggia a quanto è bello e giusto essere vegani e antispecisti. Perdonatemi ma la libertà di opinione non è nata per dire “quanto sei bravo” ma “non sono d’accordo”. D’altronde come non mi interessa alienarmi le simpatie del movimento spero mi venga riconosciuto che non faccio niente per ingraziarmelo come fa qualcuno sempre pronto a dire parole accorate che fanno scrosciare applausi. Ormai certo linguaggio emozionale dell’antispecismo che si scalda il cuore parlando di sguardi animali e mettendo in scena in modo pornografico il proprio dolore è diventato stantio e ripetitivo. Anche io in Asinus Novus. Lettere dal carcere dell’umanità (Ortica, 2012) ho cercato di parlare al cuore oltre che al cervello ma dubito che sia questo ciò di cui un movimento di liberazione ha bisogno. A me non interessa fare poesia sull’occhio del maiale che muore, mi interessa che smetta di essere messo a morte. E per fare questo è ora che l’attivismo animalista smetta i suoi panni adolescenziali – per cui ogni critica diventa motivo di offesa, invece che uno sprone a migliorare – e si faccia adulto. Non siamo i soli a voler cambiare il mondo e forse possiamo dare agli altri un tassello di verità in più con cui costruire un mondo migliore.

Ti interessa il libro?

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Comments
17 Responses to “Intervista a Marco Maurizi sul suo ultimo libro “Le parole e le cozze””
  1. rita ha detto:

    Ciao Marco,
    complimenti per il tuo nuovo libro, innanzitutto, che spero di leggere presto.
    Concordo sul discorso relativo alle strategie da attuare, quindi sui punti a, b e c che hai elencato.
    Rimango però fortemente convinta che senza il sostegno di un percorso anche etico il pregiudizio morale nei confronti degli animali (perché è indubbio che vi sia anche quello, che poi si sia venuto a configurare perché gli animali venivano sfruttati o che ci fosse già da sempre non credo che oggi conti, in quanto ormai si è strutturato e rafforzato in maniera autonoma) rimarrà e che quindi, pur riuscendo a costruire un giorno una società diversa, essi, gli animali non umani, saranno ancora sfruttati (forse in altre maniere).
    Non concordo poi sull’inutilità del fare poesia sullo sguardo pieno di dolore degli animali. Sarà che sono di parte, amando molto la letteratura, ma vorrei ricordati che la poesia, e l’arte in genere, da sempre costruisce mondi (le parole, appunto, costruiscono mondi, e non solo quelle dei filosofi e dei politici, ma anche quelle dei poeti) e invita a immaginare realtà alternative.
    Spesso i poeti raccontano distopie, che poi magari si avverano anche, altre volte utopie, che non è detto non possano altrettanto avverarsi.

    • MM ha detto:

      Grazie Rita. Non ho affatto detto che è inutile fare poesia. Ho anche scritto una “Lettera ad un’artista” che una delle lettere più importanti di Asinus Novus. Lettere dal carcere dell’umanità in cui si sostiene la centralità dell’arte per la liberazione tout court. Ciò che ho detto nell’intervista non riguarda la poesia come tale ma chi fa teoria mescolandola in modo furbo con pseudo-poesia. La “teoria” antispecista, soprattutto in Italia temo, è piena di ammiccamenti al fatto che gli animali so piezz’e core.

      Sull’etica spero di non dovermi ripetere più. Vorrei che qualcuno un giorno criticasse nel dettaglio quello che ho scritto per mostrarmi che sbaglio ma pare proprio che non ci sia modo di usarmi questa gentilezza.

      Buon tutto
      M

      • rita ha detto:

        Marco, nessuno saprà se ti sbagli o meno perché nessuno possiede la sfera di cristallo. Si possono azzardare ipotesi, al massimo. La mia è davvero molto semplice: poiché ritengo che effettivamente ci sia un pregiudizio di specie oggi (e posso anche ammettere che si sia venuto a configurare nel momento in cui gli animali, sia umani che non, hanno cominciato ad essere sfruttati e quindi si è andata a strutturare via via tutta la logica del dominio che conosciamo, sempre più pervasiva e “raffinata” grazie anche all’ausilio della tecnologia), secondo me è necessario cambiare la cornice cognitiva entro la quale noi siamo abituati a vedere e considerare, diciamo pure giudicare, gli altri animali. Finché non si toglierà dalla testa dell’homo sapiens l’idea che la gallina sia un essere stupido nato apposta per soddisfare il palato, finché non si sradicherà anche il solo pensiero che le mucche siano nate per darci il latte, non credo che gli animali potranno dirsi al sicuro in un qualsivoglia altro sistema sociale, seppure estraneo al dominio e alla sopraffazione vicendevole.
        Ciò che mi auspico è che il movimento riesca a farsi abbastanza forte e determinato da applicare i punti che tu citi, e conseguentemente sappia dirigere la società verso un nuovo cammino e traguardo etico, proprio abbattendo il pregiudizio di specie.
        Non sono per niente in contrapposizione con la tua teoria, ma non disdegno affatto l’etica e l’antispecismo come lotta contro il pregiudizio morale e quindi come fenomeno non solo politico-sociale, ma anche morale.
        Mi fa piacere che non ritieni inutile la poesia e la letteratura in genere, infatti da uno che ama Dick, mi sembrava strano. 😉
        Non vedo però nel movimento questa teoria mescolata in modo furbo con pseudo-poesia che ammiccherebbe agli animali piezz’e core.
        Ogni qualvolta si fa riferimento allo sguardo straziante del maiale, lo si fa perché è quello sguardo a muovere la nostra volontà, quindi, per quanto retorico potrà apparire, è anche sempre principalmente onesto.

      • MM ha detto:

        ti prego Rita non so davvero quante decine di volte mi hai ripetuto la stessa cosa. Ciò che dici non è altro che il presupposto che io critico ampiamente nel mio libro: ora, su questa mia critica articolata in centinaia di pagine MAI una parola, solo ipotesi, supposizioni, esperimenti mentali ecc. ecc. inventati ad hoc per aggiare le mie argomentazioni. Io, poiché sono gentile, ho GIA’ risposto anche a queste ipotesi, supposizioni, espeirmenti mentali in modo ANALITICO, mostrando che sono sciocchezze (la sfera di cristallo non c’entra proprio nulla). Adesso, dopo aver argomentato più volte in modo analitico nei confronti di chi non ha MAI argomentato contro le mie tesi, scusa se mi sono rotto.

        Per altro ti do una notizia che, avendo tu letto il mio libro già dovresti conoscere, la prospettiva etica è INCLUSA nella mia ricostruzione teorica solo che io, a differenza di altri, non ne faccio una realtà sui generis di cui si possa discutere isolandola da tutto il resto.

        Ciò detto, non risponderò più a nulla che non sia una critica puntuale delle cose che ho scritto.
        Grazie
        M

  2. Ital ha detto:

    Sono d’accordo su nulla, ma è pur sempre un modo per liberare gli animali.

    • Badu ha detto:

      io credo che l’intento non è trovare chi è d’accordo e chi no ma di riflettere su quello che, forse, sono i limiti di un movimento che sta a cuore a tutti.

  3. Parte in Causa - Associazione Radicale Antispecista ha detto:

    Ottima intervista, sono d’accordo su tutto (Giovanna)

  4. rita ha detto:

    @ Marco
    Di nulla, figurati.
    Grazie a te.

  5. stopthatrain ha detto:

    Complimenti a entrambi per l’intervista chiara ed esauriente. A parte le divergenze tra le vostre e la mia posizione, di cui abbiamo parlato tante volte, c’è un punto che mi ha lasciato molto perplessa: mi pare di capire, Marco, che tu non neghi che la battaglia contro la vivisezione stia procedendo, o quantomeno si sia aperto un inedito spazio di azione dopo i fatti di Montichiari e di Milano. Del resto la differenza col problema degli allevamenti non la segnano solo le proporzioni numeriche, ma radicali differenze strutturali tra i due tipi di sfruttamento. La vivisezione è qualcosa di relativamente nuovo nella storia dell’uomo, le sue pratiche sono disturbanti ed inquietanti per la maggior parte della popolazione ed in più essa è attaccabile materialmente in modo abbastanza facile. Si può mandare all’aria in un istante il frutto di anni di ricerche costate centinaia di migliaia di euro, l’abbiamo visto, e altrettanti soldi si possono far perdere all’industria farmaceutica attraverso i boicottaggi e i sabotaggi d’immagine, ad esempio al settore dei trasporti aerei, che si stanno moltiplicando da anni in tutto il mondo. Il costo di un animale di laboratorio non è paragonabile a quello di un qualsiasi animale allevato dall’industria alimentare, perfettamente sostituibile, e questo costringe il sistema a mettere in atto strumenti di difesa dei luoghi in cui i primi sono detenuti che devono essere ben più efficaci e costosi.
    Tutto questo necessariamente li rende attaccabili da diversi punti, e quindi fragili.
    Posto il valore della tua proposta teorica, allora, la critica che mi permetto di farti è a questo tuo continuo liquidare senza appello la possibile efficacia delle tattiche che in modo poco pianificato a livello globale, ma comunque sempre più strutturato, stanno colpendo in profondità gli interessi di una lobby che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo visto, per la prima volta, uscire allo scoperto per difendersi anziché continuare bellamente ad infischiarsi dell’infinito numero di aspetti critici intorno al suo operato. A me sembra veramente ardito e consentimi, spregiudicato, prendersi la responsabilità di svalutare in questa maniera l’impegno di coloro che hanno agito in prima persona – e quindi rischiare di scoraggiare l’azione di altri – con tecniche che sono andate via via evolvendosi (non c’è paragone tra l’effetto di una liberazione Alf segreta ed anonima ed una a volto scoperto) e che di fatto hanno creato anche le condizioni perché il dibattito sulla liberazione animale e l’antispecismo iniziasse ad affacciarsi fuori dai soliti microscopici confini. Nessuno di noi ha il dono della preveggenza che gli permetta di sapere che corso prenderà, a partire da qui, la storia, ma perché negare così drasticamente la possibilità di una sinergia di diversi approcci, solo per difendere la compattezza di una teoria? Perché negare in assoluto che le vie per liberare gli animali di allevamenti e quelli dei laboratori potrebbero essere diverse? Quando mai nella storia si è avuto uno sviluppo lineare e preordinato degli eventi? Ma sopratutto, come ci prendiamo la responsabilità di abbandonare una strada che sta smuovendo le cose intorno al problema della vivisezione, solo perché i numeri delle loro morti sarebbero una “bazzecola” rispetto a quelli della questione animale nella sua totalità?

    • MM ha detto:

      Anche qui, Leonora, permettimi di correggere due fastidiose incomprensioni e pregiudizi nei miei confronti: 1) io non “svaluto l’impegno” di nessuno, l’ho ribadito qui ancora una volta visto che a quanto pare non si riesce a distinguere la stima che provo per chi si impegna nell’attivismo e la possibilità comunque di criticare alcune falle teoriche dell’antispecismo che hanno inevitabili ripercussioni sulla prassi. E’ di queste falle teoriche parlo, non di altro…ma anche qui nessuno che venga a dirmi dov’è che sbaglio, anzi quello che si fa è 2) ancora una volta mi si accusa di voler fare la Sibilla Cumana mentre è esattamente vero il contrario: sei tu che ti arrischi a dire che stiamo “colpendo in profondità”, che “stiamo muovendo le cose”. Io mi limito ad esprimere dubbi e ti chiedo quali sono gli strumenti di verifica a medio e lungo termine dell’efficacia di queste tattiche (o ci azzardiamo a chiamarle strategie?). Io non “liquido” un bel niente, si può fare tutto e infatti si fa già tutto e il contrario di tutto. Va bene così? Ottimo, chi sono io per dire che non va bene? Ho però il diritto di dire e argomentare che penso manchi qualcosa oppure devo tacere per non disturbare la sensazione delle “magnifiche sorti e progressive” dell’animalismo? Così, per capire.

      • se posso aggiungere un appunto a questo aspetto dell’intervista mi preme dire che si continua a non voler distinguere tra obiettivi, strategie e mezzi. La liberazione di farmacologia se presa in sé non ha che un valore diciamo simbolico e morale, di riscatto di molte vite (non meno importante del resto, intendiamoci). Quello che invece, a mio avviso si tende a non vedere è che questa azione non ha solo un valore simbolico!ed è questo che la rende speciale! è l’inizio di un percorso che ha altri obiettivi più ampi. La liberazione dello stabulario ha innescato 1) visibilità a chi rivendica un nuovo modo di concepire l’uomo, il mondo, la scienza e il progresso. come? attraverso i media e il clamore che questo atto di disobbedienza ha scatenato, senza dimenticare l’eco che avuto nel resto del mondo 2) possibilità di denunciare il sistema di dominio, le lobbies, le logiche del profitto e tutti i meccanismi che tendono alla rimozione dell’individuo, umano e non umano 3) proporre nuove idee per un mondo liberato. Di fatto, ora siamo al punto 1 quasi al 2. sta a noi attivisti arrivare non solo al 3 ma rendere questo tipo di azioni funzionali, innovoative e propositive. Non solo, dobbiamo renderle strategiche, strutturate, organiche. Se l’azione si fosse fermata all’atto in sé non avremmo fatto un passo oltre.

      • stopthatrain ha detto:

        Una visione dettagliata a lungo termine non c’è ancora, a mio avviso anche perché un ruolo rilevante lo gioca un’opinione pubblica che i referenti della presunta comunità scientifica non comprendono più – ricordi lo stupore dei dirigenti di Green Hill, della Menarini e dei vivisezionisti che commentarono le varie liberazioni rispetto a come queste erano state raccontate dai media e percepite dalla popolazione? – che da una parte si commuove vedendo gli animali salvati dalla vivisezione e solidarizza con gli autori di gesti illegali, ma sopratutto si sta orientando criticamente e in misura consistente verso opzioni alternative a quelle della scienza medica ufficiale, come l’omeopatia, le cure naturali, il rifiuto dei vaccini ecc. che a prescindere dall’opportunità e validità specifica rivelano un montante rifiuto, non del tutto consapevole, per il biopotere e tutto l’approccio violento della scienza nei confronti della natura.
        Comunque io non ho alcun pregiudizio nei confronti di quello che scrivi, piuttosto mi sembra che tu abbia mostrato un pregiudizio sul mio ipotetico pregiudizio, e anche questo è un po’ fastidioso. La critica era invece su un punto preciso e non riferita alla validità delle tue analisi sul movimento e della tua teoria nel suo complesso, che anzi condivido in buona parte, ma casomai ad una mancanza di apertura nei confronti di una situazione in divenire da cui nessuno di noi sa cosa potrà (se mai lo farà) scaturire. Scusa tanto se mi sono permessa. Visto che vedi le critiche al tuo lavoro come tentativi di censura (?), stai comunque pur tranquillo che non te ne farò più. Ciao.

  6. MM ha detto:

    Guarda, Leonora, io le “critiche al mio lavoro” , quando arriveranno, le accoglierò con piacere. Le accuse di ignorare una realtà in divenire perché pretendo di prevedere il futuro come il Mago Otelma no. 🙂

    • stopthatrain ha detto:

      Ok allora ti lascio ai critici più dotti di me. Ariciao 😀

      • MM ha detto:

        meno genereci, non più dotti.
        Non è difficile, le cose che ho scritto stanno lì per quello. Basta smetterla di occuparsi dei miei poteri medianici e criticare nel dettaglio il mio lavoro. Io d’altronde l’ho fatto per altri, anzi, il mio lavoro l’ho costruito proprio così.

        Ma ripeto che non obbligo nessuno a farlo a sua volta, ci sono tante cose più interessanti da fare al mondo 🙂

  7. MM ha detto:

    Per amore di verità, visto che vedo già commenti in giro sul modo in cui io “liquido” le critiche limitandomi a dire che sono “sciocchezze”.

    Io non sono un “opinionista”, sono un “filosofo”. Non dispenso opinioni o visioni del mondo ma costruisco “argomentazioni”. Le argomentazioni si confutano solo in due modi: mostrando che si fondano su dati empirici sbagliati o che sono logicamente fallaci, cioè non conclusive. Tutto il resto è chiacchiara e non mi riguarda, sarà interessante ma io non me ne occupo.

    Ciò stabilito, i libri che ho scritto (soprattutto Al di là della natura) trattano di tre cose principalmente:

    1) Genesi e struttura dello specismo
    2) Rapporto tra società di classe e oppressione della natura
    3) Storia, limiti e possibilità del movimento antispecista.

    Poiché non si tratta di un’accozzaglia di articoli ma di un libro costruito in modo organico (le singole parti sono state pubblicate come articoli DOPO essere state scritte come capitoli) è ovvio che ci sia un rapporto molto stretto tra questi tre argomenti. E quindi non ci si può aspettare che io risponda in poche righe a ciò che ha avuto bisogno di spazio per essere spiegato. Ciò non toglie che si possono fare anche critiche su singoli aspetti. Ma come contro-argomentazioni: tu dici questo ma ti basi su un fatto che non è tale, oppure tu concludi così ma qui c’è una contraddizione o un’ambiguità ecc. Non quindi contrapponendo alle mie argomentazioni delle opinioni (“secondo me l’etica è questo o quest’altro” ecc. come se io di “etica” non parlassi; “secondo me la società è fatta così”, come se io avessi semplicemente “affermato” qualcosa sulla società e non argomentato sul perché vada intesa in un modo piuttosto che in un altro ecc. ecc.). Ma soprattutto non costituisce un’obiezione dire: “potrebbe anche essere altrimenti”. Questo non è un argomento e non è una critica circostanziata. Si confonde l’analisi di sistema con una previsione del futuro che qui non c’entra proprio nulla. Immaginiamoci uno che negli anni ’20 avesse fatto un’analisi di sistema del movimento nazista, mostrandone l’ideologia ambigua, il rapporto privilegiato con il padronato e la capacità di spaccare il movimento operaio. Avrebbe fatto un’analisi di sistema non una previsione sul futuro. Che critica sarebbe stata rispondergli: “ma tu che ne sai? potrebbe essere anche diversamente!”.

    Nonostante ciò io HO RISPOSTO anche a questa NON critica più di una volta. La prima volta nel Dialogo tra me e Caffo, poi dal vivo al convegno sugli Antispecismi (e anche privatamente). A queste mie risposte NON è stato dato nessuno spazio nel libro di Caffo che ha ripubblicato pari pari questi testi senza nessuna risposta. Al che io ho risposto un’ennesima volta nella mia critica al “Maiale non fa la rivoluzione”. Ora, che dopo tutto questo mi si venga ancora a ripetere la storia che io faccia il Mago Otelma, senza una parola UNA per rispondere alle mie risposte, la considero, questa sì, una vera mancanza di rispetto.

    Spero che ora sia chiaro. Passo e chiudo.

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