Antispecismo e aborto. Una replica

di feminoska

feministvegan

L’articolo “Senzienza, antispecismo e aborto” pubblicato da Marco Lorenzi su Asinus Novus, ha da subito attirato la mia attenzione: il titolo ha decisamente un certo ‘peso’, quantomeno per chi tenti di definire la propria traiettoria esistenziale e politica in una chiave sia femminista che antispecista.

Il fatto che l’autore sia di sesso maschile ha stimolato ancora di più il mio interesse: non è frequente, infatti, che l’argomento dell’aborto venga menzionato da uomini, e quando ciò avviene è solitamente allo scopo di demonizzare questo evento e stigmatizzare la donna che lo compie… ma il titolo prometteva sviluppi in altre ben più stimolanti direzioni, perciò mi sono subito immersa nella lettura.  Certo è che, man mano che procedevo nell’articolo, sentivo di dissentire da diverse delle affermazioni fatte dall’autore, che a mio parere peccano di una presunzione di obbiettività che invece si mostra per ciò che forse non vorrebbe (o non si accorge di) essere: uno sguardo maschile fortemente situato rispetto ad una realtà, quella dell’interruzione volontaria di gravidanza, che a mio parere non viene affrontata nella corretta prospettiva.

Cercherò quindi di esplicitare i miei dubbi in merito ad alcune delle tesi sostenute nell’articolo, sperando che ciò possa essere di stimolo per ulteriori riflessioni.

Da subito l’articolo individua quello che sarebbe il ‘problema del dibattito etico sui diritti degli animali e sull’aborto’, affermando che:

Il dibattito etico sui diritti degli animali e sull’aborto condividono una strana sorte, quella di essere da sempre funestati dallo stesso problema e di aver bisogno dello stesso approccio razionale per giungere ad una soluzione condivisa. Il problema che accomuna i dibattiti è la palese inadeguatezza delle argomentazioni addotte dalle parti che si contrappongono nel dibattito pubblico, incapaci di andare al di là di slogan strillati tanto più forte quanto meno sono ragionati.

Come attivista, questa affermazione mi ha abbastanza gelato il sangue. Lungi da me la negazione dell’utilità – anzi la necessità – di una teorizzazione efficace che sostenga e dia consistenza alle rivendicazioni, ma l’approccio proposto in questi termini mi ha dato l’impressione gelida del bisturi del vivisettore. Quante volte durante i cortei ho gridato slogan a squarciagola, con rabbia ed esaltazione! In quanto femminista antispecista, in lotta contro tante espressioni di dominio ed oppressione (quelle che subisco personalmente, così come quelle, delle altre donne e soggettività oppresse, umane e non) sono convinta che a volte gridare – slogan certo, ma non ‘così poco ragionati’ – sia necessario e liberatorio! Poter dire apertamente che un altro mondo è possibile, poter affermare la propria verità unendo la propria voce a quella di altre persone, avvertire l’emozione, spesso la rabbia, ma anche la gioia propria e altrui…  in definitiva, definirsi quali soggetti politici attivi: tutto questo non è possibile quando si resta chiusi in una stanza a rimuginare su un articolo (altra attività alla quale pure mi dedico e che non reputo in alcun modo subalterna). Per come concepisco io l’attivismo, esso non può esistere senza quella giusta e sventata dose di corporeità, grida e slogan di piazza!

L’articolo prosegue dando le ‘coordinate’ dello scontro tra antiabortisti e femministe (sicuramente le più numerose ‘fautrici della liceità dell’aborto’) e sostiene che:

Nel dibatto pubblico i fautori della liceità dell’aborto spesso rispondono a queste accuse con argomentazioni francamente deboli, non decisive e che comunque non affrontano alla questione etica di fondo sollevata dagli abortisti (refuso, ci manca un anti- di fronte). Argomentare infatti che l’aborto legale è il minore dei mali perché si minimizzano i rischi per la salute delle donne o che queste ultime hanno il diritto di gestire liberamente il loro corpo e dunque anche la gravidanza e la sua interruzione, è pienamente legittimo solo dopo aver argomentato persuasivamente che lo status morale dell’embrione e del feto è fondamentalmente diverso da quello del neonato o dell’adulto. Altrimenti è fin troppo facile controbattere che tanto varrebbe legalizzare l’omicidio o quantomeno l’infanticidio purché venga compiuto nel modo più “pulito” possibile e che l’assassino abbia un concreto interesse all’omicidio.

Mettersi a discutere dello status morale dell’embrione, lungi dall’essere una soluzione, è esattamente ciò a cui aspirano continuamente gli estremisti cattolici per impedire il libero accesso all’IVG (il cui diritto è sancito dalla ben nota Legge 194), e il fatto che questa strategia venga considerata auspicabile anche nell’ambito di un articolo che parrebbe schierarsi per la libertà d’accesso all’aborto (anche se con qualche aspetto ambiguo), dimostra che la disinformazione attuata ad arte da tanta parte della Chiesa e dei suoi seguaci è stata terribilmente efficace. Non si deve dimenticare il fatto che la possibilità di interruzione di gravidanza è già inscritta all’interno di una regolamentazione severa (la citata legge 194) che prevede un termine massimo di tempo per compierla (entro 90 giorni) ben antecedente al sorgere di qualsivoglia capacità di senzienza dell’embrione. In quest’ottica, non appare semplicemente polemico e strumentale al continuo attacco all’autodeterminazione delle donne questo perenne richiamarsi al dilemma del ‘quando una persona può definirsi persona’? Le risposte a questa domanda possono essere molteplici a seconda di chi se la pone, e non credo possa esistere una risposta univoca… e in ogni caso, anche se fosse possibile un giorno stabilire ‘scientificamente’ e con precisione il momento nel quale l’embrione diventa senziente e si fa ‘persona’, crediamo che per questo la Chiesa mollerebbe la presa sul corpo delle donne? Scommetto di no, anche perché il ‘verbo religioso’ è di una fissità granitica, e le credenze che sostiene come ‘verità’ – che di scientifico e razionale non hanno nulla! – sono già ben note.

Facendo peraltro una piccola digressione sulla Legge 194, è importante sottolineare che non si tratta di una legge pro aborto (mai stata!), ma una legge che dovrebbe regolamentare nel miglior interesse della donna e dell’eventuale futuro nascituro le condizioni per cui l’evento ‘maternità’ accada – o non accada – nei modi più opportuni. La 194 è una legge che è sempre stata osteggiata e strumentalizzata in maniera oscena e vergognosa, difatti non è mai stata messa in atto completamente, ma anzi distorta in modo da poter ostacolare fattivamente l’accesso ad un diritto sancito e formalmente garantito a tutte le donne. L’informazione falsa e fuorviante messa in atto dagli antiabortisti quando mostrano feti di 6 mesi nei picchetti di fronte agli ospedali, e i soliti interessi di chi alla faccia del giuramento di Ippocrate pensa solo alla propria carriera, hanno inquinato tutta la prospettiva e reso inefficace in molti casi questa garanzia.

Il numero vergognoso di ginecologi obbiettori, in particolare, ha rappresentato per molte donne l’impossibilità di accedere ad un’interruzione di gravidanza, riportandoci in alcuni casi a scenari che si pensavano oramai ricordi di un passato lontano (nei quali chi ha le possibilità economiche di spostarsi o di agire privatamente ottiene comunque di interrompere la gravidanza, a differenza di chi non ha questa possibilità o vorrebbe mantenere questa necessità nella sfera del proprio privato, e invece si è magari vista costretta a chiedere aiuto a parenti o amici per affrontare spese e disagi). Per lo stesso motivo la pillola abortiva, che permette di interrompere la gravidanza addirittura prima delle 7 settimane (contro le 9 canoniche per un IVG chirurgica), e con una maggiore dose di consapevolezza da parte della donna e una certa partecipazione attiva all’intero processo,  è stata osteggiata con violenza inaudita… certo, mostrare quale sia la realtà di un embrione a 7 settimane, non far espiare alle donna la ‘colpa originaria’ di essere ‘femmina’ e liberarla dalla schiavitù dei ginecologi obbiettori avrebbe assestato un duro colpo a chi tanto si interessa ai diritti degli embrioni e così poco degli stessi una volta diventati esseri senzienti capaci di esprimere la propria volontà!

Anche il paragone con l’omicidio è fuorviante e non tiene conto dei molti casi, previsti dalla giurisprudenza, in cui questo stesso gravissimo atto viene considerato alla stregua di un gesto ‘accettabile’ in determinati contesti, e sanzionato in maniera perciò molto differente a seconda della specificità della situazione. Senza parlare del fatto che viviamo da secoli in società che criminalizzano l’aborto ma che ammettono tranquillamente l’assassinio in caso di guerra, e la distruzione programmata di miliardi di esseri senzienti all’anno (chiaramente sessismo e specismo si intersecano senza difficoltà in molti modi, allo scopo di ottenere il controllo sul maggior numero di esseri senzienti).

L’articolo continua:

La questione non si risolve con unilaterali proclamazioni di libertà soggettiva se prima non si risolve il problema dell’eventuale rilevanza morale di un soggetto la cui sfera di interessi verrebbe danneggiata dalla realizzazione di tale libertà, dato che in ogni sistema sociale civile non esistono libertà assolute al di fuori della sfera prettamente individuale, ma solo libertà limitate dal rispetto degli interessi e dei diritti di ogni altro consociato. Parallelamente anche il principio della libertà assoluta della donna dovrebbe essere rifiutato in quanto non tiene conto dell’emergere della capacità senziente – e dunque di una soggettività degna di considerazione morale nel feto – a partire da un certo stadio di sviluppo neurologico.

Affermazione a mio avviso troppo lapidaria, che non tiene conto di alcuni fatti inoppugnabili: oltre alla constatazione che la ‘libertà assoluta della donna’ è già, come esplicitato precedentemente, inscritta in un quadro normativo che ne fissa limiti rigidi (e perciò non è definibile in alcun modo come ‘libertà assoluta’ di vita e morte, altro messaggio che sembra affondare le sue radici nella propaganda antifemminile della Chiesa), non si può non tenere conto del quadro più ampio, della oppressione sulle donne derivante dal fatto di vivere in società a matrice maschilista e patriarcale, società a ‘privilegio’ maschile innegabile.

Il caso della procreazione poi è abbastanza peculiare, poiché è forse l’unico caso di conflitto ‘dall’interno’ (tra un individuo e un ‘individuo in potenza’) che una persona, invariabilmente di sesso femminile, può trovarsi ad affrontare – unico caso che in qualche modo ci si può avvicinare è quello dei gemelli siamesi, ma anche qui, in caso di separazioni viene sempre privilegiata la salvezza di quell* dei due con maggiori ‘possibilità’ di sopravvivenza, e la palese senzienza dei due individui viene messa a tacere da molto più pragmatici calcoli delle probabilità…

Ho l’impressione che alcuni autori siano poco consapevoli  di quanto il proprio approccio sia molto ‘situato’ politicamente, e la freddezza con la quale alcuni uomini si riferiscono alle vicende dell’aborto è paragonabile all’atteggiamento privo di emozioni  (molto simile a quello dello scienziato, e più in generale di chi detiene una qualche forma di potere su altri soggetti) di chi legifera sul corpo e sulle vite – e sensazioni, ed emozioni – altrui. Le donne non chiedono di avere, alla stregua di monarchi assoluti, diritto di vita e di morte su individui umani senzienti e formati, ma di vedersi riconosciuto il diritto alla priorità per il proprio benessere e la propria vita di individui senzienti a fronte degli interessi ipotetici di un essere ancora allo stato di potenza.

Un diritto che, in qualsiasi stato laico e moderno, non potrebbe essere negato senza mettere seriamente in discussione addirittura l’accesso delle donne a quei diritti fondamentali riconosciuti come irrinunciabili dalla Costituzione. In Italia di fatto questo succede, e dei diritti in teoria garantiti sono di fatto NEGATI (cogliamo la profonda gravità di questo fatto? O per il motivo che ciò riguarda solo le donne, oppresse da un sessismo che nel nostro paese fatica persino a restare celato nei contesti più istituzionali, semplicemente non interessa?) a milioni di persone!

Come è possibile questo? Sicuramente tanto peso ha l’ingerenza cattolica e l’ignavia politica a tutti i livelli, e che purtroppo colpisce pure larghi strati della popolazione, sempre meno avvezza al pensiero critico.

Le donne, in quanto soggetti oppressi, non possono accettare la partita che si gioca da tempo immemore sulla capacità dei propri corpi di dare la vita a nuovi esseri umani. La studiosa femminista Silvia Federici a questo proposito afferma:

Non vi è dubbio che con l’avvento del capitalismo si comincia ad assistere ad un controllo dello Stato molto più forte sui corpi delle donne, realizzato non solo attraverso la caccia alle streghe, ma anche attraverso l’introduzione di nuove forme di controllo su gravidanza e maternità, e l’istituzione della pena di morte contro l’infanticidio (quando il bambino nasceva morto, o moriva durante il parto, la madre veniva accusata e giustiziata). Nel mio lavoro sostengo che queste nuove politiche, e in generale la distruzione del controllo  che le donne, nel Medioevo, avevano esercitato sulla riproduzione, sono indissolubilmente legate alla nuova concezione del lavoro promossa dal capitalismo. Quando il lavoro diventa la principale fonte di ricchezza, il controllo sui corpi delle donne assume un nuovo significato; gli stessi corpi vengono quindi visti come macchine per la produzione di forza lavoro. Penso che questo tipo di politica sia ancora molto importante oggi, perché il lavoro , la forza lavoro , restano fondamentali all’accumulazione del capitale. Questo non significa che i datori di lavoro di tutto il mondo vogliano più lavoratori, ma certamente vogliono controllare la produzione della forza lavoro, quanta ne deve essere prodotta e in quali condizioni.

Ora, senza volersi troppo addentrare nella storia dell’oppressione femminile  e nella biopolitica, poiché il campo delle nostre speculazioni si farebbe davvero terribilmente vasto, è comunque innegabile l’ingerenza millenaria di politica ed economia nelle vite ma soprattutto nelle questioni riproduttive delle donne, altro modo in cui si esprime la volontà di potere di una società che consuma corpi come oggetti e che ci dimostra continuamente che gli interessi dei più forti superano e plasmano le questioni etiche in maniera pervasiva – in caso contrario,  guerre e schiavitù, sessismo e specismo dovrebbero essere un ricordo del passato.

Ci si accapiglia tanto sulla questione degli embrioni perché l’oscurantismo e bigottismo della Chiesa in fatto di sessualità consapevole, che va a braccetto con una visione maschile – non universale, certo, ma abbastanza comune  – che vede la donna come unica interessata dall’eventualità di una gravidanza (ed è deprimente notare che alle manifestazioni in difesa della 194, il 99% delle presenti è donna, a riconfermare l’impressione che per la maggioranza degli uomini l’aborto, evento derivante dalla mancanza di contraccezione adeguata nel corso di un atto sessuale con un partner sicuramente maschile, sia un problema inesistente), non permettono di passare all’auspicato passo successivo, ovvero la PREVENZIONE della gravidanza indesiderata, che eliminerebbe in un sol colpo qualsiasi controversia o speculazione teorica sull’embrione e la necessità dell’aborto.  La prevenzione fa parte di quei capitoli importantissimi ma ‘boicottati’ della 194 che voleva, in maniera lungimirante, istituire consultori e centri antiviolenza in maniera capillare, allo scopo di rendere effettiva l’ educazione sessuale e l’accesso alla contraccezione alla maggioranza della popolazione, soprattutto nelle fasce  più giovani d’età o disagiate. Ma il dettame ‘partorirai con dolore’ pare essere l’unico valido per una religione che non permette nemmeno a chi non le riconosce alcuna autorità di autodeterminare la propria vita secondo il proprio sentire laico. Di fronte a tutto questo, le grida che all’inizio dell’articolo sono state in qualche modo definite in maniera negativa e fuori luogo, sono a tratti davvero necessarie: chi starebbe zitt* di fronte alla sistematica violazione di diritti che non sono in discussione, ma esistono e dovrebbero essere garantiti da più di 30 anni!

Quello che io auspico come femminista, più di tutto,  è che la sessualità umana possa venire liberata da retaggi medievali, che le generazioni più giovani possano viverla gioiosamente come parte fondamentale e irrinunciabile della propria vita, che l’utilizzo degli anticoncezionali sia diffuso e praticato come forma di rispetto di sé e del partner da donne e uomini e che, nel malaugurato caso nel quale nonostante tutte le precauzioni ci si ritrovi ad affrontare una gravidanza indesiderata, si possa, nel minor tempo possibile, essere assistite da persone rispettose e preparate in un momento non certo facile.  Combatto con tutte le mie forze per il diritto all’interruzione della gravidanza, ma non dimentico mai che comunque non si tratta una passeggiata e per questo sono la prima ad augurarmi con tutto il cuore che sempre meno donne debbano ricorrervi. E non si può continuare a cadere nelle trappole degli estremisti religiosi, dal momento che la legge 194 è una legge dello stato voluta dalle persone che in esso vivono! Bisogna anzi denunciare con forza tutte le volte che un diritto viene negato ad un cittadin* ((senza contare le tragiche situazioni in cui vengono a trovarsi quelle donne che cittadine non sono – e non per questo meritevoli di essere ignorate, al contrario, bisognose di ancor maggiori tutele! –  costrette a rivolgersi all’aborto clandestino come unica possibilità di affrontare una gravidanza non voluta), e dal momento che l’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto, non un dovere, come si lascia la libertà a chi crede in un dio ultraterreno di non accedervi, così chi non crede o vuole comunque accedervi deve farlo in maniera garantita e senza perdere la propria dignità o, peggio, la propria salute e la propria vita… Altrimenti dichiariamo l’Italia per ciò che dimostra di essere veramente, uno stato alle dipendenze del Vaticano, e decidiamo se lottare contro questa realtà o lasciare il paese per sempre!

 L’approccio dell’autore, che appare così razionale (che fa rima- apparentemente  – con neutrale), a me sembra invece oltre che situato anche vagamente naif, quando il ragionamento si sposta sul versante antispecista. Leggo:

La questione che tutte le posizioni contrapposte fin qui menzionate eludono è la fondamentale necessità di stabilire criteri razionali per determinare quali siano i soggetti portatori di interessi moralmente rilevanti, e quali siano invece gli oggetti, in quanto tali privi di interessi e dotati solo di rilevanza meramente strumentale per i primi.  Si tratta, in altre parole, di determinare i confini della rilevanza morale e i criteri razionali per tracciarli (2).

All’improvviso quella nota dissonante in tutto il ragionamento di fondo mi salta agli occhi con estrema chiarezza: il presupposto non detto dell’articolo – e dei ragionamenti che inanella – mi pare essere quello di una sostanziale onestà intellettuale degli attori in campo: da questo punto di vista, è chiaro che attraverso un confronto serio e approfondito tra pari,  si potrebbero probabilmente dirimere inequivocabilmente i termini della questione e arrivare all’enunciazione di una qualche verità condivisa… ed è qui che casca l’asinus! Perché è chiaro ed evidente che gli antiabortisti, così come gli specisti, condividono una stessa posizione di potere alla quale non intendono rinunciare, e per proteggere la quale sono disposti a giocare sporco, ricorrendo consapevolmente e scientemente, e non per semplice ignoranza o inconsapevolezza, ad informazioni parziali quando non completamente false, estremizzando sempre le questioni in termini di vita o morte o scelte estreme, e manipolandole trascinando le masse attraverso reazioni ‘di pancia’ – approfittando in questo anche della già citata tragica perdita di senso critico endemica nella società italiana contemporanea e alleandosi, consapevolmente o meno, con i grandi interessi politici economici di pochi.

Questo è il motivo per il quale reputo fondamentale e irrinunciabile che il confronto avvenga sui più diversi piani e livelli di discussione, e non solo a livelli accademici. Il femminismo e l’antispecismo si fanno negli articoli, nelle strade, nelle aule universitarie, negli incontri, e nelle case: si intessono nelle relazioni, nell’autenticità di una lotta che si declina nel personale e nel politico, in uno sforzo sempre più includente e dialogante e contro un nemico infido e disposto a tutto per mantenere il proprio privilegio: dobbiamo metterci il cuore e l’anima, oltre al cervello, se vogliamo andare  verso una liberazione davvero degna di questo nome.

Advertisements
Comments
8 Responses to “Antispecismo e aborto. Una replica”
  1. miss-taken ha detto:

    Fatemi capire una cosa, voi antispecisti puri siete sempre a protestare contro gli animalisti perchè mettono prima di ogni cosa gli animali e poi tutto il resto e quindi per voi non va bene. Come mai poi il femminismo vi sta bene? Non è anch’esso un movimento “estremo” che mette al centro di tutto la donna? Non c’e’ uno scompenso con la vostra teoria che non ci dovrebbero essere “vantaggi” (pardon non mi viene un termino tecnico in questo momento) per niente e nessuno che voi tanto professate? Non venite a dirmi che la donna è stata da sempre oppressa perchè la stessa cosa vale per gli animali.

    • asinovus ha detto:

      Due precisazioni: 1) in questa redazione non c’è nessun “noi”, non pensiamo tutti le stesse cose e quindi non c’è una “nostra teoria” che dobbiamo difendere. 2) Ad ogni modo, se pubblichiamo un intervento “femminista” non vuol dire necessariamente che sottoscriviamo il pensiero dell’autore, nè come singoli nè come redazione: infatti abbiamo ospitato interventi di segno diverso, anche di ispirazione religiosa ecc. Questo blog è uno spazio di discussione. Precisato questo, il tema che poni (problema del rapporto tra femminismo e antispecismo) è interessante e speriamo susciti un utile dibattito.

    • feminoska ha detto:

      Buonasera miss-taken, e benvenut*. Il post qui pubblicato è mio, e io sono un antispecista assolutamente ‘impura’, a cui piace intrattenere rapporti promiscui con coloro che la incuriosiscono! Se oltre al dubbio in merito alla coerenza della redazione, per il quale non posso aiutarti, non facendone parte – mi pare che in ogni caso ti abbiano già risposto – hai altri dubbi, perplessità, idee… io sono qua!

    • Marco Lorenzi ha detto:

      1) Asinus Novus è un blog di filosofia antispecista e pertanto è normale che le argomentazioni siano coerenti con l’impostazione filosofica. E’ comprensibile quindi che tra chi vi scrive vi siano persone che si interessino degli aspetti teoretici e non degli slogan delle manifestazioni, utili anch’essi, ma irrilevanti per fondare i principi etici delle proprie idee.
      2) lo status etico dell’embrione è un tabu’. Le persone intellettualmente oneste non tollerano i tabu’ e li vogliono smontare con argomenti razionali, evidenziandone le incongruenze, tanto piu’ che in questo caso il sottoscritto ha cercato di mostrare che esiste una base razionale comune per giustificare l’aborto *a certe condizioni* e per ritenere immorale il trattamento riservato agli animali senzienti nelle società speciste. Se poi da ciò possono nascere polemiche pretestuose correremo il rischio.
      3) il dilemma “quando una persona puo’ dirsi persona” è centrale a tutto il dibattito etico dell’ultimo secolo. Ovvio che le strumentalizzazioni ci saranno sempre ma questo non implica l’opportunità della censura del dibattito: l’abuso delle parole non nega il diritto all’uso delle stesse.
      4) le mie argomentazioni non implicano affatto l’onestà intellettuale degli “attori in campo” (su cui, in effetti, è lecito avere piu’ di qualche dubbio) Al massimo auspicano quella dei lettori di quanto scrivo. Almeno di qualcuno.

    • sdrammaturgo ha detto:

      Miss-taken, il femminismo NON mette “al centro di tutto” la donna.
      Tanto meno chiede “vantaggi” per la donna a scapito dell’uomo.

  2. Elena ha detto:

    Feminoska, alcune osservazioni.
    Marco Lorenzi ha parlato dell’inadeguatezza di frasi urlate, sì, ma all’interno di un dibattito, non di una manifestazione. Se è vero che andare alle manifestazioni è in certi casi necessario (benché secondo me la democrazia dovrebbe meritare qualcosa di meglio) è pur vero che è il dialogo “a bocce ferme” che permette di evolvere legislativamente ed eticamente. Sull’onda dell’emotività a volte si fanno perfino dei danni alla causa per cui si combatte. Quello che per qualcuno, come te, è logica fredda “come i bisturi di un vivisettore” (ci vai giù pesante!) per me invece è una base accogliente per qualsiasi dialogo. Solo se condividi gli slogan, infatti, ami che qualcuno li urli a squarciagola e sei ben disposto ad ascoltarli. In compenso ti assicuro che sedersi e scrivere una mail pacata, razionale, ben argomentata a un giornale, a un ente, a un individuo con lo scopo di contestarlo fa un effetto ben maggiore di una manifestazione, e per fortuna da un po’ di tempo ci si organizza per farlo. In ogni caso, Marco ha premesso che le urla di cui spesso i contendenti si avvalgono all’interno di un dibattito non portano da nessuna parte, cosa che condivido.
    Ma non mi pare escluda che possano restare uno strumento da corteo.
    Avrei letto più volentieri un articolo maggiormente argomentato, troppe volte dici “freddo, naif, lapidario, situato”, che è sicuramente come suona a te, ma io che sono una femminista antispecista non percepisco nulla del genere nelle parole di Marco, e mi sembra anzi che l’intero articolo esprima un’esigenza di restituire ad ogni parte del dibattito (la donna, il feto, gli animali) diritti e tutele stabiliti non dal contendersi urlando dei diritti assoluti, ma degli spazi di libertà intesa come “non sconfinare nella libertà altrui”.
    Non sarà, anche, che appena un uomo si esprime sull’aborto lo si taccia di essere maschilista, distaccato, inconsapevole della realtà femminile, cadendo noi stesse femministe in una forma di esclusione e discriminazione di rimando, che certo non facilita la partecipazione maschile?

    • feminoska ha detto:

      Non credo proprio, Elena, scrivevo prima su femminismo a sud e ora su intersezioni, blog antisessisti sempre misti, non sono mai stata una sostenitrice del separatismo ad oltranza, anzi. In quanto al sedersi e scrivere una mail pacata … sarò old style ma non credo proprio sia più efficace di una manifestazione, e per quanto io faccia molta ‘militanza’ via web continuo a ritenere che l’incontro di persona con le altre persone sia assolutamente ‘di più e meglio’. Non capisco peraltro cosa intendi quando affermi che la democrazia dovrebbe meritare qualcosa di meglio… intendo, vorrei capire concretamente a cosa ti riferisci. Per ora, in mancanza di un’alternativa valida io, nel corso della mia esistenza, ho trovato la costruzione di un corteo (non quindi solo la manifestazione quale momento finale, ma le assemblee ad esempio di avvicinamento) come momenti di confronto e crescita irrinunciabili.

  3. MariaS ha detto:

    La gravidanza riguarda almeno una persona sicuramente (una sicuramente persona) e un ammasso di cellule che si va definendo. Dato ciò, che è incontrovertibile (la donna è sicuramente persona). La questione è molto semplice: ogni donna ha il diritto a scegliere per la propria salute e per quella della propria famiglia. Tocca il suo corpo, la sua realtà psichica, la sua vita. Prima di tutto. Dunque porre come fondamentale il riconoscimento dello status di persona dell’embrione, è solo un’altro modo per togliere a chi è persona sicuramente, oltre ogni dubbio, la libertà di non soffrire. Quella libertà che si cerca di tutelare per tutti gli animali, tranne che per le donne.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: